Intervista al poeta: Davide Rondoni

Davide Rondoni (Forlì, 1964) ha pubblicato alcuni volumi di poesia: La natura del bastardo (Mondadori 2016), Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013) con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari paesi in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e Tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L’allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017), Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), sull’insegnamento a scuola, Il fuoco della poesia (Rizzoli 2008) e Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica, e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Cosa intendi per stato di salute? Ogni volta che qualcuno scrive o dice una buona poesia la salute della poesia è ottima, ogni volta che uno spaccia per poesia robetta, allora sta male… Ad altro genere di valutazioni sullo stato della poesia come se fosse una merce di cui si presume di calcolare la circolazione o il consumo non credo…

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Un’arte. Ed è un’arte che lavora sulla parola al massimo grado di perizia e intensità, e che riguarda un elemento fondamentale della natura umana – la parola appunto – ovvero il nostro modo di conoscere ed esprimere il mondo… beh, insomma è un’arte fantastica e difficile… e da rispettare, con umiltà e follia generante…

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho avuto l’onore di essere incoraggiato all’inizio e accompagnato da poeti che considero i maggiori del secondo novecento, Luzi, Caproni, Testori… e loro con altri, come Bigongiari, Loi mi sono stati maestri sia nel rapporto personale, sia nella lettura dei loro lavori… e potrei fare anche altri nomi, anche di poeti amici con cui si discute, ci si confronta… E poi maestri di poesia non poeti, ma persone sante o persone di gusto, artisti o esperti di altre arti, e poi tante persone geniali, operose, attente al movimento profondo della vita… Gente la cui occhiata o la cui opera mi ha mostrato cose importanti per l’arte della poesia…

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Nulla di particolare, e tutto di particolare. Ovvero si tratta di spendere totalmente con serietà, generosità e allegro naufragio un talento particolare, quello di dare voce alla esperienza di tutti, e diventare degli uomini-finestra. Il contrario del narcisismo e dell’egocentrismo. Parlo a livello profondo, esistenziale e spirituale.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Non è vero, è uno dei luoghi comuni con cui bisogna “lottare” (non dei peggiori). Ogni libercolino di poesia ha almeno un lettore (fosse pure la mamma o la zia o il moroso dell’autore/autrice) quindi anche solo così i lettori sono il doppio degli autori… Poi io sono contento di esser nato sotto un cielo in cui fioriscono tanti poeti, grandi o piccoli, non trovo sia una cosa di cui lamentarsi, sarebbe peggio nascere sotto un cielo dove spuntano che so, un sacco di commercialisti o di palazzinari…
Noi siamo la terra di Francesco, Jacopone, Guinizelli, e prima dei Siciliani, e di Guittone, e poi su di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Montale, Ungaretti, eccheccazzo… Che nascano poeti o tentativi di poesia è naturale e meraviglioso… Siamo la terra dell’arte, ed è una grande responsabilità civile e umana. Di cui forse i poeti dovrebbero occuparsi di più invece di irrancidire in luoghi comuni comodi e inerti. Poi chi si occupa davvero di poesia ovviamente dovrà leggere e nutrire la propria arte nel confronto con la altrui… In generale, mia nonna non aveva letto granché, ma non era una brutta persona. La cultura di una persona non coincide con la sua biblioteca…

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ma sei sicuro che si legga poca poesia? I numeri editoriali non dicono granché sulla lettura della poesia, cosa che può avvenire nel frammentario del web, con l’ascolto alla radio o in tanti reading… E spesso buoni libri di poesia vendono – non solo alla lunga distanza – più di altri generi di libri.
Ammesso che sia vero che se ne legge poca (ma molta di quella presunta che si pubblica forse è meglio che non si legga…) se davvero bisogna incolpare qualcuno innanzitutto chi la fa, poi chi dovrebbe farla conoscere, poi chi la insegna e chiunque ne parla o la tratta in modo morto o stupido.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

La gente si appassiona alla poesia quando vede che chi la legge è più vivo e intenso. Il resto sono conseguenze metodologiche derivanti da qui. Ho fatto un libro, come sai, su queste cose (Contro la letteratura, Bompiani 2016). È lì, per chi vuole interessarsi e non ha paura di andare contro i luoghi comuni, e vuole lavorare sul metodo per condividere la poesia specie ai più giovani.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non mi piacciono le aggiunte, gli aggettivi o simili al nome poeta. Come non ha senso parlare di poeti sperimentali, così ha ancor meno senso parlare di Instapoets. O son poets buoni o son scarsi poets, sia che usino Instagram sia che incidano i versi sulla pietra. Sono magari buoni influencer come si dice oggi o cazzari sentimentali o abili comunicatori… Valutare la qualità di una poesia in followers è come decretare che il Tavernello siccome è più bevuto del Barbera è uno dei migliori vini di Italia. La diseducazione del gusto è una colpa grave. E viene pagata – esiste un Dio della letteratura che se pubblichi robette o favorisci i tavernelli della poesia perché pensi che sia più glamour, ti punisce in qualche spietato modo, prima o poi, e innanzitutto con un senso di vuoto.
Certo, vedo molti più like sotto le foto di talune poetesse che sotto i loro versi. Un segno tra ridicolo e inquietante che forse dovrebbe far riflettere, o no? Da cosa pubblichi, da che livello di elaborazione c’è in quel che pubblichi si vede quanto sei artista.
L’arte è il contrario del narcisismo e del compiacimento. E anche della facile seduzione.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Boh? Non sono la Maga Magò, ma sono sicuro che se ci saranno buoni poeti la poesia buona si leggerà…

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“E morte non avrà dominio” (Dylan Thomas) e “L’essere molto amati / non medica la solitudine / …. Amare /questo sì ti parifica al mondo / ti guarisce con dolore” (Mario Luzi).
E poi, in una poesia che sempre mi fa lacrimare:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? “

Chiedersi cosa sta facendo l’aria…tutta la mia vita è in questa domanda…

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Alba Donati

Alba Donati è nata a Lucca e vive tra Firenze e Lucignana (Lu). Ha pubblicato La repubblica contadina (City Lights Italia 1997, Premio Mondello “Opera Prima” 1998, Premio Sibilla Aleramo 1999), Non in mio nome (Marietti 2004, Premio Diego Valeri, Premio Pasolini, Premio Cassola “Ultima Frontiera), Idillio con cagnolino (Fazi, 2013, Premio Dessì). Ha curato Costellazioni italiane 1945-1999. Libri e autori del secondo Novecento (Le Lettere, 1999), Poeti e scrittori contro la pena di morte (Le Lettere, 2001), l’edizione completa delle poesie di Maurizio Cucchi (Oscar Mondadori, 2001) e, insieme a Paolo Fabrizio Iacuzzi, il Dizionario della libertà (Passigli 2002), con interventi Todorov, Yehoshua, Adonis, T.B. Jelloun, Bauman, Luzi, Gustafsson e altri. È uscita a maggio 2018 la raccolta completa delle sue poesie con molti inediti: Tu paesaggio dell’infanzia – Poesie 1997-2018 (La nave di Teseo, Premio Metauro e Premio Martoglio). È presidente del Gabinetto Vieusseux, prima donna in 200 anni, e fondatrice di Fenysia, la prima scuola dei linguaggi della cultura.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Abbastanza in pericolo, come tutte le azioni umanistiche. Minacciata da una perdita di identità che va di pari passo con la sua diffusione orizzontale. Poi però la poesia spunta all’improvviso in un luogo, in una persona. Spunta verticale, come suo destino. E si ricomincia a pensare che non tutto è perduto.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è soprattutto l’amore che ho per la poesia. La leggo da quando ero piccola, mi è sempre piaciuta la porzione di libertà che ti mette a disposizione. Possedere una visione e un linguaggio è la poesia. E possedere un linguaggio ci rende liberi.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Tantissimi, dalle professoresse delle medie e del liceo che erano donne fantastiche e che mi hanno insegnato il senso civile della letteratura: una mi faceva leggere Quasimodo e Brecht a 12 anni e l’altra Elsa Morante, Fenoglio, Primo Levi a 14. Poi ci sono state esperienze di letture fondative da Paul Celan ai poeti russi, fino a Wislawa Szymborska. Come vedi il punto di partenza è lontanissimo dal punto d’arrivo. Poi aggiungerei un Pascoli, riletto dopo Garboli. Un poeta davvero moderno, innovativo. Il tema della morte come visione, le paure di una psiche scossa che producono una poesia piena di lacerazioni ma anche onirica, prefreudiana. E poi le intuizioni linguistiche: quel ‘febbraio’ che rima con ‘Ohaio’, all’inizio di Italy.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Mi ripeto: occorre un linguaggio, una visione e un’ossessione. L’ossessione ha a che fare con la necessità di raccontare le cose in un altro modo, perché così come sono raccontate non ci piacciono. Occorre sentire la prossimità della vita e della morte. Occorrono molti libri letti, film visti, musica ascoltata. Occorre in tutto seguire lo stesso filo. Poi ognuno ha la sua storia. A me è bastata una soffitta e molta infelicità di bambina.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Perché siamo arretrati, improvvisatori, giocolieri, e sfaticati. Pensiamo che sia tutto raggiungibile senza fatica. La creatività è un dono che va coltivato con passione, altrimenti si riduce a scarabocchio, bello, artistico, ma pur sempre scarabocchio.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Di tutti. Nessuno investe davvero sulla poesia. Il marketing ha poi chiuso il problema.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Da un lato sono fatalista e penso che se lasci andare le cose, esse poi si aggiustano, nel senso che tornano giuste da sole. Dall’altra invece penso che bisogna andare nelle scuole, leggere, parlare, farsi testimoni.
Insomma non ho una risposta di cui sono certa.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo proprio di no. I followers degli Instapoets temo non abbiamo mai visto uno scaffale di poesia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Forse più brutte poesie? Sui social c’è una gran confusione tra poesia e fraseggio esistenziali romantico, quest’ultimo con migliaia di followers. Dall’altro lato però i veri poeti tornano ad una certa complessità formale.
Insomma più il livello generale si abbassa e più chi ha davvero cose da dire si verticalizza, ignora il marketing, e qui il fenomeno diventa interessante. Quindi direi che si leggerà di meno ma meglio.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

(…)
non voglio fare un verso
che non abbia patito di persona;
come stasera, al perso
lume del giorno l’anima mi suona.

(Carlo Betocchi)

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Foto di Leonardo Pasquinelli

Intervista al poeta: Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta. Professore di liceo, saggista e narratore (il suo ultimo romanzo si intitola Bestia da latte, 2018, SEM editore), segue da molti anni il panorama poetico italiano (particolare attenzione ha dedicato all’opera di Andrea Zanzotto collaborando al Meridiano Mondadori e curando l’Oscar degli scritti letterari) e scrive poesia (Premio Viareggio 2011 con Vanità della mente, Mondadori editore). Il libro di poesia più recente è Telepatia (Lietocollle 2016). È direttore artistico di pordenonelegge. festa del libro con gli autori.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

La poesia, soprattutto quella italiana, sta bene. Però è fortemente ipocondriaca, forse a causa di tutti quelli che fingono di interessarsene (per educazione? per malizia?) e le richiedono continue visite e infiniti prelievi per innumerevoli esami, radiografie e tomografie inesauste.
Chi non ha mai avuto la sensazione che qualcuno si senta in obbligo di fare domande sulla sua salute, senza che gli importi davvero? Oppure, per fortuna più di rado, quasi speri che gli si risponda accusando qualche acciacco? Ecco, da molto tempo mi pare che la situazione sia questa.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Il punto di incontro tra memoria biologica e memoria culturale? Il brusio del corpo e il brontolio della coscienza che si fanno voce unisona e dissonante? Devo cercare un’altra frase ad effetto?
La domanda non è nuova, e la risposta è sempre stata condizionata (e lo è anche per me adesso) da una questione molto seria, che vede il fare (l’arte) da una parte e la morale (l’agire) da un’altra. Quello che complica la faccenda, a un certo punto, è la politica: è un’arte, se sì, l’“arte della politica” come intende l’“agire”, fa parte del fare?
Ma non basta, c’è qualcos’altro, ciò che l’uomo fa su se stesso attraverso l’esperienza, l’esercizio, l’ascesi, l’anacoresi, quelle che Peter Sloterdijk ha chiamato antropotecniche: che cosa fa l’uomo quando istruisce attraverso l’esercizio e l’esperienza se stesso a delle forme del fare (arte) che incidono sul duo agire (morale) e lo modificano?
Ho incontrato molto presto nella poesia questo punto di cecità dove il saper fare finisce e deve iniziare il modo di essere e dove il modo di essere nutre il saper fare. Un punto di cecità dove convergono molte forme del sapere, molte modalità del sentire e molti momenti dell’esperienza.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Solo di poesia? In ordine cronologico o in assoluto?
Facciamo in ordine cronologico: Th.S. Eliot, Andrea Zanzotto, Paul Celan, Seamus Heaney, le principali pietre d’inciampo.
Molto però ho imparato dagli amici poeti, quello che si impara anche controvoglia, quello che si dice “è una buona strada, ma non la mia”, oppure quello che scopri con il tempo che è giusto e prima credevi sbagliato e proprio allora è il momento di capire meglio anche quello che chiedi a te stesso.
In fondo però devo dire che quella che è stata la mia esperienza più vicina a ciò che si intende come un rapporto maestro-allievo mi lega senza dubbio ad Andrea Zanzotto.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Se torniamo alla risposta 2, possiamo aggiungere una coda: il poeta si giudica per quello che fa, ma se non diventa, se poi non è quell’uomo che fa quella cosa, allora fa il poeta ma non lo è. Parimenti si dica della donna poeta, con le differenze caso per caso ma senza disparità alcuna di valore.
Perciò direi che occorre esercizio per riconoscere i propri movimenti originari, quelli che legano corpo e parola, e poi metterli alla prova nella partita della vita, e poi di nuovo allenarsi e di nuovo giocare. E scrivere, qualche volta. Non troppo, dopo che si sono imparate le regole del gioco così bene che si potrebbe fare l’arbitro.
(Tra parentesi, com’è difficile giocare e fare l’arbitro! Raccomanderei almeno un’attenzione: se fate l’arbitro non vestitevi come i giocatori di una delle due squadre e se giocate in una delle due squadre non mettetevi a fischiare rigori).

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Perché non siamo (stati) un paese di lettori di romanzi, di cronache e di biografie. E adesso che il romanzo, la cronaca e le biografie sono diventate materia di scambio mediatico perché narrabili (notiziabili, si dice?), la pretesa di questi “lettori” di accostarsi alla poesia come ci si accosta ai gialli produce delusione.
Sono abbastanza convinto, inoltre, che la poesia non sia destinata ai grandi numeri di lettori, ai quali può forse arrivare una diversa versione popolareggiante, che veicola analoghi temi e simili intenti formali. Quella cultura popolare che un tempo incontrava Dante, Ariosto e Pascoli, Verdi e Puccini. Oggi però non c’è più nulla di popolare; c’è il pop, che è la produzione industriale di un oggetto culturale da piazzare sul mercato più vasto a disposizione. Allora non restano che esperienze individuali che si incontrano, se va bene in reticoli o crocevia di molti sentieri.
Il lettore di poesia è incerto, diffidente, totalizzante, ignorante, entusiasta, coltissimo… e cerca sempre nel rapporto con la poesia qualcosa che lo riguardi, che gli parli di lui, che lo svegli, anche a torto, ma non una forma di intrattenimento.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ci siamo buttati tutti sulla chiacchiera furiosa intorno all’ultimo istantaneo capolavoro (ah, Leopardi, e la sua “menstrua beltà”, quelli sì che erano tempi!), sull’ultimo fichissimo modo di dire… e pretendiamo di leggere poesia? Quella ha bisogno di tempo – tempo, silenzio e solitudine. Un’altra cosa. Il tragitto dalla parola popolare a quella della cosiddetta cultura alta si è interrotto: non c’è più una produzione popolare di lingua, c’è invece una popolazione che ripete una lingua prodotta da influenzatori stipendiati dal mercato; anzi il tragitto forse è invertito: i poeti e gli scrittori credono di contemporaneizzarsi meglio se adottano la lingua degli influenzatori del mercato. E le loro forme di comunicazione.
Questo per dire che la responsabilità è di tutti.
Ma una rinnovata attenzione per la lingua (la mater-materia della poesia) sarebbe già qualcosa.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Essere sinceramente appassionati. E/o ammaliati, scoperti, abbandonati, provocati, odiati, perseguitati, esaltati dalla poesia.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

No.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Come si fa a rispondere? Non sono sicuro che vorrei, però, che si leggesse più poesia al patto di ridurre la poesia a barzelletta o effettaccio emotivo rimbalzabile istantaneamente a chissà chi. A quel punto, sarebbe meglio che se ne leggesse di meno. Forse anche niente.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Propongo una non ironica ma stratificata risposta intertestuale: l’ultima lassa di La poesia è una passione? di Vittorio Sereni:

Sì li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d’uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro
pomeriggi di seguito scendendo
dal verde bottiglia della Drina a Larissa accecante
la tradotta balcanica. Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi –
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati
credendo nella guerra o non credendoci –
in quell’estate di ferro.
Forse nessuno l’ha colto così bene
questo momento dell’anno. Ma
– e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
le prime serpeggianti luci cittadine –
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
è altra roba altro agosto
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Umberto Fiori

Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949. Dal 1954 vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Negli anni ’70 ha fatto parte, come cantante e autore di canzoni, degli Stormy Six, uno dei gruppi storici del rock italiano. In seguito ha collaborato con il compositore Luca Francesconi (per il quale ha scritto due libretti d’opera e numerosi altri testi), con il fotografo Giovanni Chiaramonte e con i videoartisti di Studio Azzurro. È autore di saggi e interventi critici sulla musica (Scrivere con la voce, 2003) e sulla letteratura (La poesia è un fischio, 2007), di un romanzo, La vera storia di Boy Bantàm (2007) e del Dialogo della creanza (2007).
Il suo primo libro di poesia, Case, è uscito nel 1986 per San Marco dei Giustiniani. Sono seguiti, per Marcos y Marcos, Esempi (1992, 2004), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (1998) e La bella vista (2002). Del 2009 è Voi, Mondadori. Nel gennaio 2014 è uscito un Oscar Mondadori (Poesie 1986-2014) che comprende i libri pubblicati, più un inedito.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Mi è difficile parlare in generale della poesia (e del suo “stato di salute”). Se per poesia si intende un genere letterario, o una branca dell’editoria, tutti sanno che oggi in Italia non sta troppo bene. È una cosa che si sente ripetere da anni, ma mi sembra che non porti se non a inutili lamentazioni. Se invece parliamo di poesia in assoluto, le cose cambiano. Chiedersi come sta, la poesia, è come chiedersi come sta l’eros. Se lo “stato di salute” dei due – eros e poesia – peggiorasse fino a esiti estremi, non lo sapremmo, perché con loro saremmo finiti anche noi umani.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è il legame che ho sentito fin da bambino con le parole e con il mondo.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Indicare i propri maestri può essere fonte di equivoci. Il maestro è per definizione superiore all’allievo, ma il suo riconoscimento da parte del presunto allievo può essere un modo, da parte dell’allievo, per impadronirsi del suo presunto maestro, autoincensarsi e pavoneggiarsi. Se io dicessi, mettiamo, che il mio maestro è Dante, più che rendere omaggio a Dante pretenderei –implicitamente – di essere un suo diretto erede e prosecutore. Il che, evidentemente, è ridicolo. Più che identificare i miei “maestri”, quindi, mi sentirei di indicare alcuni tra gli autori che ho più ammirato e studiato e dai quali ho cercato di imparare qualcosa. Escludendo per brevità gli antichi, direi Baudelaire, Leopardi, Montale (soprattutto Ossi di seppia) e Kafka (che non è un poeta, ma forse qualcosa di più). Quelli da cui ho avuto la fortuna di ricevere ammaestramenti diretti (consigli, critiche, incoraggiamenti) sono Vittorio Sereni, Franco Fortini e Franco Loi.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non credo che ci sia un metodo valido per tutti e in ogni tempo. Ciascun poeta diventa tale attraverso percorsi diversi, a volte contrastanti. E poi, la qualifica di “poeta” – soprattutto oggi – è molto equivoca e controversa. Dire che qualcuno “è un poeta” può costituire un giudizio di valore (ormai un po’ fuori corso), o invece, semplicemente, la constatazione di una posizione pubblicamente riconosciuta (e precaria) nel quadro della letteratura di un certo tempo. In una poesia di Sereni, Poeta in nero (in Stella variabile), si parla di un personaggio che in silenzio si esibisce per strada – vestito di nero, appunto, in piedi su uno sgabello – con un cartello che dice: “Ich bin stolz ein Dichter zu sein” (sono fiero di essere un poeta). Ecco, mi pare che proprio questa esibizione (Sereni non lo dichiara, lo sottintende) sia l’opposto della poesia. Ma non voglio sfuggire alla domanda. Per diventare un poeta occorre un’altissima attenzione per il mondo, un profondo ascolto delle parole e della propria voce. Occorre entusiasmo, e ritegno, e spietata autocritica. Occorre un’intensa idiozia e una rigorosa razionalità; una speranza incrollabile, e una lucida disperazione. E poi occorre fatica, orecchio, pazienza, costanza, studio, umiltà.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Anche questa è una cosa che si sente ripetere da anni. Credo che una delle ragioni sia che per suonare uno strumento, o costruire un ponte, o fare un goal, è necessaria una tecnica, e chi non ce l’ha non può nascondere la propria inettitudine; la poesia invece, apparentemente, è qualcosa che tutti possono fare: basta saper leggere e scrivere, basta un foglio e una penna (o un computer). A me non pare, comunque, che la situazione sia molto peggiorata rispetto al passato. Non credo che ai tempi di Montale o di Caproni i lettori di poesia fossero tanti di più; era il prestigio culturale della poesia a essere maggiore (e di conseguenza la sua responsabilità). Oggi sono aumentati i pretesi poeti (fake-poets), e l’idea di poesia si è polverizzata e diffusa, fino a costituire un allegro miraggio di massa fra i tanti. Certi sedicenti poeti danno l’impressione di non leggere nemmeno se stessi.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Non me la sento di indicare delle responsabilità. E poi, non credo serva a molto parlare della poesia come di un valore culturale da difendere, predicare, diffondere. Come la natura in un famoso frammento di Eraclito, la poesia è la “sempre salva”. Oggi pensiamo di dover salvare anche la natura: se può essere salvata (da noi), ciò implica che può anche essere annientata (sempre da noi). Ma forse la “salvezza” della natura (della poesia) travalica e precede la nostra volontà.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Non saprei proprio. Io ci ho provato per anni, come insegnante, come poeta e come critico. Ma non mi sento di indicare un “metodo”, anche perché i risultati sono incerti. Direi che si procede per contagio. Ma l’infezione non è garantita.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Instapoets? A stento so cosa sono; ma posso facilmente immaginarlo (certe “novità” si conoscono già prima che esplodano, per essere presto dimenticate). Chissà, magari qualche lettore di instapoetry sarà stimolato a leggere un libro di poesia. E magari qualche compratore di souvenir di plastica del David di Michelangelo sarà stimolato a studiare la scultura…

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Bisognerebbe chiederlo a un sociologo. Io la poesia mi limito a scriverla (quando ci riesco).

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

I primi che mi vengono in mente sono l’inizio di un testo del mio libro d’esordio (Case, 1986) intitolato Sviluppo (poi Sguardo), due versi che mi sembrano un po’ la sintesi di molte delle cose che ho scritto: “Più grande di tutto è lo sguardo, / ma le case sono più grandi”.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Intervista al poeta: Guido Mazzoni

Guido Mazzoni è nato a Firenze nel 1967. Vive a Roma. ha pubblicato i libri di poesia La scomparsa del respiro dopo la caduta (in Poesia contemporanea. Terzo quaderno italiano, a cura di F. Buffoni, Guerini 1992), I mondi (Donzelli 2010) e La pura superficie (Donzelli 2017, Premio Pagliarani 2018) e i saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002), Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005), Teoria del romanzo (Il Mulino 2011) e I destini generali (Laterza 2015). È in uscita per Alidades un’antologia francese delle sue poesie (Grammaire. Choix de poèmes 1997-2017).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Distinguerei fra giudizio di valore e sociologia della letteratura. Ciò che si scrive oggi non è né migliore né peggiore di quello che si scriveva un secolo o mezzo secolo fa, ma la poesia come istituzione, come forma della cultura, ha perso il proprio mandato sociale. È l’arte più praticata e la meno letta: molti hanno provato a scrivere poesie una volta nella vita, pochissimi leggono poesie altrui o sanno distinguere fra bosco e sottobosco, fra autori riconosciuti e puri dilettanti; le persone colte sentono ancora il bisogno di interessarsi ai film, ai romanzi o alle mostre di cui si parla, ma non sanno nulla di poesia contemporanea e non percepiscono questa ignoranza come un problema.
Si tratta di un fenomeno consustanziale alla poesia moderna, necessario e inevitabile. In Italia emerge all’inizio del Novecento («gli uomini non domandano più nulla dai poeti», Palazzeschi, Lasciatemi divertire; «io mi vergogno, sì, mi vergogno di essere un poeta», Gozzano, La signorina Felicita) e si aggrava nel corso degli anni Settanta, quando il prestigio che circondava la letteratura e i libri pubblicati viene meno nell’epoca della scolarizzazione di massa e della presa di parola collettiva. La poesia moderna perde il mandato perché è il più egocentrico dei generi letterari. Nella sua forma più comune, quella lirica, il testo contiene frammenti di esperienze personali scritti in uno stile fortemente personale, e anche gli autori che rifiutano l’io finiscono comunque per usare la forma in modo straniato, cioè distante dal grado zero del senso comune, che non a caso concepisce la poesia come un genere difficile o oscuro. In questo senso la poesia moderna è un sintomo, esprime la logica profonda di un’epoca segnata dall’individualismo. Invece da un punto di vista pratico finisce per soccombere a questa stessa logica, perché il risultato ultimo di un simile processo è la moltiplicazione delle monadi. A tutti interessa esprimere la propria differenza, a pochi interessa leggere la differenza altrui. Il nostro genere ha vissuto questa contraddizione molto prima che la televisione via cavo o internet la rendessero popolare fra le masse e oggi paga il proprio radicalismo e la propria lungimiranza con l’emarginazione dalla vita collettiva.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Una forma d’arte, una delle tante, l’unica che mi riesce praticare decorosamente.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Fra i grandi poeti del canone moderno, Leopardi, T.S. Eliot, Wallace Stevens, Montale. Fra i poeti italiani del secondo Novecento soprattutto Sereni e Fortini, ma in un’altra fase della vita, oggi non più. Fra i poeti delle generazioni che precedono la mia le influenze sono state molteplici e sono cambiate nel corso del tempo. Negli ultimi anni il poeta da cui ho imparato di più è Carlo Bordini. Ma gran parte degli autori che mi hanno influenzato non hanno scritto poesie.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

La posta di ingresso è bassissima. Basta saper scrivere, e neanche tanto bene. Da questo punto di vista è molto più difficile suonare in un gruppo, disegnare fumetti e persino dedicarsi al romanzo.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

È un fenomeno che riguarda tutti i paesi occidentali avanzati, fa parte della logica della poesia moderna ed è inevitabile (vedi punto 1).

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

È inevitabile che la poesia venga letta poco. O almeno: è inevitabile che la poesia seria, lontana dal senso comune, venga letta poco (vedi punti 1 e 8).

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Bisogna soprattutto dire che cosa non bisogna fare. Bisogna evitare le scorciatoie divulgative. Ce ne sono due, entrambe sbagliate. La prima pretende di dare subito, al lettore ingenuo, la poesia che il lettore ingenuo può capire, con la scusa che si tratta comunque di poesia, e che in questo modo alcuni dei lettori ingenui si appassioneranno a scritture più complesse. Non accadrà mai: l’educazione estetica non funziona così, e quando è condotta in questo modo educa solo al midcult, che è l’antimateria dell’arte autentica, il suo nemico peggiore. La seconda, che si lega spessissimo alla prima, pretende di divulgare poesia attraverso lo stereotipo della poesia: il sentimentalismo, le metafore topiche, le anafore topiche, tutto il bric-à-brac del poetese. Anche in questo caso il risultato è tremendo. E infine, oltre a evitare le scorciatoie divulgative, bisogna evitare di credere che l’impopolarità della poesia dipenda dal fatto che finora la poesia moderna è circolata sotto forma di testo scritto destinato alla lettura solitaria e silenziosa, mentre oggi lo sviluppo dei media ha reso possibile riscoprire la dimensione della performance, potenzialmente più popolare. Non ho nulla contro chi recupera l’aspetto teatrale e musicale che la poesia ha avuto in altre epoche, ma mi pare evidente che il pubblico che segue queste tendenze sia di nicchia esattamente come quello della poesia destinata alla lettura silenziosa. Una nicchia diversa, un po’ più grande forse e un po’ più distratta, ma nulla di paragonabile a ciò che può ancora succedere nel romanzo.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Gli instapoets sono un fenomeno molto interessante da un punto di vista sociologico. Finora la poesia aveva perso il mandato sociale e proprio per questo ignorava il masscult e conosceva il midcult solo in forma marginale (Neruda, Gibran, Hikmet, Merini). La perdita del mandato sociale aveva preservato il nostro genere da una commistione che nel romanzo è diventata comune, perché è un effetto inevitabile dell’allargamento dei lettori dovuto alla scolarizzazione di massa. Minoritari nella scrittura in versi, il masscult e il midcult poetici erano finiti in un’arte limitrofa, cioè nei testi delle canzoni. Oggi i social network sembrano aver creato le condizioni perché il midcult e il masscult entrino in poesia. In questo senso gli instapoets non aumentano la possibilità di avvicinare nuovi lettori alla poesia seria. L’educazione all’arte seria non funziona in questo modo (punto 7).

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Si leggerà più poesia cattiva.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

È una domanda che non ha senso da quando non si pensa più il testo come un’unità fatta di versi regolari, ovvero da quando esiste il verso libero, più o meno. Ciò detto, l’endecasillabo più bello della letteratura italiana è «nulla nessuno in nessun luogo mai», senza discussione.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Dino Ignani

Intervista al poeta: Franco Buffoni

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) ha pubblicato Suora carmelitana (1997), Il profilo del Rosa (2000), Theios (2001), Guerra (2005), Noi e loro (2008), Roma (2009). L’Oscar Poesie 1975-2012 raccoglie la sua opera poetica. Con Jucci (Mondadori 2014) ha vinto il Premio Viareggio. In seguito sono apparsi Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli 2015), O Germania (Interlinea 2015), Poeti (Lietocolle-Pordenonelegge 2017). È autore dei romanzi Più luce, padre (Sossella, 2006), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2014), Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos 2016). Del 2017 l’opera teatrale Personae edita da Manni. Del 2018 il libro-intervista Come un polittico che si apre, scritto con Marco Corsi per Marcos y Marcos, e il libro di poesia La linea del cielo (Garzanti). Il suo sito è www.francobuffoni.it

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Il criterio di fondo che ho adottato per la scelta degli autori della collana “Lyra Giovani” dell’editore Interlinea (ma ciò vale anche per I Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che dirigo da vent’anni per Marcos y Marcos) è coniugare due obiettivi: l’alta qualità nella ricerca e l’innovazione radicata nella tradizione. Il giovane autore pubblicato in LyraGiovani deve aver studiato e deve conoscere la storia della poesia italiana, oltre a quella latina e qualche letteratura straniera, deve averle introiettate, ma deve poi essere in grado di rinnovare tutto questo con un dettato proprio, con un’autonomia di tipo estetico. Non è facile, è una bella pretesa, lo ammetto. Faccio un esempio, in grande sintesi: Giovanna Cristina Vivinetto e Julian Zhara, due degli autori pubblicati di recente, che rappresentano motivo di interesse anche per chi non sia lettore consueto di poesia. Zhara propone un’innovazione di tipo metrico-stilistico, conosce la metrica italiana in modo approfondito, pur essendo di madrelingua albanese. Tutto lo sforzo che ha compiuto sulla lingua italiana appartiene all’età adulta, quindi l’esito è di grande interesse. Mi ricorda un po’ il rapporto che ha con la lingua italiana la recente vincitrice del Premio Strega Helena Janeczek, che è di madrelingua tedesca: sono casi molti interessanti questi, di autori che si sono appropriati dell’italiano come di un dono consapevole, sono fonte di grandi sorprese. Quindi, nel caso di Zhara, forse prevale il come dire le cose sul che cosa dire. In Vivinetto avviene esattamente il contrario: la sua scrittura è inserita nella tradizione italiana, mi ricorda molto la scrittura poetica anni sessanta-settanta della Maraini, che ha peraltro firmato la prefazione al libro, una scrittura femminista e di tipo rivendicativo; e un po’ anche la scrittura poetica e politica del grande narratore Primo Levi, altrettanto rivendicativa, incentrata sulla sua terribile vicenda biografica. Vivinetto racconta per sé e per gli altri la sua transizione di genere. Qui prevale il che cosa dire sul come dirlo. Vivinetto è tradizionale nella scrittura ed estremamente innovativa nel contenuto, perché è la prima poeta trans in Italia, mentre in Zhara è fondamentale il rapporto innovativo con la lingua italiana e con la sua tradizione metrica. Per quanto riguarda i prossimi titoli in uscita nella collana “Lyra Giovani”: il primo è “Omonimia” di Jacopo Ramonda, autore molto interessante dal punto di vista tecnico, perché propone un’innovazione della poesia in prosa, che nella cultura italiana ha un grande rappresentante in Giampiero Neri. Il secondo è “Trasparenze” di Maria Borio, che oltre a essere poeta è critico letterario e saggista, e cura il sito di Nuovi Argomenti. “Trasparenze” è un’opera che nasce da un progetto hegeliano, strutturato per tesi/antitesi/sintesi: la sintesi è la trasparenza, mentre il puro e l’impuro sono rispettivamente la tesi e l’antitesi. Qui di nuovo l’originalità è anche tematica.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Imposterei questa risposta partendo dal concetto di diario, il journal intime che ho tenuto ininterrottamente dal 1971 al 2006 e che oggi giace secretato fino al 3 marzo 2048 (quando compirò cento anni) al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, insieme agli avantesti di tutti i miei libri, all’epistolario e all’archivio della rivista Testo a fronte. Smisi di tenere il diario quando cominciai a scrivere Più luce, padre (Sossella 2006). In seguito altri docu-fiction Zamel (Marcos y Marcos 2009), Laico alfabeto (Transeuropa 2010), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2012) fino al recente Racconto dello sguardo acceso, hanno assorbito la funzione stabilizzatrice del mio equilibrio psichico svolta in precedenza dal diario. Ma con una differenza essenziale: il diario era scritto solo per me stesso (difatti adesso è secretato al Centro Manoscritti di Pavia fino al 2048 quando compirò cento anni), mentre quando aggiungo una nuova pagina ai miei docu-fiction (passando magari prima attraverso quell’utile prova d’orchestra che per me sono i social), so che molte persone dopo qualche minuto (per esempio su facebook) o dopo qualche mese in cartaceo, potranno leggerla. Non è un caso che in questa risposta io abbia menzionato solo libri di narrativa o docu-fiction. La poesia, cui principalmente devo la mia immagine pubblica, ha svolto e svolge un ruolo molto marginale nella mia presenza sui social. Per due ragioni: sono un poeta da libro, non da singolo testo, quindi preferisco dialogare coi miei lettori sui libri che pubblico (Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli 2015; O Germania, Interlinea 2015; Jucci, Mondadori 2014; l’Oscar Poesie 1975-2012; La linea del cielo, Garzanti 2018) piuttosto che su qualche poesia apparsa su un social. La poesia, quando è vera, crea la lingua e sa narrare in modo nuovo. Credo che il/la grande poeta italiano del secolo XXI sarà figlio o nipote di qualcuno che al semaforo tentava di lavarci il vetro. Avrà studiato Lucrezio e Petrarca come noi, ma avrà udito fonemi e respirato aromi che noi non conosciamo: farà digerire tutto questo all’italiano, che resterà italiano ma canterà in modo nuovo.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

In primis Vittorio Sereni, col quale purtroppo ebbi pochi contatti diretti, perché morì giovane, ma alla cui immagine e al cui carisma mi sento tuttora legato. Come scrivo nelle poesie a lui dedicate – “Di quando la giornata è un po’ stanca”, “Vittorio Sereni” e “Vittorio Sereni ballava benissimo” – riconoscevo mio padre in Sereni, e Sereni in mio padre. Entrambi ufficiali dell’esercito italiano, coetanei (Sereni nato nel 13, mio padre nel 14, Sereni morto nell’83, mio padre nell’80), entrambi prigionieri dal 43 al 45. E molto simili nel modo di fare e nel modo di porsi, autorevoli e anche un po’ autoritari. Contatti diretti per molti decenni li ebbi invece con Luciano Erba e Nelo Risi. Soprattutto Risi è stato per me un maestro di etica: abitavamo vicini a Roma, e lo andavo a trovare a via Capo le Case, poi negli ultimi anni a via del Babuino, nella casa della ex moglie Edith Bruck. L’asciuttezza morale e l’estremo rigore ateo del medico Nelo Risi mi hanno insegnato molto, più di quanto non mi abbia insegnato il cattolicesimo pessimistico di impianto francese di Luciano Erba, al quale tuttavia mi legava una profonda simpatia umana. Ti faccio un esempio: quando diedi a Erba il testo della Suora carmelitana, glielo diedi espurgato dei due versi relativi al fistfucking, perché ero convinto che lo avrebbero ferito. Ne ebbi conferma pochi mesi dopo, quando a Mario Luzi diedi il testo integrale, ed egli mi rispose (tornando a darmi del lei) che quel poemetto, per via di quei due versi, era écoeurant, disgustoso, aggiungendo: “Credo che questo fosse proprio l’obiettivo che lei si era prefisso. Quindi: bravo”. La lettera autografa di Luzi sta con tutto il mio epistolario al Fondo manoscritti dell’università di Pavia. Mentre quando feci leggere il testo integrale a Giovanni Giudici (col quale ci fu un intensissimo rapporto nell’ultimo decennio della sua vita cosciente), e gli chiesi consiglio sull’opportunità di espungere quei due versi, mi rispose: “Invece li devi lasciare. Se tu li togliessi verrebbe a mancare una colonna portante del senso complessivo del lavoro”.
Ma il mio mentore fu Giovanni Raboni: mi inventò come poeta e mi inventò come traduttore: io esco da una sua costola. Mi pubblica, quando sono assolutamente inedito, nel ’78: «Paragone» e poi il Quaderno collettivo di Guanda. Malgrado quell’esordio, resto un appartato. Ed è proprio ciò che Raboni fa notare nella prefazione a I tre desideri nel 1984. Nonostante i riconoscimenti, ancora non ero entrato nel meccanismo. Ma nell’81 Raboni mi aveva posto la domanda essenziale: “Perché non traduci tutti i poeti romantici inglesi?” Già mi aveva fatto tradurre Keats per Guanda. In precedenza non avevo mai pensato di applicarmi seriamente alla traduzione di poesia. I due esordi – come poeta e come traduttore di poesia – sono cronologicamente vicini e, quel che più conta, furono mossi dalla stessa volontà e per la stessa collana: la Fenice di Guanda. Credo proprio di essere stato trattato bene dal destino. Quindi non è paragonabile quello che ricevetti da Raboni, rispetto a quanto ricevetti da altri maestri. L’ultima sua lettera è del 12 marzo 2004. Raboni aveva allora settantadue anni e parla di Guerra – che poi sarebbe poi uscita nello Specchio alla fine del 2005 – come di un libro già pronto (anche questa lettera, come tutto il mio epistolario, è custodita al Centro manoscritti di Pavia). Allora Raboni dirigeva la collana di Marsilio, e tra le altre cose mi chiede: dove intendi pubblicare questo libro così compatto e forte? Non ebbi la possibilità di rispondere perché mi giunse la notizia dell’ictus che nel volgere di pochi mesi lo portò alla morte.
C’è stata anche molta vicinanza con Franco Fortini, in particolare nella seconda metà degli anni ottanta e nei primi novanta. Ricordo che lo andavo a trovare a piedi, nella sua casa vicino all’Arena, perché per quattro anni ebbi anche un contratto a Milano Iulm, ancora nella vecchia sede all’Arco della Pace. Qualche volta faceva lui la passeggiata, ascoltava la mia lezione di letteratura inglese, poi la commentava al bar ritrovando a tratti anche la sua antica energia polemica. Infine lo riaccompagnavo a casa. Fu un rapporto stupendo, molto generoso da parte sua, che credo di dovere un po’ all’ingiustizia da lui messa in atto nei confronti di Pasolini. Mi son fatto questa convinzione. Che l’affetto e l’amicizia per me così immediata e così gratuita – Fortini accettò persino di far parte del comitato scientifico della mia rivista «Testo a Fronte» – fosse una sorta di compensazione. Essendo egli stato ingiusto ai tempi con un omosessuale in quanto omosessuale, ed essendo questi scomparso tanto precocemente, non potendo quindi più egli “rimediare” (Fortini era fatto così), fu con me generosissimo, quasi a compensare le parole cattive di tre decenni prima. Anche le sue lettere sono custodite a Pavia.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Io consiglio sempre di leggere, leggere, leggere tantissimo, non solo poesia, ma anche la grande narrativa e la grande saggistica, per diventare persone colte. Consiglio di studiare molto bene le filologie, le etimologie, di studiare almeno due lingue classiche e due o tre lingue moderne. Consiglio molto di tradurre: la traduzione è un grandissimo esercizio, anche per diventare poeti, perché dà la misura della propria originalità, della capacità di innovare o meno. Dopo, quando si è convinti davvero che il proprio libro debba essere pubblicato, che ne valga davvero la pena, allora consiglio di cercare buon editore e/o curatore di collana.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori? 6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco? 7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Io ho compiuto settanta anni e sono cinquanta anni che bazzico il mondo della poesia. Da cinquanta anni sento fare questo discorso: è proprio il genere letterario in sé che è fragilissimo, ma è il più duraturo in assoluto, il più antico e il più fedele a sé stesso. Il libro di narrativa può anche vendere migliaia di copie, però poi alla lunga, nelle antologie scolastiche restano i poeti. Sono i poeti che innovano il linguaggio e sono i poeti che vanno maggiormente in profondità. Dunque direi che questa è la chiave. Quante volte accade che idee parole e stilemi inventati da poeti vengano assunti da divulgatori come possono essere i cantautori o certi narratori? Non è il numero di copie vendute che deve interessare. La vera letteratura, la grande letteratura, si trova tra i poeti. Ci sono narratori che nell’otto-novecento hanno venduto centinaia di migliaia di copie, di cui oggi non ci si ricorda nemmeno più il nome. Bisogna mettersi in quest’ottica. Anch’io faccio letture di poesia e mi sono simpatici gli slam poetry e i festival, purché si sia consapevoli che la poesia è in prima istanza un dialogo diretto e profondo tra il poeta e il lettore, e questo può avvenire solo nel silenzio e nella concentrazione. Naturalmente parlare di silenzio e di concentrazione significa parlare di cose elitarie, dove per élite intendo una élite dell’anima. Certo, io faccio di tutto per promuovere il genere letterario poesia, ma non penso di dover sfidare i cantautori o i narratori, che vanno per la loro strada e raggiungono il loro successo effimero, mentre la poesia segue un percorso diverso. Dalla seconda metà del Novecento il genere letterario poesia è diventato sempre più di nicchia: su un pubblico generalista ha sempre meno presa, con un conseguente ridimensionamento del ruolo del poeta. Perché il poeta è più appartato e oggi si tende a dare maggiore enfasi a chi si espone di più. È più facile che su certe tematiche venga intervistata una persona dal brillante eloquio, ma superficiale, piuttosto che un poeta, questo è verissimo. Oggi molta gente non conosce nemmeno il nome dei poeti più importanti. Secondo me è il destino di tutte le arti: a partire dal Novecento questo fenomeno va aumentando e vale per la musica, la pittura, la scultura. Il pubblico non conosce i poeti perché dovrebbe fare uno sforzo per comprenderli, la poesia è un fenomeno che richiede preparazione per essere compresa e la gente ne ha sempre meno. Prima della concentrazione e del silenzio, per godere della poesia occorre la preparazione, bisogna studiare per poterla capire e poi per poterla apprezzare. In questo senso la scuola potrebbe fare di più. Invece fa poco, anche perché per insegnare, occorre sapere, e i primi a non essere preparati a insegnare la poesia spesso sono proprio gli insegnanti. Io però sono convinto che la Poesia esisterà e resisterà sempre.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non credo.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Tutto mi fa supporre che la situazione resterà quella attuale. Fino agli anni Novanta esisteva un enorme setaccio che era rappresentato dalle riviste cartacee di poesia: c’erano quelle di serie A, in cui un comitato scientifico di alto livello valutava l’eventuale pubblicazione; c’erano quelle di serie B e quelle di serie C, in cui chiunque si abbonava riusciva a far pubblicare le proprie poesie. Un poeta piano piano si faceva strada, si faceva apprezzare passando al setaccio delle migliori riviste: la collazione del proprio lavoro su queste realtà, magari correlata dalla presentazione di un grande poeta, portava inevitabilmente all’attenzione del pubblico della poesia. Questo setaccio è ormai quasi completamente scomparso, insieme alle riviste cartacee. Oggi però esiste la Rete e io noto che anche nella Rete, più o meno si sta verificando lo stesso meccanismo: esistono i siti dove tutti pubblicano, senza selezione, perché è un gioco collettivo a cui può prendere parte chiunque, ed esistono i siti in cui per pubblicare bisogna passare la selezione di un comitato di lettura. Quindi anche nel virtuale della Rete si verifica più o meno lo stesso fenomeno del passato. Si vedono nomi che col passare degli anni superano vari filtri e arrivano a essere presi in considerazione. È un processo lento ma c’è. Il filtro c’è ancora, gli aspiranti poeti sono tantissimi, ma non bisogna cadere nell’errore di pensare che oggi ce ne siano di più rispetto al passato: gli aspiranti poeti ci sono sempre stati e sono sempre stati decine di migliaia. A diciotto anni è molto comune pensare di poter diventare poeti. A fare la differenza è il continuare a scrivere, è il ricevere feed-back positivi, che arrivano con il tempo, quando la produzione è davvero convincente. Per ogni generazione (dieci/quindici anni) restano non più di due o tre nomi, gli altri sono dimenticati: per questo sembra che in passato ci siano stati meno poeti, ma è solo perché si ricordano solo i migliori. Il fenomeno virtuale è un mondo nuovo che si è schiuso negli ultimi venti/trenta anni e va studiato con serietà, però sono convinto che nel suo significato profondo non sia diverso da prima, il setaccio è ancora in funzione.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Questa poesia non è ancora uscita in volume. La scrissi la sera del Premio Strega: avevo votato ed ero lì per festeggiare la mia amica Helena Janeczek al ninfeo di Valle Giulia. Mentre tutti si agitavano attorno al tabellone dei risultati, Andrea – il giovane che mi accompagnava – divorava portate su portate seduto tranquillo al nostro tavolo…

Da una tana di scoiattolo

In Siberia da una tana di scoiattolo
E’ resuscitato un verme
Di quarantamila anni fa.
Prelevato da un campione di permafrost
Presso il fiume Alazeya
L’animale come nulla fosse
Ha ricominciato a muoversi e a mangiare.
Mi contagia l’entusiasmo dei ricercatori
Dalla Doklady Biological Science:
La scoperta apre immense prospettive
Anche per gli esseri umani.
Mi piacerebbe tra duecento anni
Vederti uscire da una tana di scoiattolo
Per tornare al Ninfeo di Villa Giulia
Tra i reperti etruschi
Con questo cracker in mano.

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Dino Ignani