Roberto Portas


La farfalla sulla bilancia

Sono tornato, usando il mezzogiorno,
al giardinetto, bonsai involontario,
tra parentesi di bellico cemento
(un’extrasistole del cemento:

in città contrae un virus d’arcano
qualunque inezia esente da automobile )
dove, bambino sorretto di vento
ariosa cartilagine di giochi, avevo

la Lineare B delle farfalle.
E io ch’ero volare senza acapo
e mansueto per essere intangibile
qui strinsi tra le dita la mia prima farfalla

(oh le due ali insieme non facevano
lo spessore di un foglio di quaderno!
le dita faticavano ad adempiere
il compito di avere senza rompere):

in quella perfetta economia d’essere sentii
me tutto eccedente; pesai l’hybris d’essere
uomo, additata da due aliene dita; seppi
d’essere insieme la farfalla, le dita.

 

© Inedito di Roberto Portas

Stefano Maldini


fermati e guardami
io non sono niente
mi affaccio come tutti
dall’intreccio dei pensieri
mi spingo più lontano
raggio laser verso il cielo
una vedetta che si affila
al vento limpido della vita

adesso ascoltami
oscillano i nostri corpi
rotolano allegri nel buio
e poi si riavvolgono
la casa lontana li chiama
bandiere confuse
fra il tempo dell’inizio
e l’unica possibile uscita

e alla fine toccami
prendimi se ci riesci
rincorrimi fra i gomitoli
del nostro codice segreto
diventare tuo padre
è rivivere ma anche
ricordalo, morire
fuggire via da me

 

© Inedito di Stefano Maldini

Federica Guerra


Come faccio a portare via tutto
portarmi via il nome
di una strada – via Sammartina
così facile a dirsi eppure
scritto male da tutti
Il pilastrino della madonnina
sola ora che le sue pie
non le portano più le rose
la Serafina col suo secchio del Dash
pieno di uova da 20 centesimi l’una
il fosso davanti casa
e la sua acqua sempre a scorrere
e l’acqua del lago più simile a me
sempre a rimanere

io che per tutta la vita ho sognato
di viverci dentro, e ora mi chiedo
come portarlo via.

 

© Inedito di Federica Guerra

Francesca Perlini


Fosse comuni

Non si stacca la carne
dalle ossa degli scomparsi.
Per sparizione i denti ricomposti
sono morsi che nemmeno tre metri di terra
lasciano la presa. I bacini portano piaghe di letti
con soffitti d’orizzonte dove i femori sinistri
si attaccano per articolazione ai polsi stretti
tra le sbarre, dove i piedi spaiati stanno come
capelli senza vento.
Dietro un portone, immobile
l’aria guarda al prato e trattiene il respiro
nei petti in cui i cuori versano lo stesso rosso vivo.
Vivo abbastanza che non bastano tre metri di terra,
dove scomposti gli scomparsi
risalgono a prendere corpo nella voce,
in quella luce di primule a marzo
che non dice, ricorda
le leggi dell’eternità e non del tempo.

 

© Inedito di Francesca Perlini

© Foto di Carola Catenacci

Claudio Damiani


Miei contemporanei
di questo tempo instabile
dove, lasciato un trapezio,
non abbiamo ancora afferrato l’altro
– noi equilibristi, più che trapezisti –
non siate in angoscia pensando
di essere nati troppo presto
per vedere l’allungamento della vita
come un elastico viscido,
non pensiate di essere gli ultimi
a morire, proprio scarognati,
non fate come Ray Kurzweil
che fa una dieta di farmaci
per vivere fino alla singolarità
e che se non ce la farà si farà ibernare
perché qualcuno poi, forse, lo venga a svegliare.

© Inedito da Prima di nascere

Antonietta Gnerre


Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua,
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.

Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.

Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

 

© Inedito di Antonietta Gnerre

Tommaso Tiddia


Ti ricordi la colomba bianca
come ci guardava negli occhi,
col suo sguardo di rima profonda
per noi ha danzato mentre ancora
era altissima l’onda sulla panca
del parco cittadino dov’è facile
costruire un nido coi propri pensieri,
ma noi combattevamo ancora
dentro l’arca mentre il mondo già
si ripopolava dei nostri animali.

© Inedito di Tommaso Tiddia

Monia Gaita


E dire

È rimasto soltanto un fiammifero di te.

Ne stivo fino al vigore ultimo
la belva più crudele.

Aspiro l’eco delle briciole,
mi semino
dentro il granaio dei volti,
vado a capo.

E dire che mi manchi
è contemplare le stagioni
che fioriscono,
è misurare il salto della perdita
ora che i fili del tuo ordito
sono forti
e giacciono nascosti
nel mio ventre.

E dire che mi manchi
è decifrarti l’alfabeto dell’assenza
nella nebbia,
guardare questa vita scorticata
produrre un taglio che risanguina
e rimarca.

 

© Inedito di Monia Gaita

Melania Panico


Le verità le ammassiamo nella neve
le sistemiamo sul letto sfatto – tutto fuori posto
ora che tra te e me ho messo questo lungo corridoio di sì
di parole sfiancate
sono diventate bianche
sfinite inutili come noi come padre e figlia come noi
e la finestra è rifugio o parere
la finestra dice che siamo oltre

dalla strada arriva un grido in controluce
è la perseveranza il tempio la vetta
è riempirsi di comprensione
che bella parola comprensione
il senso delle mie mani nelle tue
una marcia – il destino pattuito

 

 

© Inedito di Melania Panico

© Foto di Matteo Anatrella