Rachel Bluwstein

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה‭, ‬בְּדִידוּת‭ ‬חַיָה‭ ‬פְּצוּעָה
שָׁעוֹת‭ ‬עַל‭ ‬שָׁעוֹת‭ ‬אֶשְׁכַּב‭. ‬אַחֲרִישׁ‭.‬
הַגּוֹרָל‭ ‬בָּצַר‭ ‬בְּכַרְמִי‭ ‬אַף‭ ‬עוֹלֵלוֹת‭ ‬לֹא‭ ‬הוֹתִיר‭.‬
אַךְ‭ ‬הַלֵּב‭ ‬הַנִּכְנָע‭ ‬סָלַח‭.‬
אִם‭ ‬הַיָּמִים‭ ‬הָאֵלֶּה‭ ‬אַחֲרוֹנֵי‭ ‬יָמַי‭ ‬הֵם‭ ‬‮–‬
אֱהִי‭-‬נָא‭ ‬שְׁקֵטָה‭,‬
לְבַל‭ ‬יַדְלִיחַ‭ ‬מִרְיִי‭ ‬אֶת‭ ‬כָּחֳלוֹ‭ ‬הַשָּׁקֵט
שֶׁל‭ ‬שַׁחַק‭ ‬‮–‬‭ ‬רֵעִי‭ ‬מֵאָז‭.‬

*

 

Nella mia grande solitudine

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.
Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

Poesie (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sara Ferrari

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Beppe Salvia


Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

Cuore (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sabrina Stroppa

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Cecilia Roda


/a·mà·re/

Una delle cose che più amo di te
è il tuo uso perfetto dei congiuntivi
e da quando ti ho conosciuto
non solo ti dedico il mio presente,
il mio passato, il mio futuro
e il mio trapassato remoto
che fa paura solo a dirlo
e che è già parecchio indicativo
ma anche, anzi soprattutto, il mio congiuntivo,
il condizionale e il gerundio
perché amando te ho visto
l’infinito.

L’amore da quando ci sei tu (Interno Poesia Editore, 2021)

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Jean-Charles Vegliante

Affleure en nous des fois un rauque langage
d’avant, ou bien est-ce une ultime concorde
avec les tristes qui au sol ou dans l’air
nous fuient en criant vainement quelque chose
que nul ne comprend (ni eux-mêmes) – la horde
depuis lors abolie y vibre… et se perd
à nouveau – lastou, merlé, paccod surnagent
puis plus rien, ombres et bêtes silencieuses
sont reparties dans le trou du mur, les lames
du plancher, les creuses bastides du crâne.
Une langueur comme un écho y repose.

*

Affiora a volte rauco in noi un linguaggio
d’un tempo, o meglio concordia finale
con i tristi che a terra o nell’aria
rifuggono gridando vanamente qualcosa
che nessuno comprende (neppure loro stessi) –
lì vibra l’orda da allora abolita… e si perde
di nuovo – lastu, merlé, paccod galleggiano
poi più niente, ombre e bestie silenziose
sono ripartite dal foro nel muro, le assi
del pavimento, il casolare cavo del cranio.
Un languore vi riposa come un’eco.

 

Rauco in noi un linguaggio (Interno Poesia Editore, 2021), traduzione e cura di Mia Lecomte

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H.D. (Hilda Doolittle)


Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks.

*


Mezzogiorno

La luce batte su di me.
Sono allarmata –
una foglia spezzata scricchiola sul lastricato –
sono angosciata – sconfitta.

Un leggero vento scuote i baccelli –
i miei pensieri sono consumati
come i semi neri.
I pensieri mi lacerano,
temo la loro febbre.
Sono dispersa nel suo vortice.
Sono dispersa come i semi caldi rinsecchiti.

I semi rinsecchiti
sono spaccati sul sentiero –
l’erba si piega per la polvere,
l’uva scivola sotto la sua foglia secca:
eppure oltre i semi ormai passati,
e gli steli di menta anneriti,
il pioppo sulla collina è splendido,
il pioppo si allarga, le sue radici profonde tra gli alberi.

Oh pioppo, tu sei grande
tra le pietre del colle,
mentre io perisco sul sentiero
tra i crepacci delle rocce.

Poesie imagiste di Hilda Doolittle (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Giorgia Sensi

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Thierry Metz

Je ne cherche
par un homme
ou par une rose
qu’à rejoindre ce que je n’atteindrai jamais,
je n’ai que quelques mots
pour y parvenir et quelques journées,
petits territoires
heures cernées, creusées
mais sans pouvoir ignorer le centre imprévu
jamais au centre.

*

Cerco
tramite un uomo
o una rosa
di raggiungere solo ciò che non otterrò mai,
non ho che poche parole
per riuscirvi e qualche giornata,
piccoli territori
ore accerchiate, scavate
ma senza poter ignorare il centro imprevisto
mai al centro.

 

Dire tutto alle case (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Mia Lecomte

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Giovanna Rosadini

Foto di Dino Ignani

III

A poco a poco il giorno si fissa, diventa un continuum di immagini e presenze, a partire dall’inquadratura che isola, oltre la porta della stanza, una pingue ausiliaria che lava il pavimento del corridoio, con un carrello fornito di secchio e spazzoloni accanto. Piego le gambe, mi guardo la punta delle ginocchia ossute che emerge dalle lenzuola (la gamba sinistra sembra più sottile, ma ci vedo bene?). Ogni parte del corpo duole, le giunture sono come arrugginite e fuori uso, uno strano torpore formicolante si è impadronito degli arti, e la spalla sinistra è in fiamme. Cosa è successo al mio corpo?

Un altro tempo (Interno Poesia Editore, 2021)

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Cesare Pavese

Cesare Pavese ritratto da Ghitta Carell

 

Antenati

Stupefatto del mondo mi giunse un’età
che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.
Due cognati hanno aperto un negozio – la prima fortuna
della nostra famiglia – e l’estraneo era serio,
calcolante, spietato, meschino: una donna.
L’altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
– in paese era molto – e i clienti che entravano
si sentivan rispondere a brevi parole
che lo zucchero no, che il solfato neppure,
che era tutto esaurito. È accaduto più tardi
che quest’ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
A pensar questa gente mi sento più forte
che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
È vissuto un mio nonno, remoto nei tempi,
che si fece truffare da un suo contadino
e allora zappò lui le vigne – d’estate –
per vedere un lavoro ben fatto. Così
sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
una faccia sicura e pagato di mano.

E le donne non contano nella famiglia.
Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
e ci mettono al mondo e non dicono nulla
e non contano nulla e non le ricordiamo.
Ogni donna c’infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
ma s’annullano tutte nell’opera e noi,
rinnovati così, siamo i soli a durare.
Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
– noi, gli uomini, i padri – qualcuno si è ucciso,
ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.

Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terra cattiva, dov’è un privilegio
non far nulla, pensando al futuro.
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;
noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
Siamo nati per girovagare su quelle colline,
senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

 

Lavorare stanca (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Alberto Bertoni

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Piera Oppezzo

La poetessa Piera Oppezzo, Milano, 1979.
© Uliano Lucas

Amore

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole:
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita.

settembre ’56

Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia Editore, 2021)

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Antonietta Gnerre

foto di Rino Bianchi

Sono grata al mio passato
che percorre le pene,
le volte che ho finto di vivere.

Ha imparato la mia vergogna a memoria.
A dare spazio nell’armadio alle sottovesti
ricamate con le ortiche.

Sono grata al presente,
al mare che ha spalancato
verso il cielo una parola
che amerà di più la galassia.

Avrò pietà per ciò che ho conosciuto.
Pietà per il silenzio, per il catrame
dissipato dietro ai muri.

Sono grata al bianco di un rettangolo.
A ciò che mi riscalda
nel campo che non vedo.

Quello che non so di me (Interno Poesia Editore, 2021), pref. Alessandro Zaccuri

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