Franco La Cecla

San Francisco

Fin troppo brevi per essere dette
sfugge quasi la memoria
sono disteso dalla luce
entra – una immensa finestra
l’oceano appagato, solcato
da navi gialle.

Ancora qui col segno della Baia
come non credevo
l’America – il mal d’America
eppure questi giorni
un lampo di bellezza da non dire.
No – non dire – verrà
verrà da solo come i fiori del mattino:
Fort Mason e le vele
e i fili sottili degli alberi
dove siamo silenziosi
saggi più degli antenati.

Ci sono misteri
ma è meglio non dire,
il sentimento prevalente
è il chiarore
e il presente.

La terra negli occhi (Interno Poesia Editore, 2019)

Emily Dickinson


If I can stop one Heart from breaking
I shall not live in vain
If I can ease one Life the Aching
Or cool one Pain

Or help one fainting Robin
Unto his Nest again
I shall not live in vain.

 

*

 

Se posso impedire a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se posso alleviare a una vita il dolore
o smorzare una pena

o aiutare un languente pettirosso
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.

 

La mia lettera al mondo (Interno Poesia Editore, 2019), cura e traduzione di Andrea Sirotti

Giacomo Leopardi

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ’l suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Versi (Interno Poesia Editore, 2019)

Intervista al libraio: Antonio Migliore

Antonio Migliore è nato a Modica. Dopo aver studiato e vissuto a Siena e a Roma, da qualche anno vive a Milano. Lavora da Verso.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di libraio?

Fare il libraio vuol dire selezionare, sistemare, consigliare e comunicare nel miglior modo possibile (anche attraverso diversi mezzi) bei libri e belle storie.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Non mi annoio mai e qualche volta mi piacerebbe annoiarmi un po’ di più. Non stare fermo un attimo, questo mi diverte, non sopporto chi entra in libreria e non saluta.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: sei un lettore di poesia?

Qualche volta leggo o rileggo anche libri di poesia. Szymborska, Giacomo Leopardi. Tra le ultime scoperte Velimir Chlebnikov, poeta russo e la raccolta 47 poesie facili e una difficile. Mi piacciono molto anche quelle opere meno canoniche, come la raccolta Bonus, del poeta e scrittore islandese Andri Snær Magnason, ambientata in una catena di supermercati.

 

4. Quanti titoli di poesia ospita tra gli scaffali la tua libreria?

Una cinquantina di titoli.

 

5. Ospitate presentazioni dedicate alla poesia?

Sì, almeno due, tre al mese, tutte molto partecipate.

 

6. E come vanno le presentazioni, le vendite, in generale quanto seguito ha la poesia nella libreria Verso?

Le presentazioni di raccolte poetiche, così come i reading, vanno sempre molto bene. Il pubblico è sempre molto coinvolto. Si vendono più i libri e le opere dei poeti classici (Baudelaire, Merini, Dickinson), si fatica un po’ di più con le nuove voci, ma attraverso eventi e presentazioni riusciamo a proporre anche raccolte e opere di poeti e poetesse giovani, o comunque non molto conosciuti.

 

7. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

A me sembra, da libraio e da quel che vedo e sento tutti i giorni in libreria, che c’è molto interesse per la poesia. Almeno un paio di persone al giorno domandano dove si trova lo scaffale coi libri di poesia. E una su due va via con un libro. Non mi piace affibbiare responsabilità, ma mi piace guardare alle cose positive: ho l’impressione che si legga in generale un po’ di più, anche poesia, grazie anche ai social media. Ci sono molti esempi interessanti, tra tutti Rupi Kaur che da Instagram è arrivata nelle librerie e i suoi libri sono dei bestseller. Non credo sia stato un caso.

 

8. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

I poeti, e chi si occupa di poesia, dovrebbero andare nelle scuole a fare laboratori di poesia.

 

9. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Certo, come ho spiegato prima, per il caso di Rupi Kaur.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Davide Rondoni

Davide Rondoni (Forlì, 1964) ha pubblicato alcuni volumi di poesia: La natura del bastardo (Mondadori 2016), Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013) con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari paesi in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e Tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L’allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017), Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), sull’insegnamento a scuola, Il fuoco della poesia (Rizzoli 2008) e Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica, e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Cosa intendi per stato di salute? Ogni volta che qualcuno scrive o dice una buona poesia la salute della poesia è ottima, ogni volta che uno spaccia per poesia robetta, allora sta male… Ad altro genere di valutazioni sullo stato della poesia come se fosse una merce di cui si presume di calcolare la circolazione o il consumo non credo…

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Un’arte. Ed è un’arte che lavora sulla parola al massimo grado di perizia e intensità, e che riguarda un elemento fondamentale della natura umana – la parola appunto – ovvero il nostro modo di conoscere ed esprimere il mondo… beh, insomma è un’arte fantastica e difficile… e da rispettare, con umiltà e follia generante…

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho avuto l’onore di essere incoraggiato all’inizio e accompagnato da poeti che considero i maggiori del secondo novecento, Luzi, Caproni, Testori… e loro con altri, come Bigongiari, Loi mi sono stati maestri sia nel rapporto personale, sia nella lettura dei loro lavori… e potrei fare anche altri nomi, anche di poeti amici con cui si discute, ci si confronta… E poi maestri di poesia non poeti, ma persone sante o persone di gusto, artisti o esperti di altre arti, e poi tante persone geniali, operose, attente al movimento profondo della vita… Gente la cui occhiata o la cui opera mi ha mostrato cose importanti per l’arte della poesia…

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Nulla di particolare, e tutto di particolare. Ovvero si tratta di spendere totalmente con serietà, generosità e allegro naufragio un talento particolare, quello di dare voce alla esperienza di tutti, e diventare degli uomini-finestra. Il contrario del narcisismo e dell’egocentrismo. Parlo a livello profondo, esistenziale e spirituale.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Non è vero, è uno dei luoghi comuni con cui bisogna “lottare” (non dei peggiori). Ogni libercolino di poesia ha almeno un lettore (fosse pure la mamma o la zia o il moroso dell’autore/autrice) quindi anche solo così i lettori sono il doppio degli autori… Poi io sono contento di esser nato sotto un cielo in cui fioriscono tanti poeti, grandi o piccoli, non trovo sia una cosa di cui lamentarsi, sarebbe peggio nascere sotto un cielo dove spuntano che so, un sacco di commercialisti o di palazzinari…
Noi siamo la terra di Francesco, Jacopone, Guinizelli, e prima dei Siciliani, e di Guittone, e poi su di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Montale, Ungaretti, eccheccazzo… Che nascano poeti o tentativi di poesia è naturale e meraviglioso… Siamo la terra dell’arte, ed è una grande responsabilità civile e umana. Di cui forse i poeti dovrebbero occuparsi di più invece di irrancidire in luoghi comuni comodi e inerti. Poi chi si occupa davvero di poesia ovviamente dovrà leggere e nutrire la propria arte nel confronto con la altrui… In generale, mia nonna non aveva letto granché, ma non era una brutta persona. La cultura di una persona non coincide con la sua biblioteca…

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ma sei sicuro che si legga poca poesia? I numeri editoriali non dicono granché sulla lettura della poesia, cosa che può avvenire nel frammentario del web, con l’ascolto alla radio o in tanti reading… E spesso buoni libri di poesia vendono – non solo alla lunga distanza – più di altri generi di libri.
Ammesso che sia vero che se ne legge poca (ma molta di quella presunta che si pubblica forse è meglio che non si legga…) se davvero bisogna incolpare qualcuno innanzitutto chi la fa, poi chi dovrebbe farla conoscere, poi chi la insegna e chiunque ne parla o la tratta in modo morto o stupido.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

La gente si appassiona alla poesia quando vede che chi la legge è più vivo e intenso. Il resto sono conseguenze metodologiche derivanti da qui. Ho fatto un libro, come sai, su queste cose (Contro la letteratura, Bompiani 2016). È lì, per chi vuole interessarsi e non ha paura di andare contro i luoghi comuni, e vuole lavorare sul metodo per condividere la poesia specie ai più giovani.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non mi piacciono le aggiunte, gli aggettivi o simili al nome poeta. Come non ha senso parlare di poeti sperimentali, così ha ancor meno senso parlare di Instapoets. O son poets buoni o son scarsi poets, sia che usino Instagram sia che incidano i versi sulla pietra. Sono magari buoni influencer come si dice oggi o cazzari sentimentali o abili comunicatori… Valutare la qualità di una poesia in followers è come decretare che il Tavernello siccome è più bevuto del Barbera è uno dei migliori vini di Italia. La diseducazione del gusto è una colpa grave. E viene pagata – esiste un Dio della letteratura che se pubblichi robette o favorisci i tavernelli della poesia perché pensi che sia più glamour, ti punisce in qualche spietato modo, prima o poi, e innanzitutto con un senso di vuoto.
Certo, vedo molti più like sotto le foto di talune poetesse che sotto i loro versi. Un segno tra ridicolo e inquietante che forse dovrebbe far riflettere, o no? Da cosa pubblichi, da che livello di elaborazione c’è in quel che pubblichi si vede quanto sei artista.
L’arte è il contrario del narcisismo e del compiacimento. E anche della facile seduzione.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Boh? Non sono la Maga Magò, ma sono sicuro che se ci saranno buoni poeti la poesia buona si leggerà…

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“E morte non avrà dominio” (Dylan Thomas) e “L’essere molto amati / non medica la solitudine / …. Amare /questo sì ti parifica al mondo / ti guarisce con dolore” (Mario Luzi).
E poi, in una poesia che sempre mi fa lacrimare:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? “

Chiedersi cosa sta facendo l’aria…tutta la mia vita è in questa domanda…

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Clery Celeste

Il lavoro è ricominciare a cicli
come gli anni e i criceti nella ruota.
Stesso posto macchina, il sorriso
abbinato al camice, i pulsanti e anche le frasi.
Ma le frasi, chi torna dei miei pazienti
le riconosce le frasi sempre uguali?
Lo scarto della routine sta in loro
nelle ultime richieste di aiuto.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Intervista al poeta: Alba Donati

Alba Donati è nata a Lucca e vive tra Firenze e Lucignana (Lu). Ha pubblicato La repubblica contadina (City Lights Italia 1997, Premio Mondello “Opera Prima” 1998, Premio Sibilla Aleramo 1999), Non in mio nome (Marietti 2004, Premio Diego Valeri, Premio Pasolini, Premio Cassola “Ultima Frontiera), Idillio con cagnolino (Fazi, 2013, Premio Dessì). Ha curato Costellazioni italiane 1945-1999. Libri e autori del secondo Novecento (Le Lettere, 1999), Poeti e scrittori contro la pena di morte (Le Lettere, 2001), l’edizione completa delle poesie di Maurizio Cucchi (Oscar Mondadori, 2001) e, insieme a Paolo Fabrizio Iacuzzi, il Dizionario della libertà (Passigli 2002), con interventi Todorov, Yehoshua, Adonis, T.B. Jelloun, Bauman, Luzi, Gustafsson e altri. È uscita a maggio 2018 la raccolta completa delle sue poesie con molti inediti: Tu paesaggio dell’infanzia – Poesie 1997-2018 (La nave di Teseo, Premio Metauro e Premio Martoglio). È presidente del Gabinetto Vieusseux, prima donna in 200 anni, e fondatrice di Fenysia, la prima scuola dei linguaggi della cultura.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Abbastanza in pericolo, come tutte le azioni umanistiche. Minacciata da una perdita di identità che va di pari passo con la sua diffusione orizzontale. Poi però la poesia spunta all’improvviso in un luogo, in una persona. Spunta verticale, come suo destino. E si ricomincia a pensare che non tutto è perduto.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è soprattutto l’amore che ho per la poesia. La leggo da quando ero piccola, mi è sempre piaciuta la porzione di libertà che ti mette a disposizione. Possedere una visione e un linguaggio è la poesia. E possedere un linguaggio ci rende liberi.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Tantissimi, dalle professoresse delle medie e del liceo che erano donne fantastiche e che mi hanno insegnato il senso civile della letteratura: una mi faceva leggere Quasimodo e Brecht a 12 anni e l’altra Elsa Morante, Fenoglio, Primo Levi a 14. Poi ci sono state esperienze di letture fondative da Paul Celan ai poeti russi, fino a Wislawa Szymborska. Come vedi il punto di partenza è lontanissimo dal punto d’arrivo. Poi aggiungerei un Pascoli, riletto dopo Garboli. Un poeta davvero moderno, innovativo. Il tema della morte come visione, le paure di una psiche scossa che producono una poesia piena di lacerazioni ma anche onirica, prefreudiana. E poi le intuizioni linguistiche: quel ‘febbraio’ che rima con ‘Ohaio’, all’inizio di Italy.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Mi ripeto: occorre un linguaggio, una visione e un’ossessione. L’ossessione ha a che fare con la necessità di raccontare le cose in un altro modo, perché così come sono raccontate non ci piacciono. Occorre sentire la prossimità della vita e della morte. Occorrono molti libri letti, film visti, musica ascoltata. Occorre in tutto seguire lo stesso filo. Poi ognuno ha la sua storia. A me è bastata una soffitta e molta infelicità di bambina.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Perché siamo arretrati, improvvisatori, giocolieri, e sfaticati. Pensiamo che sia tutto raggiungibile senza fatica. La creatività è un dono che va coltivato con passione, altrimenti si riduce a scarabocchio, bello, artistico, ma pur sempre scarabocchio.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Di tutti. Nessuno investe davvero sulla poesia. Il marketing ha poi chiuso il problema.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Da un lato sono fatalista e penso che se lasci andare le cose, esse poi si aggiustano, nel senso che tornano giuste da sole. Dall’altra invece penso che bisogna andare nelle scuole, leggere, parlare, farsi testimoni.
Insomma non ho una risposta di cui sono certa.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo proprio di no. I followers degli Instapoets temo non abbiamo mai visto uno scaffale di poesia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Forse più brutte poesie? Sui social c’è una gran confusione tra poesia e fraseggio esistenziali romantico, quest’ultimo con migliaia di followers. Dall’altro lato però i veri poeti tornano ad una certa complessità formale.
Insomma più il livello generale si abbassa e più chi ha davvero cose da dire si verticalizza, ignora il marketing, e qui il fenomeno diventa interessante. Quindi direi che si leggerà di meno ma meglio.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

(…)
non voglio fare un verso
che non abbia patito di persona;
come stasera, al perso
lume del giorno l’anima mi suona.

(Carlo Betocchi)

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Foto di Leonardo Pasquinelli

Damiano Sinfonico

Per sopravvivere è necessario specializzarsi,
diventare un esperto in qualche specie
naturale, linguistica o sociale.
Per sopravvivere è necessario resistere
alle sirene del Tutto,
alle esche dell’enciclopedia.
Per sopravvivere è necessario un autodafé
perché il mondo rinasca dalle sue ceneri
sotto forma di un articolo.

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Lucia Brandoli

Ninna nanna

Quando mi stacco dalla tua tetta, mamma,
con fare da diva e la testa all’indietro
la mano protesa, aperta, distesa e le dita davanti
al viso e poi sul tuo petto
vorrei che dormissi anche tu.

Dormi anche tu, mamma.
Dormi con me, mamma.
Lascia i problemi,
lascia le colpe,
lascia le ansie
che il profumo distoglie,
che il mio cuore distoglie.
È di latte il futuro
son di latte le voglie.
Non piangere adesso se mi perderai,
sii solo felice, e passano i guai.

 

Una minima stupenda (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Marco Ragaini