Gualtiero Santi

Lontano

La mia voce migliore è stata quella strozzata,
nel mare-lungo specchio di un disgusto atroce,
nel mondo ch’esigeva i frammenti d’una pace
che io, invece, vedevo intera quasi fosse irreale.
Ma l’infame solitudine di quel palco m’entrò
nelle ossa mentre sudavo parole, che si facevano
musica e volevano gridare in faccia
agli applausi, in faccia ai sorrisi idioti di chi suona
armonie con lire senza vita e senza corde;
quelle sbiadite su una carta stampata
che s’ammassano in banca come un cumulo
di note senza senso che mai suoneranno la vita.

E come potevo cantare ancora?
Se quella stanza sembrava colare
a picco sulla mia vita come una pioggia
di coriandoli sbiaditi, come una pioggia
di canzoni che non ho potuto cantare
per la fretta di viverle e saperle.
Ora so che la nebbia è quasi un riposo,
un sorriso fatto per caso a un’alba nuova,
un’alba che sorride di rado -questo è vero
Ah ah aaaah!-.
Sì, è vero. È stato anche un rifiuto,
non nascondo le mie idee;
non andavo d’accordo col mondo.
Ma ci credi che non è solo questo?
Semplicemente tutto ha iniziato a languire
in un ritmo calmo, sordido, lento:
il mare, l’applauso, il buio, l’amore…
tutto si stava mescolando ed un gorgo
tremendo m’ingollava pian piano.
Non avevo più scampo perchè tutto
– La vita, il successo, l’amore-
tutto era diventato troppo,
davvero troppo vicino.
Ero Stanco.

Ho pensato, allora, che solo da spenti
i miei occhi avrebbero saputo brillare;
e avrebbero saputo placarsi…
lontano.

da La fragilità del fuoco