Francesca Serragnoli


Questa reticenza invade il mare
offre tè alle distanze alle rive
che increspano le dita nella tazza
raccolgono la schiuma con la lingua
il tuo cuore ridesta la mano a cobra
intravede l’acqua ricamata di brividi
sinuoso argomento che gira nello scheletro
il caos d’essere attraversati
da un altrui penoso silenzio
non più attraenti per alcun agguato
la medaglia del volto brillare a vuoto
con quel rintocco che lacera la piazza.

 

Inedito di Francesca Serragnoli

Simone Di Biasio

La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli,
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.

Salvatore Quasimodo, “Giorno dopo giorno”

Vivere ha l’altezza della cucina o del telefono
lungo il corridoio in cui la casa lascia forma
sulla tua vecchia schiena e tu curva in avanti
sgrani gli occhi sgrani i rosari, tu piena di grazia
cerchi nella credenza gli affetti personali
e l’artrosi che di te si nutre t’ha fatta davanzale
da cui ci possiamo affacciare, guardare fuori
o aspettare che faccia giorno dai tuoi occhi verdi.

 

Inedito da Panasonica (in pubblicazione per “Il Ponte del Sale”)

Chiara Piscitelli


Via dello sguardo

Hai sognato che ero d’altri.
Com’è semplice ora spiegarti che un sogno può restare disatteso
e a noi tocca l’appartenenza alla fine.

Sono venuta per questa pena che ti abbuia il viso
la via dello sguardo
dove la mia insicurezza è saldata alla tua
e tu smetti di dire e sognare
perché parlare crea mondi, piani non finiti
che noi non abitiamo.
Vedi, ho sognato che potevo essere d’altri
ma se c’è un tempo in questa vita
io l’ho misurato tutto sul tuo polso
al termine di una notte in cui in due
si è resa possibile l’alba in una stanza.

 

© Inedito

Giuseppe Nibali


Vi seguirà il male dietro l’edera, e di sopra,
sul balcone in lamiera che avete per rifugio.
Non è il tempo delle corse alla ringhiera
mentre lo sfondo si disossa, e passa dall’arco delle vie
per la montagna. È morto anche il vecchio prete
di Ragalna, per la fine del suo giorno una domenica.

Chissà che luce vi assale lì dai tetti, dove il sole si
inurba coi pastori fra i negozi e che fatica morire
anche voi nella chiesa col barrito alto della fiera.
Qui nel lontano la nebbia muove la pianura
sopra i ponti, dalla miseria di colline, altre volte
fuori alla finestra si alza lo scheletro di un albero.

 

© Inedito di Giuseppe Nibali

Roberto Portas


La farfalla sulla bilancia

Sono tornato, usando il mezzogiorno,
al giardinetto, bonsai involontario,
tra parentesi di bellico cemento
(un’extrasistole del cemento:

in città contrae un virus d’arcano
qualunque inezia esente da automobile )
dove, bambino sorretto di vento
ariosa cartilagine di giochi, avevo

la Lineare B delle farfalle.
E io ch’ero volare senza acapo
e mansueto per essere intangibile
qui strinsi tra le dita la mia prima farfalla

(oh le due ali insieme non facevano
lo spessore di un foglio di quaderno!
le dita faticavano ad adempiere
il compito di avere senza rompere):

in quella perfetta economia d’essere sentii
me tutto eccedente; pesai l’hybris d’essere
uomo, additata da due aliene dita; seppi
d’essere insieme la farfalla, le dita.

 

© Inedito di Roberto Portas

Stefano Maldini


fermati e guardami
io non sono niente
mi affaccio come tutti
dall’intreccio dei pensieri
mi spingo più lontano
raggio laser verso il cielo
una vedetta che si affila
al vento limpido della vita

adesso ascoltami
oscillano i nostri corpi
rotolano allegri nel buio
e poi si riavvolgono
la casa lontana li chiama
bandiere confuse
fra il tempo dell’inizio
e l’unica possibile uscita

e alla fine toccami
prendimi se ci riesci
rincorrimi fra i gomitoli
del nostro codice segreto
diventare tuo padre
è rivivere ma anche
ricordalo, morire
fuggire via da me

 

© Inedito di Stefano Maldini

Federica Guerra


Come faccio a portare via tutto
portarmi via il nome
di una strada – via Sammartina
così facile a dirsi eppure
scritto male da tutti
Il pilastrino della madonnina
sola ora che le sue pie
non le portano più le rose
la Serafina col suo secchio del Dash
pieno di uova da 20 centesimi l’una
il fosso davanti casa
e la sua acqua sempre a scorrere
e l’acqua del lago più simile a me
sempre a rimanere

io che per tutta la vita ho sognato
di viverci dentro, e ora mi chiedo
come portarlo via.

 

© Inedito di Federica Guerra

Francesca Perlini


Fosse comuni

Non si stacca la carne
dalle ossa degli scomparsi.
Per sparizione i denti ricomposti
sono morsi che nemmeno tre metri di terra
lasciano la presa. I bacini portano piaghe di letti
con soffitti d’orizzonte dove i femori sinistri
si attaccano per articolazione ai polsi stretti
tra le sbarre, dove i piedi spaiati stanno come
capelli senza vento.
Dietro un portone, immobile
l’aria guarda al prato e trattiene il respiro
nei petti in cui i cuori versano lo stesso rosso vivo.
Vivo abbastanza che non bastano tre metri di terra,
dove scomposti gli scomparsi
risalgono a prendere corpo nella voce,
in quella luce di primule a marzo
che non dice, ricorda
le leggi dell’eternità e non del tempo.

 

© Inedito di Francesca Perlini

© Foto di Carola Catenacci

Claudio Damiani


Miei contemporanei
di questo tempo instabile
dove, lasciato un trapezio,
non abbiamo ancora afferrato l’altro
– noi equilibristi, più che trapezisti –
non siate in angoscia pensando
di essere nati troppo presto
per vedere l’allungamento della vita
come un elastico viscido,
non pensiate di essere gli ultimi
a morire, proprio scarognati,
non fate come Ray Kurzweil
che fa una dieta di farmaci
per vivere fino alla singolarità
e che se non ce la farà si farà ibernare
perché qualcuno poi, forse, lo venga a svegliare.

© Inedito da Prima di nascere

Antonietta Gnerre


Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua,
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.

Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.

Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

 

© Inedito di Antonietta Gnerre