T.S. Eliot

Photograph taken by Kay Bell Reynal (1905-1977) in 1955. Credit: Private Collection / AF Fotografie

The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the archduke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust […]

 

*

 

I. La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele: genera
Lillà dalla terra morta, mescola
Ricordi e desideri, scuote
Le radici assopite con la pioggia primaverile.
L’inverno ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve obliosa, alimentando
Un filo di vita con tuberi secchi.
L’estate ci sorprese riversandosi sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia; ci fermammo sotto il colonnato,
Poi proseguimmo nel sole, dentro al Hofgarten,
E bevemmo caffè e chiacchierammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo dall’arciduca,
Mio cugino, egli mi portò in slitta
E io ebbi paura. Marie, mi disse,
Marie, tienti stretta. E ci lanciammo giù.
In montagna, lì ci si sente liberi.
Io leggo gran parte della notte e d’inverno vado nel Sud.

Quali radici s’aggrappano, quali rami crescono
Da queste macerie? Figlio dell’uomo,
Tu non lo puoi dire, né indovinare, poiché conosci solo
Un mucchio d’immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, né il grillo conforto,
Né l’arida pietra alcun suono d’acque. Solo
Sotto questa roccia rossa c’è ombra,
(Vieni all’ombra di questa roccia rossa),
E ti mostrerò qualcosa di diverso
Dalla tua ombra che al mattino ti segue a grandi passi
O dalla tua ombra che a sera ti si leva incontro:
Ti mostrerò la paura in un pugno di polvere […]

 

La terra desolata (Interno Poesia Editore, 2022), a cura di Rossella Pretto, traduzione di Elio Chinol

© Copyright The Waste Land of T. S. Eliot, Faber and Faber Limited

 

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Fernanda Romagnoli


Ritratto

Che vuoi da me, ritratto, ardente viso,
pupilla come l’ape del mattino,
guancia che sottilmente sulla tempia
sfuma in sorriso? Mi torturi invano
col tuo splendore. Nulla che si compia
rimane intatto: a renderti divino
era l’attesa. E questo volto umano
che m’affronta ogni sera dallo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

La folle tentazione dell’eterno (Interno Poesia Editore, 2022)

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Pedro Salinas


MUERTO inicial y víctima primera:
lo que va a ser y expira en los umbrales
del ser. ¡Ahogado coro de inminencias!
Heráldicas palabras voladoras
–«¡pronto!», «¡en seguida!», «¡ya!»– nuncios de dichas
colman el aire, lo vuelven promesa.
Pero la anunciación jamás se cumple:
la que aguardaba el éxtasis, doncella,
se quedará en su orilla, para siempre
entre su cuerpo y Dios alma suspensa.
¡Qué de esparcidas ruinas de futuro
por todo alrededor, sin que se vean!

Primer beso de amantes incipientes.
¡Asombro! ¿Es obra humana tanto gozo?
¿Podrán los labios repetirlo? Vuelan
hacia el segundo beso; más que beso,
claridad quieren, buscan la certeza
alegre de su don de hacer milagros
donde las bocas férvidas se encuentran.
¿Por qué si ya los hálitos se juntan
los labios a posarse nunca llegan?
Tan al borde del beso, no se besan.

Obediente al ardor de un mediodía
la moza muerde ya la fruta nueva.
La boca anhela el más celado jugo;
del anhelo no pasa. Se le niega
cuando el labio presiente su dulzura
la condensada dentro, primavera,
pulpas de mayo, azúcares de junio,
día a día sumados a la almendra.

Consumación feliz de tanta ruta,
último paso, amante, pie en el aire,
que trae amor adonde amor espera.
Tiembla Julieta de Romeos próximos,
ya abre el alma a Calixto, Melibea.
Pero el paso final no encuentra suelo.
¿Dónde, si se hunde el mundo en la tiniebla,
si ya es nada Verona, y si no hay huerto?
De imposibles se vuelve la pareja.

¿Y esa mano –¿de quién?–, la mano trunca
blanca, en el suelo, sin su brazo, huérfana,
que busca en el rosal la única abierta,
y cuando ya la alcanza por el tallo
se desprende, dejándose a la rosa
sin conocer los ojos de su dueña?

¡Cimeras alegrías tremolantes,
gozo inmediato, pasmo que se acerca:
la frase más difícil, la penúltima,
la que lleva, derecho, hasta el acierto,
perfección vislumbrada, nunca nuestra!
¡Imágenes que inclinan su hermosura
sobre espejos que nunca las reflejan!

¡Qué cadáver ingrávido: un mañana
que muere al filo de su aurora cierta!
Vísperas son capullos. Sí, de dichas;
sí, de tiempo, futuros en capullos.
¡Tan hermosas, las vísperas!
¡Y muertas!

 

*

 

IL primo morto, vittima iniziale:
quel che verrà ma spira sulla soglia
dell’essere: soffocate imminenze.
Araldiche parole volatrici
– «ora!» «subito!», «già» –, nunzi di gioia
colmano l’aria, che si fa promessa.
Ma quell’annunciazione non si compie:
colei che attende l’estasi, fanciulla,
su quella riva resterà per sempre,
tra Dio e il suo corpo, anima sospesa.
Quante rovine di futuro sparse
vi è tutt’intorno, senza che si veda!

Il primo bacio di futuri amanti.
È cosa umana così tanta gioia?
Riusciranno le labbra a replicarla?
Già volano al secondo; più che un bacio
ricercano chiarezza, la certezza
della capacità di far miracoli
dove le bocche fervide s’incontrano.
Perché se sono gli aliti già uniti
le labbra più non riescono a toccarsi?
Così vicine al bacio non si baciano?

Obbediente all’ardore di quel giorno
la ragazza già addenta il frutto nuovo.
La bocca anela il più segreto succo;
ma resta desiderio: le si nega,
quando già ne avvertiva la dolcezza,
la condensata, dentro, primavera,
polpa di maggio, zuccheri di giugno
sommati in tanti giorni attorno al seme.

Consumazione dopo tanta strada,
ultimo passo del felice amante
che porta amore dove amore attende.
Freme Giulietta: prossimi i Romei;
apre il cuore a Callisto, Melibea.
Ma il piede in aria suolo più non trova.
Se sprofonda il mondo nelle tenebre,
dov’è Verona? E non c’è più orto!
Impossibili incontri nell’alcova.

E una mano – di chi? –, la mano tronca
bianca, per terra, senza braccio, sola,
l’unica aperta cerca nel roseto,
e quando infine ne raggiunge il gambo
si stacca e lascia orfana la rosa
degli occhi accesi della sua padrona.

Supreme contentezze tremolanti,
gioia immediata, spasmo che s’appresta:
la penultima frase, più difficile,
che porta, dritto dritto, verso il giusto,
perfezione intravista, ma mai nostra!
Immagini chinate su uno specchio
che non riflette la loro bellezza!

Che leggero cadavere: un domani
che muore al bordo di un’aurora certa.
Vigilie son germogli. Sì di gioia;
sì di tempo: sono futuri in boccio.
Così belle, le vigilie.
Ora morte.

Zero (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Lia Ogno

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8ª poesia più letta del 2021

Amore

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole:
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita.

settembre ’56

Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia Editore, 2021)

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Poesia pubblicata il 9 aprile 2021

Rachel Bluwstein

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה‭, ‬בְּדִידוּת‭ ‬חַיָה‭ ‬פְּצוּעָה
שָׁעוֹת‭ ‬עַל‭ ‬שָׁעוֹת‭ ‬אֶשְׁכַּב‭. ‬אַחֲרִישׁ‭.‬
הַגּוֹרָל‭ ‬בָּצַר‭ ‬בְּכַרְמִי‭ ‬אַף‭ ‬עוֹלֵלוֹת‭ ‬לֹא‭ ‬הוֹתִיר‭.‬
אַךְ‭ ‬הַלֵּב‭ ‬הַנִּכְנָע‭ ‬סָלַח‭.‬
אִם‭ ‬הַיָּמִים‭ ‬הָאֵלֶּה‭ ‬אַחֲרוֹנֵי‭ ‬יָמַי‭ ‬הֵם‭ ‬‮–‬
אֱהִי‭-‬נָא‭ ‬שְׁקֵטָה‭,‬
לְבַל‭ ‬יַדְלִיחַ‭ ‬מִרְיִי‭ ‬אֶת‭ ‬כָּחֳלוֹ‭ ‬הַשָּׁקֵט
שֶׁל‭ ‬שַׁחַק‭ ‬‮–‬‭ ‬רֵעִי‭ ‬מֵאָז‭.‬

*

 

Nella mia grande solitudine

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.
Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

Poesie (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sara Ferrari

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Beppe Salvia


Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

Cuore (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sabrina Stroppa

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H.D. (Hilda Doolittle)


Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks.

*


Mezzogiorno

La luce batte su di me.
Sono allarmata –
una foglia spezzata scricchiola sul lastricato –
sono angosciata – sconfitta.

Un leggero vento scuote i baccelli –
i miei pensieri sono consumati
come i semi neri.
I pensieri mi lacerano,
temo la loro febbre.
Sono dispersa nel suo vortice.
Sono dispersa come i semi caldi rinsecchiti.

I semi rinsecchiti
sono spaccati sul sentiero –
l’erba si piega per la polvere,
l’uva scivola sotto la sua foglia secca:
eppure oltre i semi ormai passati,
e gli steli di menta anneriti,
il pioppo sulla collina è splendido,
il pioppo si allarga, le sue radici profonde tra gli alberi.

Oh pioppo, tu sei grande
tra le pietre del colle,
mentre io perisco sul sentiero
tra i crepacci delle rocce.

Poesie imagiste di Hilda Doolittle (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Giorgia Sensi

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Cesare Pavese

Cesare Pavese ritratto da Ghitta Carell

 

Antenati

Stupefatto del mondo mi giunse un’età
che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti erano calmi.
Due cognati hanno aperto un negozio – la prima fortuna
della nostra famiglia – e l’estraneo era serio,
calcolante, spietato, meschino: una donna.
L’altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
– in paese era molto – e i clienti che entravano
si sentivan rispondere a brevi parole
che lo zucchero no, che il solfato neppure,
che era tutto esaurito. È accaduto più tardi
che quest’ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
A pensar questa gente mi sento più forte
che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
È vissuto un mio nonno, remoto nei tempi,
che si fece truffare da un suo contadino
e allora zappò lui le vigne – d’estate –
per vedere un lavoro ben fatto. Così
sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
una faccia sicura e pagato di mano.

E le donne non contano nella famiglia.
Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
e ci mettono al mondo e non dicono nulla
e non contano nulla e non le ricordiamo.
Ogni donna c’infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
ma s’annullano tutte nell’opera e noi,
rinnovati così, siamo i soli a durare.
Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
– noi, gli uomini, i padri – qualcuno si è ucciso,
ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.

Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terra cattiva, dov’è un privilegio
non far nulla, pensando al futuro.
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei;
noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
Siamo nati per girovagare su quelle colline,
senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

 

Lavorare stanca (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Alberto Bertoni

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Piera Oppezzo

La poetessa Piera Oppezzo, Milano, 1979.
© Uliano Lucas

Amore

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole:
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita.

settembre ’56

Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia Editore, 2021)

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Sergio Corazzini


La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

Io non sono un poeta (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Alessandro Melia

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