Gabriella Sica


Tu io e Pagliarani come un tempo

Non t’è passata certo di una cena
la voglia qui da me
ti piace la casa lo so e il quartiere
vivrai ora d’aria d’accordo
avrai altri pensieri
forse meno desideri conviviali
ci si poteva anche pensare per tempo
quando con agio si poteva è vero
farne una noi tre insieme di cena
potremmo ancora come un tempo
non conta quanto ne sia passato
salterà l’invitato di gioia
con nuovo bel fiato nel corpo
su su non sempre si muore
proviamo con la poesia proviamo
la dolce cena noi tre insieme
la cambiamo questa morte in vita
su su in alto i nostri cuori su più su
voi che ascoltate i bei respiri
degli amici felici e più che vivi
con noi vi prego rimanete con noi
beati gli invitati a questa cena
sognatori di una più bella mensa
tu io e Pagliarani come un tempo.

 

Tu io e Montale a cena (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Claudio Damiani

Molte volte la vita è sofferenza,
altre volte ci sono stati dei mattini luminosi,
dei risvegli, c’era nebbia e si saliva
come su strade di montagna
dove il cielo era sempre più azzurro
e si sentiva come una chiamata, un appello,
come se tutti fossimo chiamati in un punto
verso quelle nuvole, al di là di loro
e c’era poi una donna, non saprei dire chi fosse,
se piangeva o sorrideva, una donna
che piegava il capo con dolcezza.

 

Endimione (Interno Poesia, 2019)

Giacomo Leopardi

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ’l suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Versi (Interno Poesia Editore, 2019)

Massimo Morasso

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald.
E facciamo che sono rimasto ubriaco
per almeno una settimana di fila,
e che in un barlume di coscienza felice
ho pensato che sedermi in biblioteca
mi avrebbe reso più sobrio.
E facciamo anche che in biblioteca
può capitare che tu prenda un libro,
che poi il libro ne prenda un altro,
e che infine il libro prenda te.
Così mi è capitato di leggere
tutto d’un fiato Il grande Meaulnes,
e di venire a sapere che Alain-Fournier ci aveva lasciato la pelle
una diecina di anni fa nella battaglia della Marna
(una mattanza memorabile, la Marna, per inciso:
un infernetto trinciagiovanotti da manuale).
Lo lessi mettendoci l’anima,
quell’allucinato, ipersensibile romanzo.
Ne uscii distrutto, neanche fosse un libro mio,
concepito goccia a goccia col mio stesso sangue.
Devo dire che un uomo onesto,
uno che meriti per davvero
di essere definito umano,
non è più lo stesso uomo
dopo aver vissuto una storia
inscritta negli universali del cielo e dell’inferno.
Qualche giorno dopo, mentre me ne stavo lì
steso fra i vimini, in veranda,
a inseguire una piccola luce zigzagante
su uno dei moli dell’altra sponda,
con una strana, tremula fitta nella voce
Zelda mi sussurrò:
«Ho la sensazione che sia accaduto qualcosa
di irreparabile fra di noi. Un’altra
delle nostre piccole morti… Guardandoti,
mi sembra che dentro ai tuoi occhi
stiano passando delle ombre
che non riusciremo più a condividere».
E allora scoppiai in lacrime, a lungo, senza ritegno,
e mia moglie continuava a guardarmi,
a stringermi le mani, avvolta nel suo boa di piume
bianche come in un sudario.
La sbornia e la sua incerta consapevolezza
l’avevano distrutta. Forse per noi
l’inizio del dolore cominciò
al momento della nostra nascita.
«Io non sono sicuro che valga la pena di vivere
senza l’amore», le dissi poco dopo fra i singhiozzi,
accarezzandola, stringendola al mio petto,
prima di alzarmi e di versarmi un doppio scotch.

 

American Dreams (Interno Poesia Editore, 2019)

 

Foto di Stefano Pompei per gCguru

 

Antonia Pozzi


La vita sognata

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.

Perché tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavamo in alto –
e così ti parevo più bella.

O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.

25 settembre 1933

 

Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio (Interno Poesia Editore, 2019)

Maria Borio


Lapachos

Le teste viola simmetriche
quando il freddo sul delta taglia l’atmosfera
sono i lapachos, riempiono i viali con consonanti
di labbra e petto, tolgono la l e la p dalle frasi.
Seguiamo il raccordo: le case bianche di Recoleta

e il mosaico delle villas ci uniscono in un arco.
Seguiamo il delta, l’ordine dei cani domestici,
l’uomo che li cura, imitiamo il muso nella faccia
con un’ingenuità privilegiata, così fragili e forti
che fra questi viali possiamo chiamare tutto

fantasma, popolo. Gli animali hanno maschere,
i lapachos fanno specchio alle persone –
una storia, un’immagine, un affresco,
allegoria aspra. Dai lapachos qualche fiore

attraversa i binari fra le villas e Recoleta,
attraverso un corrimano di lava vediamo
il muso di un cane dove si respira, si mangia.
Il delta è d’argento, è tutta la fragilità

che portiamo, seduti nel parco, nell’aria
sotto i lapachos che diventa colore,
la città che si svuota, l’aria viva triste
nel giorno dello sciopero generale.

Siamo fragili e forti, siamo questi alberi d’inverno,
prendiamo le facce dei cani nelle nostre,
gli occhi, scomponiamo i lapachos,
le villas adesso alcaline e viola.

Buenos Aires, 25 settembre 2018

 

Poeti italiani nati negli anno ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Martina Germani Riccardi


long time lava

non mi basta nessun passo.
rivoglio tutto
quello che non ho avuto.

una cartella vuota che porta il mio nome
i treni
con una direzione.

intanto ho espresso
un desiderio complesso,
ho gridato aiuto.

mi hai detto per il tuo cuore grazie
ti ho detto mi manchi anche tu, e ti amo
da quest’isola

 

Le cose possibili (Interno Poesia Editore, 2016-2019)

Foto di Assunta D’Urzo

Nicolas Cunial


hardnoressia

a digiuno di sguardi da mesi domandi:
cosa mangiamo stasera?
(per vomitarlo domani?)

hai la pelle che si rapprende
alle collane di ossa
ti fa da coperta scomoda stretta
ed è più fredda di qualunque bilancia
che nessuna accurata misura
dei falsi grammi d’aria che mangi
può darti. sei senza una fame precisa
rigetti ogni cosa riversa sul cesso
che odora di vomito stanco
ma è acqua e poco altro.

quasi ho paura se ci si scopa
che tu possa ingoiarmi e pentirti
oppure spaccarti strapparti a metà
o romperti in due: tra te madre e un figlio inatteso
non avrei che il desiderio di un lampo
decesso. perché
lo ammetto: non sono in grado
di darti alcun nutrimento
(sai io che confesso la mia disfatta
mi sembro più uomo che parassita)

e tu sei felice così lo so
ma il tuo baricentro è l’assurdo
a stento ti appoggi con un occhio all’istinto
(che smorzi a morsi e poi lo risputi)
e l’altro rivolto a te specchio: cruna dell’ego
in attesa famelica che il tuo riflesso
sia più sottile del tuo sogno maniaco
fino al punto finale
di vederti sfilare attraverso:
un fantasma di carne da setacciare
su terra magrissima

 

Black in / Black out (Interno Poesia Editore, 2019)