Natasha Sardzoska


noccioli

in una terra che non esiste
raccolgo i frutti acerbi
gli devo una spiegazione
comunque
non è colpa loro l’essere
stati germogliati
sotto di noi
così come devo anche a te
un po’ di tenerezza
più crudele dei passi
che lascio dietro di te
più muta delle parole
che inghiotto dopo di te

mentre da te
mi sradico:

come un seme
selvaggio

Osso sacro (Interno Poesia Editore, 2020)

Dimitri Milleri


Accade sì, di immaginarti padre
o ufficiale o docente a spiegare
con leggerezza fibbie contro costole
umiliazioni e insonnia in parti uguali
certo che tutto, poi, trovi il suo posto
in un segreto intento, e di guardarti
come si guarda il vento che circonda
sé stesso dentro marzo, in ogni fronda,
pensando al figlio morto avanti tempo,
e all’ex allievo e al letto del cadetto.

Sistemi (Interno Poesia Editore, 2020)

Franco La Cecla

San Francisco

Fin troppo brevi per essere dette
sfugge quasi la memoria
sono disteso dalla luce
entra – una immensa finestra
l’oceano appagato, solcato
da navi gialle.

Ancora qui col segno della Baia
come non credevo
l’America – il mal d’America
eppure questi giorni
un lampo di bellezza da non dire.
No – non dire – verrà
verrà da solo come i fiori del mattino:
Fort Mason e le vele
e i fili sottili degli alberi
dove siamo silenziosi
saggi più degli antenati.

Ci sono misteri
ma è meglio non dire,
il sentimento prevalente
è il chiarore
e il presente.

La terra negli occhi (Interno Poesia Editore, 2019)

Beatrice Zerbini


Ogni giorno, perdo tutto
e tu con me
e te;
e si sfuocano
le colazioni,
si induriscono
i biscotti al burro;
perdo il quadro
che ride e vive,
la cornice delle tende,
le verità stupende
che non ho detto e
la stupidità
di avere paura.
Perdo tutto, ogni giorno;
la pelle nuova,
la ruga che ho sorriso,
la ruga che ho pianto,
la voce,
la mia e la tua,
il coro che sono,
l’assolo.

Perdo parole
che avremmo potuto dirci,
non dirci,
dire meglio.

Perdo possibilità
e una possibilità,
il ritmo del respiro,
la pazienza,
le sementi di un’idea.

E perdo le facce degli altri
in strada,
la mia su una vetrina buia.

Ogni giorno perdo
uno scorcio
carico di sole,
e la mia età
salda,
che mi ancora alla terra
come un macigno
o una nascita,
che mi seduce
e trascina,
che tracima;
perdo la speranza che
esonda sulla mia fretta,
sulla mia calma.

Perdo
il miracolo di un giorno,
l’elemosina del tempo,
lo scialacquio degli attimi,
con la risacca magra
di qualche
felicità.

Ogni giorno perdo tutto:
il significato,
la velleità del buio
e gli abbagli,
la vastità sul bivio
e l’ombra lunga
degli sbagli,
le rime,
le rime per te,
l’amore,
la bambina che crede,
la bambina in cui credi,
e un’ansia del petto
che può fremere
e domandare
e guardare
e regnare ogni giorno,
mentre perde.
E perde tutto.

Perdo giurisdizione
ed emozione;
si consuma,
si annebbia,
sbraita come un fumo
la mia vita,
che ogni giorno perde me,
mentre perdo tutto.

Perdo il timpano dolce
sotto le voci affettive
che sono un’ala,
a curarmi,
o macerie.

Ogni giorno,
poi,
mi sveglio –
se mi sveglio –
e tutto,
tranne te
e tu con me,
ritrovo.

 

In comode rate (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Enrico Maria Bertani

Gabriella Sica


Tu io e Pagliarani come un tempo

Non t’è passata certo di una cena
la voglia qui da me
ti piace la casa lo so e il quartiere
vivrai ora d’aria d’accordo
avrai altri pensieri
forse meno desideri conviviali
ci si poteva anche pensare per tempo
quando con agio si poteva è vero
farne una noi tre insieme di cena
potremmo ancora come un tempo
non conta quanto ne sia passato
salterà l’invitato di gioia
con nuovo bel fiato nel corpo
su su non sempre si muore
proviamo con la poesia proviamo
la dolce cena noi tre insieme
la cambiamo questa morte in vita
su su in alto i nostri cuori su più su
voi che ascoltate i bei respiri
degli amici felici e più che vivi
con noi vi prego rimanete con noi
beati gli invitati a questa cena
sognatori di una più bella mensa
tu io e Pagliarani come un tempo.

 

Tu io e Montale a cena (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Claudio Damiani

Molte volte la vita è sofferenza,
altre volte ci sono stati dei mattini luminosi,
dei risvegli, c’era nebbia e si saliva
come su strade di montagna
dove il cielo era sempre più azzurro
e si sentiva come una chiamata, un appello,
come se tutti fossimo chiamati in un punto
verso quelle nuvole, al di là di loro
e c’era poi una donna, non saprei dire chi fosse,
se piangeva o sorrideva, una donna
che piegava il capo con dolcezza.

 

Endimione (Interno Poesia, 2019)

Giacomo Leopardi

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ’l suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Versi (Interno Poesia Editore, 2019)

Massimo Morasso

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald.
E facciamo che sono rimasto ubriaco
per almeno una settimana di fila,
e che in un barlume di coscienza felice
ho pensato che sedermi in biblioteca
mi avrebbe reso più sobrio.
E facciamo anche che in biblioteca
può capitare che tu prenda un libro,
che poi il libro ne prenda un altro,
e che infine il libro prenda te.
Così mi è capitato di leggere
tutto d’un fiato Il grande Meaulnes,
e di venire a sapere che Alain-Fournier ci aveva lasciato la pelle
una diecina di anni fa nella battaglia della Marna
(una mattanza memorabile, la Marna, per inciso:
un infernetto trinciagiovanotti da manuale).
Lo lessi mettendoci l’anima,
quell’allucinato, ipersensibile romanzo.
Ne uscii distrutto, neanche fosse un libro mio,
concepito goccia a goccia col mio stesso sangue.
Devo dire che un uomo onesto,
uno che meriti per davvero
di essere definito umano,
non è più lo stesso uomo
dopo aver vissuto una storia
inscritta negli universali del cielo e dell’inferno.
Qualche giorno dopo, mentre me ne stavo lì
steso fra i vimini, in veranda,
a inseguire una piccola luce zigzagante
su uno dei moli dell’altra sponda,
con una strana, tremula fitta nella voce
Zelda mi sussurrò:
«Ho la sensazione che sia accaduto qualcosa
di irreparabile fra di noi. Un’altra
delle nostre piccole morti… Guardandoti,
mi sembra che dentro ai tuoi occhi
stiano passando delle ombre
che non riusciremo più a condividere».
E allora scoppiai in lacrime, a lungo, senza ritegno,
e mia moglie continuava a guardarmi,
a stringermi le mani, avvolta nel suo boa di piume
bianche come in un sudario.
La sbornia e la sua incerta consapevolezza
l’avevano distrutta. Forse per noi
l’inizio del dolore cominciò
al momento della nostra nascita.
«Io non sono sicuro che valga la pena di vivere
senza l’amore», le dissi poco dopo fra i singhiozzi,
accarezzandola, stringendola al mio petto,
prima di alzarmi e di versarmi un doppio scotch.

 

American Dreams (Interno Poesia Editore, 2019)

 

Foto di Stefano Pompei per gCguru