Christopher Whyte

‘Nach bochd nach eil thu sgrìobhadh anns a’ Bheurla!
An uairsin, bhitheadh d’ oidhirpean a’ cosnadh
cliù is aithneachaidh, ’s do leabhraichean
a’ gabhail ’n àite air an sgeilp ri taobh

Dickens, Thackeray is Tennyson.
B’ urrainn dhut brosnachadh is sùgh a tharraing
à dualchas aig nach eil seis anns an t-saoghal
leis cho beartmhor, iol-chruthach ’s a tha e.”

Ach nuair a thòisich mi a’ sgrìobhadh, rinn mi
mar nuair a roghnaich mi a’ chèil’ a th’ agam,
cha b’ ann airson a beairteis no a h-inbhe
ach a chionn ’s gu robh i taitneadh rium

is mise rithe, chionn ’s gum b’ urrainn dhomh
a sàsachadh ’s a dèanamh torrach, chionn
’s nach robh mi ’g iarraidh tachairt ris a’ bhàs
le làimh eile ’nam làimh seach a làmh fhèin.

 

*

 

‘Che peccato che non scrivi in inglese!
Se lo facessi, le tue opere riceverebbero
fama e riconoscimento, e i tuoi libri
prenderebbero posto sugli scaffali

con quelli di Dickens, Thackeray e Tennyson.
Potresti attingere linfa e sostentamento
da una tradizione che non ha pari in tutto il mondo,
essendo così ricca e multiforme.’

Però quando iniziai a scrivere, feci
come quando scelsi la mia compagna,
non per la sua ricchezza o il suo prestigio
ma perché mi piaceva, com’anch’io

a lei, perché ero capace di appagarla
e di renderla gravida, e perchè
non volevo affrontare la morte
con altra mano nella mia che la sua.

Inedito

Dino Villatico


Superga, 25 dicembre 2023

Guardo dalle terrazze di Superga,
nel giorno di Natale, la catena
poco innevata, in questo desolato
anno di guerre, e scarsità di piogge,
delle Alpi all’orizzonte; sotto un cielo
azzurro, qualche nuvola vagante,
fiocco di ovatta, sulla verde piana,
e guardo di fronte a me il Monviso,
e sotto, nella valle, tra le case,
serpeggiare a Torino il lungo nastro
del Po, l’acqua che nasce dal pendio
delle sue falde, il corso della Dora
Riparia e, più lontano, dello Stura;
immoto al sole, ai piedi della grande
basilica, contemplo la foschia
densa nella pianura, e guardo dopo
limpido il cielo sopra la mia testa.
Ma come sono giunto a questo istante,
e che tempo nel tempo inavvertito
delle montagne, i platani spogliati,
gli abeti verdi, i rami rinsecchiti
degli aceri e gli arbusti a primavera
colorati? Dall’ombra permanente
di questi mesi nasce numinoso
il muoversi del tempo, si presenta
una vita per chi l’aspetta. Morte
soltanto, per chi resta e sopravvive,
decide la misura di durata.

Inedito

Imperatrice Bruno


Io devo mettere al mondo che tu sei esistito,
che solitudine è un organo ben irrorato
che fa male e ha lo stesso senso dello sbattere
le mani per l’applauso; oltre noi non ci sono testimoni
di questa noce di luce intera che morirà sinonima
di molti e mai nessuno saprà il suo nome, e il proprio nome
in funzione della cosa già viva che è nata o voleva nascere
tenendo come piatto vuoto tutta l’attesa di un’offerta
preannunciata. Esisteranno le macchie sulla ceramica
a dire che doveva e non è venuto
che il riccio c’era e non si è mai schiuso

finiremo tutti nello scivolare delle pietre
e degli dèi, ci chiederanno traccia dei nostri polmoni
e delle erosioni chimiche e chiederanno ai nostri
figli se non sanno di essere figli di un orgasmo
e una volta scesi a valle ci sarà la conta testa
per testa. Ingovernabile moltitudine. Rinascerai allora.

Inedito

Paola Casali

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In un bar sul Bosforo, dicevi,
o in una capanna a Siem Reap
sulla strada tra Massaua ad Asmara
in un corridoio di una libreria
in un bivio tra il sole e il vento
o in un treno che non si sa dove
noi saremmo stati.

Andavo là
pellegrina seguivo la mia sorte
lasciando letti intatti
e ascoltando campane
sotto un vecchio tronco.
Tra i mille e mille volti
ho visto anche occhi felici
e lo sono stata.
Era quando la tua voce
penetrava a gocce l’aria,
e la seguivo fino a diventare te.

Inedito

Mauro Liggi


Punto
Croce
Seduta nel divano
gli occhiali in bilico sul naso
in terra gomitoli blu
divorati dai tuoi ferri da maglia
le dita instancabili
ogni tanto un sorriso per misurarmi
o un rimbrotto se giocavo a distrarti
mentre controllavi l’intreccio bisbigliando
in grembo il disegno che doveva guidarti.
Punto.
Croce.
Vorrei ora quel maglione caldo,
che pizzicava sempre un po’,
con i nodi a grana di riso
il blu accecante.
Punto.
Il colletto ampio
che a me non piaceva
i polsini enormi
io che pesavo quaranta chili
le spalle troppo larghe.
Croce.
Poi alla fine
Sferruzzavi anche di notte
a tempo delle preghiere
fino a sfinirti
e la mattina era dopo perfetto.
Punto.
Croce.
Come vorrei indossarlo ancora
per scaldare la tua mancanza
e sulle spalle portare
il gravoso cercarti
la mia pesante
Croce
Punto.

 

Inedito

Giuseppe Conte


Lettera a Giuseppina Biondo

Anch’io la ringrazio cara Giuseppina
Biondo per avermi ringraziato come uno
dei primi lettori “ufficiali” del suo
Lingua di mezzo:
ma creda, io un tipo tanto ufficiale
non sono, neppure come lettore.
Leggo talvolta in fretta, senza cuore,
saltando pagine, fiutando appena
quando intuisco la lagna, la tiritera,
l’ineffabilità programmata
e un’anima narcisa e piccolina.
Non è il suo caso, cara Giuseppina
Biondo. Il suo libro l’ho letto
tre volte, l’ho appuntato con la biro
scarabocchiandolo di asterischi
di sottolineature tremolanti e di punti
interrogativi. L’ho letto e riletto
immerso nella vita e nel linguaggio, sporcato
dalla mia angoscia e dalla mia gioia
(oh i poeti che non puntano alla gioia,
come posso credere al loro dolore?)
dal mio pansessualismo, dalla mia
sacra erotomania
di cui non mi pento né vergogno,
no davvero non mi sogno
di rinnegare il da tutti incompreso
Sesso e apocalisse a Istanbul
o poesie come quell’apocrifo
Cantico dei Cantici ipersensuale
che comincia: “Vuoi venire con me
sino alle vigne di Noè?”
Lei ha scritto un libro fresco, magnifica-
mente giovane e ambiguo e nitido e cruciale.
È un libro d’amore che fa mondo
dove si sente la voce di Catullo sullo sfondo
con sovrana chiarezza latina,
non un libro di lirismo tradizionale, niente
di effusivo, piangente, oracolare
un libro di baci, di sguardi, di brame
ambigue e fluide, sapiente e innocente,
dove lingua di mezzo è certo in primis
quella che introduce la schwa
a saldare vecchi conti con il maschilismo
della grammatica, per carità,
ma dove lingua di mezzo finalmente
è anche la lingua che uscendo da una bocca
si mescola a un’altra lingua, nell’atto più
torbido e lieve e intimo sulla via dell’eros.
“Da grande vorrei rubare baci”
è un suo strepitoso proposito monello,
“se oggi riuscissi a baciare le labbra”
non c’è per un umano sogno più bello.
C’était le jour béni de ton premier baiser,
ricorda Mallarmé?
Come dare di lei Giuseppina una definizione:
principessa, maschiaccio, una che in ovulazione
beve tanta acqua, una cui piace sorridere
maliziosamente (cosa che mi sorprende,
io sul suo volto avevo sempre visto
una infantile e sana
fiera innocenza siciliana).
È lei che ha inventato la “collaudatrice
di labbra”, figura metaforica straordinaria,
con un affondo etimologico sul rapporto
con laudare, giusto per mantenere
alto il livello di auto consapevolezza del suo
nuovo linguaggio. Fatto anche di
aule di scuola, studenti, metropoli,
e comunicazione social,
forse ormai inevitabili?
Persefone è giustamente una ragazza di oggi
ed ha un caschetto castano ed è permalosa,
(epifania mitomodernista bella e golosa)
Whitman nel suo libro appare gigante,
letto in tre traduzioni tra le tante
di cui almeno una spero sia la mia.
E la schwa, la donna dello schermo,
il sapiente espediente, il tributo
alla sessualità fluida del tempo
che ha acceso – così mi ha scritto
lei e mi hanno detto giovani poeti
un po’ platonicamente innamorati
di Joséphine – intorno al libro tanta polemica.
Ma perché? La schwa in mano a Giuseppina
non è mica così ideologica e brutale
è aerea, giocosa, tormentosa, bambina,
non una rivendicazione ma una pratica
comunicativa e non priva di astuzie
e di garbo poetico, ludico, festoso:
“tutt*, ma davvero tutt*
guardavano il cellulare”
ragazze e ragazzi, senza eccezione
(mi scusi, non ho la e rovesciata
o non la trovo sulla mia tastiera
mentre scrivo ascoltando in cuffia
Radio swiss jazz, Speak to me of you
di Freddy Cole in questo preciso momento).
Ho provato a leggere ad alta voce
mi è venuto fuori un mezzo accento
abruzzese o pugliese che non mi riguarda,
più da coglione
che da Checco Zalone.
Oh Giuseppina Biondo, autrice
di un libro così nuovo e importante
Oh Giuseppina Biondo, le parolacce sono tante
e per mia esperienza le dicono * ragazz*
e le diciamo tutti, e che cazz*
e anche a me piacciono in letteratura
ma clamorose, precise, gioiose
per intenderci alla Henry Miller
non rastremate e rivendicative
come quelle che usano Valduga e Nove.
Ma il trash no, quello no, lei, proprio lei
così elegantemente sospesa sulla neutralità
della lingua, sulla fluidità del sesso,
il trash all’italiana no, la prego, mi ci manca
più Tommaso Labranca.
E se trash deve essere, che sia
quello del primo film della trilogia
di Paul Morrisey prodotta da Andy Wharol,
Trash, seguito da Flesh e Heat
in cui giganteggia il non attore
e tutto cazzo Joe Dallesandro,
da riscoprire.
Lei Giuseppina, non si spaventi.
Vada per la sua strada contro i venti
delle polemiche e contro la calma piatta
del presente. Sia oscura, solare, ambigua
e chiara. Scriva quello che sente.
Sorrida ancora maliziosamente!
Scriva d’amore, non c’è mica tanto altro
su cui scrivere al mondo.
“Ogni verso è un lungo precipitare.
E io voglio amare, amare, amare”.
Così, con queste urla rimate
lei che è capace di assonanze sofisticate
come quella tra “snitcha” e “addice”.
Continui così, glielo dice
in questa lettera del tutto innocente
il vecchio barbuto Doktor Conte
suo lettore non ufficiale
che l’amore per la poesia
non l’ha tradito mai.
Scriva ancora così:
“Innamorati. Innamorati, dai”.

Inedito

Mario Giampaolo


Pico

Mesi steso su Roma morta
ogni giorno e di nuovo,
mare vuoto di fortune.

Andare via con una vita a strascico
e la cardiologia elementare
a gonfiare le vele.

Scegliersi un’isola minore
sala d’attesa a cielo aperto,
battiti irregolari.

Ci ho scoperto un cristianesimo
che mi tiene compagnia e m’ha svelato
il mito barbaro che ho avuto di te.

Altrove cresce un senso di festa,
qui si bevono pomeriggi corretti col vero
e io snocciolo ancora frammenti di rara devozione

Il potere
che hai
di cambiare le cose

minuscola età dell’oro
Il tuo sangue
di ieri notte
stamattina
sull’angolo
della mia bocca.

 

Inedito

Giovanna Rosadini

Ph. Dino Ignani

Ti cerco nella scucitura del tempo
che mi apre questo libro, tuo,
mio, in questo dialogo di parole
per interposta persona in cui
cerchiamo conferma alle nostre
intuizioni, quel sostare inatteso
dello sguardo che veste un presagio,
sentire di esserci ancora, sentirsi
ancora accolti nell’interezza di ciò
che siamo, anime fragili scivolate
nel burrone della vita e creature
animate da un fremito di luce,
nel tocco di una grazia
che ritorna e ci conduce.

Inedito

Arundhathi Subramaniam


La Verna

It was a day riddled with signs
for each of us –

Italian agnostic,
American Unitarian Buddhist,
Hindu seeker.

We went because our friend –
gay, Catholic, Tuscan –
recommended it. ‘Jesus is God
and God is One,’ he said,
‘and that should leave out San Francesco,
but I love him still,
and I love him even more
when I go to La Verna.’

And so, we went
one afternoon in March,

plunged into a delirium
of boulder, rain and spinning
sky, suspended between the Tiber
and the Arno, between wild geology
and keeling light, where the wind
is falcon flight and gravity aerial,

where the sombre white owl
has seen it all –
rock melting into forest,
wolf into lamb,
sky into mineral,
gnarled root into cosmos,

where faith is a gaunt wooden crucifix
against an ache of valley,
and prayer
the cry of kestrels entangled
in ancient beechwood
and the spillage of light
through wind-shirred cloud.

And there was the bright-eyed Russian
we met outside the chapel
of St Mary of the Angels
who told me her spiritual guide
was Indian

and we grew silent
to find we carried in our bags
the picture of the same fakir
with quizzical gaze and dirty robe.

It felt like there was something that day
for each of us.

It could have been
the gasp of precipice scarred
by ravine.

It could have been
that gentle saint of the valley scarred
by love.

We never knew
and were none the wiser afterwards

about whether there was one
or many

or none at all.

But high above the valley of Casentino
there was a day in March –
we’d agree,
the three of us –

that couldn’t be tamed
by arithmetic.

Love without a Story (Bloodaxe 2020)

*

La Verna

Fu un giorno costellato di segni
per ognuno di noi –

Un italiano agnostico,
un’americana buddista unitaria,
una seeker induista.

Ci andammo perché il nostro amico –
gay, cattolico, toscano –
ce lo aveva consigliato. «Gesù è Dio
e Dio è Uno», aveva detto,
«e questo dovrebbe escludere San Francesco,
ma io lo amo comunque,
e lo amo ancora di più
quando vado alla Verna».

E così ci andammo
un pomeriggio di marzo,

immersi in un delirio
di massi, pioggia e mulinelli
di cielo, sospesi tra il Tevere
e l’Arno, tra geologia selvaggia
e luce fioca, dove il vento
è volo di falco e aerea gravità,

dove il cupo gufo bianco
ha visto tutto –
la roccia che si disfa in foresta,
il lupo in agnello,
il cielo in minerale,
la radice nodosa nel cosmo,

dove la fede è uno scarno crocifisso di legno
contro un dolore di valle,
e la preghiera
il grido dei gheppi impigliati
tra gli antichi faggi
e la luce che spilla
tra le nubi straziate dal vento.

E ci fu la russa dagli occhi brillanti
che incontrammo davanti alla cappella
di Santa Maria degli Angeli
che mi disse che la sua guida spirituale
era indiana

e rimanemmo in silenzio
per scoprire che portavamo in borsa
l’immagine dello stesso fachiro
con lo sguardo perplesso e la veste sporca.

Era come se quel giorno ci fosse qualcosa
per ognuno di noi.

Sia stato
il sussulto del precipizio sfregiato
dalle forre.

Sia stato
quel santo gentile della valle sfregiata
dall’amore.

Non lo sapemmo mai
e non ne avemmo miglior contezza in seguito

se ce ne fosse stato uno
o molti

oppure nessuno.

Ma lassù, sopra la valle del Casentino
ci fu un giorno di marzo –
e saremmo stati d’accordo,
tutti e tre –

impossibile da addomesticare
con l’aritmetica.

Inedito tradotto da Andrea Sirotti

Giovanna Cristina Vivinetto

Autoscatto

I papiri curvano la luce del pomeriggio,
fanno come un muro all’orizzonte.
Un albero pare buchi l’acqua
salendo dalle profondità sommerse.
A lato una rana è colta nell’atto
di saltare in uno spazio ignoto – più in là
una biscia si confonde nel giuncheto.

Non si vedono ma riempiono l’aria
le cicale, i grilli – questa generazione
invisibile spuntata dalla corteccia.
Poco a destra, un lembo di terra nera
trasuda ancora un fumo vegetale.
E poi riflessi moltiplicati, nuvole cresciute
dentro l’acqua – un silenzio sparpagliato
sull’erba come dopo una fuga.

Eppure la fotografia non rende
giustizia. Nulla dice di me in quel momento
sprofondata nello stagno, smarrita
dentro la prospettiva – per essere
andata in cerca di una me scivolata
nel fondale – una me attonita, conchiglia.

Io già anfibia, frammista
alle rocce, ai verdognoli girini,
alla sera minerale addensata sulla nuca.
Io così incastrata nel paesaggio
da apparire indistinguibile – annidata
nel respiro delle creature marine,
nel gesto di una gioia incompiuta

– io afferrata dalle caviglie, io di nuovo umana
quel giorno a me stessa
a me solo sopravvissuta.

Inedito