Luca Alvino


Un bacio cambierebbe la mia vita

Se io potessi darti un bacio breve
di certo la mia vita cambierebbe.
Un bacio solamente basterebbe,
ma dato bene, ma come si deve.

La bocca tua soave si dovrebbe
aprire lenta mentre mi riceve,
alle labbra assetate sembrerebbe
un frutto molle che si schiude lieve.

Stringendo la tua nuca con le dita
vorrei gustare tutta la dolcezza
del volto tuo e dell’anima sontuosa.

Dentro di me l’essenza più preziosa
terrei per sempre della tua bellezza,
e certo cambierebbe la mia vita.

 

Inedito

Ksenja Laginja


Di tutte le parole scritte e pronunciate
restano alcune lettere stipate in fondo a un cassetto
minuscole geografie riposte tra le pagine
quelle di cui avevamo sentito il bisogno
scritte perché se ne facesse buon uso
la cui attesa era l’ambito premio.

Il cassetto è chiuso da allora
della chiave non abbiamo più saputo nulla
e ora solo la pietra ha memoria di tutto questo
come una radice che si ostina a non voler morire.

 

Inedito

Foto di Giulio De Paoli

Vernalda Di Tanna


Nutrimento disumano

La distanza allatta ogni domanda,
spettina la pelle. E la tua lingua,
stiracchiata, sussurra una voce
disumana. Resta a galla una rete
spoglia d’acqua. Se ami il giorno,
rischi di fraintendere le stelle: il callo
della malinconia è la doppia
vita che sa fingere la nostalgia.

Inedito

Francesca Del Moro


Sovraliminale

Finirà presto la stagione dei naufragi
com’è finita da tempo
quella degli attentatori islamici.

Le parate per i gay
fanno sempre arcobaleno
ma al giorno d’oggi il colore
che ci preme più di tutti è il nero.

Salvo saldi d’ideologia,
s’indossano solo pensieri
all’ultimo grido, sfilando.
Lei la chiama glossolalia.

Nell’aria deliziosamente danza
un avvelenamento lento
senza bagliore di esplosioni,
senza rilascio di gas venefici.

Günther Anders ha detto
che quando i morti sono troppi
la coscienza è incapace di rimorderti.

Così con la coscienza a posto
la sera mettiamo la testa a riposo,
le mani negate ai questuanti
gettano materiali plastici.

 

Inedito

Anne Stevenson


The Day

The day after I die will be lively with traffic. Business
will doubtless be up and doing, fuelled by creative percentages;
the young with their backpacks will be creeping snail-like to school,
closed in communication with their phones; a birth could happen
in an ambulance, a housewife might freak out and take a train to nowhere,
but news on The News with irrepressible importance will still sweep
everybody into it ¬like tributaries in a continental river system,
irreversible, overwhelming and so virtually taken for granted
that my absence won’t matter a bit and will never be noticed.

Unless, of course, enough evidence were preserved to record
the memorable day of my death as the same day all traffic ceased
in the pitiful rubble of Albert Street, to be excavated safely, much later,
by learned aboriginals, who, finding a file of my illegible markings
(together with the skeleton of a sacred cat), reconstructed my story
as a myth of virtual immortality, along with a tourist view of a typical
street in the late years of the old technological West – a period
they were just learning to distinguish from the time of the Roman wall,
built of stone (so it seemed) long before anything was built of electricity.

 

*

 

Il giorno

Il giorno dopo la mia morte il traffico sarà vivace. Di certo gli affari
andranno a gonfie vele, sospinti da percentuali creative;
zaino in spalla, come lumache i ragazzi strisceranno verso scuola,
chiusi in comunicazione con i loro telefoni; su un’ambulanza qualcuno potrebbe nascere
e una casalinga dar di matto e prendere un treno diretto in nessun luogo,
ma le notizie su The News continueranno a trascinare tutti
con la loro importanza irresistibile – come immissari di un sistema fluviale continentale,
irreversibili, travolgenti e così virtualmente e ciecamente accolte
che la mia assenza conterà meno di un bit, seppure sarà mai notata.

A meno che, certo, non rimanessero tracce sufficienti a identificare
il giorno memorabile della mia dipartita come quello in cui il traffico si fermò
tra le macerie miserevoli di Albert Street, molto tempo dopo, e in tutta sicurezza,
riportate alla luce da colti aborigeni i quali, ritrovato un file di miei illeggibili segni
(accanto allo scheletro di una gatta sacra), ricostruissero la mia storia
come un mito di immortalità virtuale, accanto all’istantanea di una tipica
strada della tarda era tecnologica occidentale – un periodo
che staranno appena imparando a distinguere dall’epoca del Vallo di Adriano,
fatto con pietre (a quel che sembrerà) molto tempo prima che tutto venisse fatto con l’elettricità.

 

Inedito tradotto da Carla Buranello

4ª poesia più letta del 2018

di Elisa Ruotolo

 

Ho desiderato

Ho desiderato essere come voi.
Oggi mi sono distratta
e l’ho fatto ancora.
Il sonno dell’animale che non sa
e prende forza dal possesso – questo ho domandato.
E poi l’inferno di ogni febbre terrena
la morte
la guerra
la malattia
– pur di sentirmi parte vostra.

Stenti e purezza furono pasto quotidiano
la mia carne cresceva assieme alla cura
di schivare i muri a cui chiedevo
un rimedio d’ombra.
Ogni esperienza m’impoveriva
ogni sapere foraggiava la mia ignoranza
i nervi provati dall’esercizio
s’allentavano nell’inabilità.
Il contagio arrivava a dirmi la fatica
del bene
della pace
della salute.

È fin troppo facile farsi bestia
in un’ora qualsiasi
non essere come gli altri eppur morire come tutti
strappati al campo prima del raccolto
nella stoltezza d’aver dimenticato
che ogni mostro
fu bambino.

 

Inedito di Elisa Ruotolo

 

Poesia pubblicata il 25 ottobre 2018.

5ª poesia più letta del 2018


di Gisella Genna

Dite ai miei morti di apparirmi
poiché mi sento sola come loro
e non ho più uno specchio
dove guardare altrove.

Dite loro di svegliare il cielo
dal torpore di un tempo finito.

Io non so niente e ancora cerco
tra le volte e il fogliame
un segno, un filo
un’anticipazione.

 

© Inedito di Gisella Genna

 

Poesia pubblicata il 25 gennaio 2018.

Matteo Meloni

a Fabio Pusterla

 

Che cos’ha in comune con noi
questa frangia di Alpi
radiosa e grande
che pare lì ferma aspettare da secoli?

Le sue incurvature, la roccia tagliente
mandano talvolta segnali, barbagli
sinistri e seducenti, attendono chete
il momento propizio.

Verrà un giorno una nube di aria
e di terra, si staccherà lucente
dalla montagna, verrà
a riprendersi quel che le appartiene,
la pietra il legno le case il torrente –
e noi con lei transumanti in un sonno
perpetuo: la fatica, il vento,
la neve.

 

© Inedito

Francesca Genti


non chiedermi, caro, la parola,
non dirla tu, non mi squadrare
come pollicino, fammi andare
per questo bosco scuro,
per il sentiero di quello che io sento.

tu non mentire, io non mento:

le parole sono molliche,
e ombre grandi di aquiloni,
sono il sole che abbaglia sui balconi,
e draghi che diventano formiche

le parole, la testa e il suo girare
tu buttale alle ortiche

come alfredino, fammi calare
nel fosso scuro: l’ombelico,
tu fammelo adorare,
così i baci, i nostri cedimenti,
il collo, le mani, gli occhi e i denti

sprofondami le unghie nella schiena:
la lingua è una catena
di suoni e di saliva
è bava stremata di lumaca,
tracciato seminale verso casa,
guscio, uovo, mondo, spirale,

ricordo dell’abbraccio originale.

 

Inedito di Francesca Genti