Davide Castiglione


Uno colloca il monitor al centro del tavolo come il fuoco della tribù.
Il blu del video converge i nostri sguardi e siamo un filo più labili,
sfumiamo in qualcosa che inizia, che non si difende più.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022)

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Giulia Rusconi


Le strane forme del tempo
mi attirano a te, per esempio
quando spingevi il materassino sull’onda
e la schiuma mi inondava le ginocchia,
il viso gli schizzi, nelle orecchie
il rumore cauto della risacca,
e poi, dopo il sole, tornando
alla tenda in braccio, la tua pelle
aveva un odore forte, di Africa
e di mare bruciato, se davo
alla spalla un bacio di nascosto
sentivo sulle labbra il sale.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022)

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Tishani Doshi

Cell

Even if you could walk through the corridors
of your body, you would not know which rooms
to enter, which were full of stone. Inside you
there is so much water —a mountain range
in the north to stave off invaders, a desert
in the bacterial colonies of the south. Here
are city buildings, yellowed, without windows,
busy with the making of vaccines and handbags.
Here a double helix strung up the length
of your spine like a flurry of Tibetan prayer flags.
Between these outposts the messengers dart,
carrying tubes of animal hide, pigeons on their backs.
Some ride rams, some travel with consort shadows
in chariots across the skies without once stopping
to look at stars. When they arrive it is almost always
the same. They must remove their sandals and wait
by the mouth of the cave —its fold of skin,
a curtain to trap the wind. They want to tell
you the great fires are still burning, the bees
won’t give up their unions, the harvest is both
moon and autumn. You are not alone.

*

Cella

Se anche potessi percorrere i corridoi
del tuo corpo, non sapresti in quali stanze
entrare, quali siano piene di pietra. Dentro di te
c’è tantissima acqua – una catena montuosa
a nord per tener lontani gli invasori, un deserto
nelle colonie batteriche del sud. Qui
ci sono edifici cittadini, ingialliti, senza finestre,
occupati nella fabbricazione di vaccini e borse.
Qui una doppia elica infilata lungo tutta
la tua spina come una sequela di stendardi tibetani.
Tra questi avamposti sfrecciano i messaggeri,
trasportando tubi di pelle animale, piccioni sulla schiena.
C’è chi cavalca arieti, c’è chi viaggia con ombre consorti
sui carri attraverso i cieli senza fermarsi una volta
a guardare le stelle. Una volta arrivati è quasi sempre
lo stesso. Devono togliersi i sandali e aspettare
all’ingresso della grotta – la sua piega di pelle,
una tenda per intrappolare il vento. Vogliono dirti
che i grandi fuochi bruciano ancora, le api
non rinunceranno alle loro unioni, il raccolto è sia
luna che autunno. Tu non sei sola.

Un dio alla porta (Interno Poesia Editore, 2022), cura e traduzione di Andrea Sirotti

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Ph. Jonathan Self

Giovanna Zoboli

Ph. Barbara Rigon

Cammina cammina, questi bambini
passo dopo passo parola dopo
parola percorsi tutti i sentieri
esperite tutte le gole del mostro
questi bambini, cammina
cammina, ora dopo ora
storia dopo storia
segreto dopo segreto smarrita
finalmente la strada
scesa la notte e risorte tutte
le ombre degli orchi – questi bambini
dormono tranquilli
nel fondo buio della fiaba – la lucente
cavità del sogno – soli fra le braccia
del mistero – persi i genitori nel bosco
senza lieto fine di sassolini
senza briciole.

I bambini (Interno Poesia Editore, 2022)

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Graziano Graziani


Er critico

Er critico è un mestiere un po’ fetente:
l’artista è lì che suda e che se sbatte
e quello sbuffa, scrive, controbbatte,
e poi a la fine nu’ je piace gnente.

Er critico nun è come la gente
che ar teatro ce va pe’ ride o piagne:
lui cerca “er senzo”, poi caccia le lagne
che l’arte nun è più “controcorente”.

Ma poi che va cercanno? Li fantasmi?
Quello che nun se vede e nun se sente?
Un po’ come li matti co’ li spasmi…

Io critico so’ stato – e pe’ passione! –
ma ancora mó ce sta chi s’arisente
e giura che ero solo un rosicone.

Er Corvaccio e li morti (Interno Poesia Editore, 2022)

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T.S. Eliot

Photograph taken by Kay Bell Reynal (1905-1977) in 1955. Credit: Private Collection / AF Fotografie

The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust […]

 

*

 

I. La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele: genera
Lillà dalla terra morta, mescola
Ricordi e desideri, scuote
Le radici assopite con la pioggia primaverile.
L’inverno ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve obliosa, alimentando
Un filo di vita con tuberi secchi.
L’estate ci sorprese riversandosi sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia; ci fermammo sotto il colonnato,
Poi proseguimmo nel sole, dentro al Hofgarten,
E bevemmo caffè e chiacchierammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo dall’arciduca,
Mio cugino, egli mi portò in slitta
E io ebbi paura. Marie, mi disse,
Marie, tienti stretta. E ci lanciammo giù.
In montagna, lì ci si sente liberi.
Io leggo gran parte della notte e d’inverno vado nel Sud.

Quali radici s’aggrappano, quali rami crescono
Da queste macerie? Figlio dell’uomo,
Tu non lo puoi dire, né indovinare, poiché conosci solo
Un mucchio d’immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, né il grillo conforto,
Né l’arida pietra alcun suono d’acque. Solo
Sotto questa roccia rossa c’è ombra,
(Vieni all’ombra di questa roccia rossa),
E ti mostrerò qualcosa di diverso
Dalla tua ombra che al mattino ti segue a grandi passi
O dalla tua ombra che a sera ti si leva incontro:
Ti mostrerò la paura in un pugno di polvere […]

 

La terra desolata (Interno Poesia Editore, 2022), a cura di Rossella Pretto, traduzione di Elio Chinol

© Copyright The Waste Land of T. S. Eliot, Faber and Faber Limited

 

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Nicola Bultrini

Foto di Dino Ignani

La grazia è di cose che non hanno
attenzione. Le cose appoggiate
animali in attesa che guardano.
La storia è l’ombra di un vetro
ma noi possiamo ancora imparare
quando ogni incanto sembra perso
si può tornare, fare apprendistato.
Una certa luce, come di pomeriggio
le domeniche di polvere, poi
l’aria di terra e finalmente nevica.

Vetro (Interno Poesia Editore, 2022)

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Fernanda Romagnoli


Ritratto

Che vuoi da me, ritratto, ardente viso,
pupilla come l’ape del mattino,
guancia che sottilmente sulla tempia
sfuma in sorriso? Mi torturi invano
col tuo splendore. Nulla che si compia
rimane intatto: a renderti divino
era l’attesa. E questo volto umano
che m’affronta ogni sera dallo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

La folle tentazione dell’eterno (Interno Poesia Editore, 2022)

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Vicki Feaver

Home Is Here, Now

after Philip Larkin

Home is here now
at this table with its gouged
and scratched wood

where I’m peeling
an orange – the spray
from the zest sending

shivers up my nose,
and the bright rind
falling in a long curl.

It’s the quiet time
at the end of the day:
no bird song, no wind;

just my in-and-out breaths
and the faint tearing of pith
parting from flesh.

*

Casa è qui, ora

alla maniera di Philip Larkin

Casa è qui ora
a questo tavolo di legno
inciso e graffiato

dove sto sbucciando
un’arancia – lo spruzzo
della scorza mi fa

fremere il naso,
e la buccia lucida
cade in lunghe spirali.

È l’ora tranquilla
alla fine del giorno:
senza canto d’uccelli, né vento;

solo il ritmo del mio respiro
e lo strappo leggero della pellicina
che si stacca dalla polpa.

 

La fanciulla senza mani e altre poesie (Interno Poesia Editore, 2022), cura e traduzione di Giorgia Sensi

 

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