Giulia Martini


Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

 

Coppie minime (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Marco Gennai

Nicola Grato


non voglio rifugiarmi nella storia
paesana, nel ripiego, nel risvolto
di copertina, nell’eco del tempo
da cartolina d’augurio e saluto;
ricerco nella fatica, nel dolore
che viene dall’assenza di parole,
o dall’uso smodato, furbo, accattone
di talune – e sono coltellate,
tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente
imbecille e senza scopo.
Lo sai, saranno crociere a Marrakech,
voli intercontinentali a Dubai
e disprezzo per il bene del giorno,
e per la vita tutta – col rancore
del borghese sazio, della dama
di compagnia dietro ai vetri sporchi
dei suoi desideri.
Poi il nuovo giorno, il sole che scandaglia
ogni tegola, ogni strada, le vigne
addormentate, le palizzate
di legno e metallo; poi le persone
usciranno di casa, parleranno –
chi venderà verdura, chi pesce
salato, e la lotta di due gatti
e il sorriso che t’immagini del grano
nei campi ancora scuri.

 

Inventario per il macellaio (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Salvina Chetta

Anne Stevenson


Anaesthesia

They slip away and never say goodbye,
My vintage friends so long depended on
To warm the levels of my memory.
And if I grieve for them, grief has to learn
How to care sparingly and not to cry.
Age is an exercise in unconcern,
An anaesthetic, lest the misery
Of fresh departures make the final one
Unwelcome. There’s a white indemnity
That with the first frost tamps the garden down.
There’s nothing we can do but let it be.
And now this ‘you’ and now that ‘she’ is gone,
There’s less and less of me that needs to die.
Nor do those vacant spaces terrify.

 

*

 

Anestesia

Scivolano via senza mai dire addio,
I vecchi amici su cui tanto contavo
Per dare tepore alle pieghe della memoria.
E se per loro avevo dell’affetto, l’affetto deve imparare
A soffrire in economia e non piangere.
L’età è un esercitarsi nella noncuranza,
Un anestetico, ché la tristezza
Delle nuove dipartite non renda male accetta
Quella finale. C’è un bianco risarcimento
Nel primo gelo che opprime il giardino.
Non possiamo farci nulla se non lasciare che sia.
E ora questo ‘tu’ e ora quella ‘lei’ sono andati,
C’è sempre meno parte di me che dovrà morire.
E non fanno paura quegli spazi vuoti.

 

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), a cura di Carla Buranello

Beatrice Cristalli


Lei chiama Michele

Lei chiama Michele
E Michele non arriverà
Perché è troppo facile
Rispondere ed esistere
Insieme
Allora pensi che frugare
Tra la stoffa che è solo cartone
Sia l’ultima prova
Per dimostrarci
Che di Michele tu
Ne sai

Ma poi riparti
Con nello zaino il peso
Del polistirolo – però!
Tu non lo togli
Tu chiami Michele
E Michele non esiste;
Allora ti ascolto
E mi siedo un secondo perché
Devo sostenere le parole che
Non posso ricevere
Ma non è colpa mia
Se chiamo anche io Michele
E Michele non esiste

Lo chiami ancora nella piazza
E tutti mi stanno guardando:
Ma cosa c’è di male a scrivere
In chiesa e sui gradini di
Questa città
Che odio – per tutto;
Chiamo Michele a voce grossa
Perché non mi interessa
Nessuno risponde mai
C’è solo una chiavetta
C’è solo lei che resta
E condivido questo anche io
Anche se non so
Come mi dovrei comportare
Tra le parole che ripeto
A me:
Non leggerai nulla di così diretto.
Tanto non ci riesco

Perché ne sono cosciente
Michele non arriverà
Ma si incastra negli spazi
Senza alcuna mia subordinazione
Vola da solo – vicino ai miei sogni

Quando la gente ti guarda
Un po’ si vergogna
Ti muovi goffa
Chiami Michele di nuovo
La direzione l’hai presa.
Vorrei essere quel polistirolo
Che finge di essere vero peso
Il mio l’ho dimenticato
In ogni giornata
Negli occhi – tu cercalo di sera

 

Tre di uno (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Samantha Faini

Antonella Palermo


Se accettassi questa ritmica in levare
mi affrancherei dalla dispensa piena
e brinderei con l’aria.

Se scartassi il macramè ai confetti
o la spugna della melagrana
potrei arrivare agli acini rubini.

Se accentassi il tempo debole
mi salverei.

 

La città bucata (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Alessandro Guarasci

Arundhathi Subramaniam


When God Is a Traveller

wondering about Kartikeya/Muruga/Subramania, my namesake

Trust the god
back from his travels,

his voice wholegrain
(and chamomile),
his wisdom neem,
his peacock, sweaty-plumed,
drowsing in the shadows.

Trust him
who sits wordless on park benches
listening to the cries of children
fading into the dusk,
his gaze emptied of vagrancy,
his heart of ownership.

Trust him
who has seen enough–
revolutions, promises, the desperate light
of shopping malls, hospital rooms,
manifestos, theologies, the iron taste
of blood, the great craters in the middle
of love.

Trust him
who no longer begrudges
his brother his prize,
his parents their partisanship.

Trust him
whose race is run,
whose journey remains,

who stands fluid-stemmed
knowing he is the tree
that bears fruit, festive
with sun.

Trust him
who recognizes you –
auspicious, abundant, battle-scarred,
alive –
and knows from where you come.

Trust the god
ready to circle the world all over again
this time for no reason at all

other than to see it
through your eyes.

 

 

*

 

 

Quando Dio è un viaggiatore

riflettendo su Kartikeya/Muruga/Subramania, che si chiama come me

Confida nel dio
tornato dai viaggi,

nella sua voce di crusca
(e di camomilla),
nel suo neem, albero di saggezza,
nel suo pavone dalle piume sudate,
appisolato nell’ombra.

Confida in lui
che siede muto sulle panchine
ad ascoltare le grida dei bimbi
dissolversi all’imbrunire,
nello sguardo svuotato di erranza,
nel cuore privo di possesso.

Confida in lui
che ha visto abbastanza –
rivoluzioni, promesse, la luce disperata
dei centri commerciali, stanze d’ospedale,
manifesti, teologie, il gusto ferroso
del sangue, i grandi crateri nel mezzo
all’amore.

Confida in lui
che non rivendica più
il premio al fratello,
la partigianeria ai genitori.

Confida in lui
che ha corso la sua corsa,
ma ancora gli resta il viaggio,

in lui che svetta irrorato di linfa
sapendo di essere lui l’albero
che dà frutti, festoso
di sole.

Confida in lui
che ti riconosce –
augurante, abbondante, ferita in battaglia,
viva –
e che sa da dove vieni.

Confida nel dio
pronto a fare ancora il giro del mondo
senz’altra ragione

che vederlo, stavolta,
attraverso i tuoi occhi.

 

A una poesia non ancora nata (Interno Poesia, 2018), a cura di Andrea Sirotti

INFO E ORDINE LIBRO

Simona Cerri Spinelli


“Andiamo a prendere un po’ d’aria”.
Avrei voluto vederlo restare e piangere
nella strada di fango.

Non temere niente dai sogni,
se dormendo vedi qualcosa di terribile
non è un annuncio di catastrofe,
è il mio pensiero che affonda.


Al centro dei rovesci
(Interno Poesia Editore, 2018)

Sofia Fiorini

sofia fiorini
Mi si attacca dovunque la terra
mentre vengo da te e soltanto
vorrei non avere le suole,
per assicurarmi il tuo volto
potere allungare una mano;
ti prenderà come un vento sordo
questo ritornarti grato in mano
per il niente che hai dovuto
e mi ricorderai lontano
come ciglio di volpe selvaggio
sperando, avvicinarti il muso
– e il sospetto natura del bosco;
è fuori d’attitudine questo
coraggio feroce della bestia
mia più umana, talmente che
alla carezza offre la vita,
porge il nodo più chiaro d’offesa
mentre muto le spogli la gola.

 

La logica del merito (Interno Poesia, 2017)

 

Post originale del 5 aprile
 7a poesia più letta del 2017

Maria Del Vecchio


Simulacro

Ho fabbricato con queste
mie mani
(quelle stesse che per anni
t’hanno scelto, accarezzato,
succhiato qualche organo)
una statua di te
simulacro del mio disamore.
Di notte,
nel grano bagnato
striscio come una serpe
mi arrosso le gambe,
arrivo ai tuoi piedi
e col piccone ti abbatto,
ma lieve è il mio mestiere
perché solo tu possa
sapere il perdono.
Non devi pagare le mie pene,
ne sono ancella e custode gelata:
io rido.

 

Arimanere (Interno Poesia Editore, 2017)

Preordina il libro: www.produzionidalbasso.com/project/arimanere

© Foto di Marco Di Gioia

Antonio Ferrara


Sto portando il mio cuore
su un balcone fiorito,
e mi ricordo quando
mi stava dentro
e sapeva di mandarino sbucciato,
mio cuore secco
bruciacchiato avvilito,
avanzo di questo disordine
di foglie, petali, sorrisi,
che divampava come il vento
sul balcone tende la bandiera
asciuga la camicia
ride tra i fiori.
E mi ricordo quando
coi miei occhi appuntiti
nuovi di zecca
sul tavolo di legno
disegnavo cavalli
e andavo come loro,
come loro andavo sempre
trotterellando,
un animale non sa
che c’è la morte
e vive e basta
e corre e piega l’erba
come la pioggia fa col prato,
il grillo con la notte,
semplicemente.
Col mio cuore in mano
vado, lo porto sul balcone
e aspetto che ci cresca dentro
ancora la pazienza,
ché la vita coi suoi denti morde
e lascia segni nella carne a lungo,
semplicemente.

 

Fratture a legno verde (Interno Poesia, 2017)

© Foto di Marianna Cappelli