David Herbert Lawrence


Primavera incendiata

Questa primavera, come arriva, esplode in
falò verdi, selvatico soffiare verde di
alberi, di cespugli, fioritura di pruni che si
levano in ghirlande di vapori, tra
il bosco che brulica e brividi di giunchi
d’acqua.

Sono stordito da tutto questo sprigionarsi, questo
divampare di fuochi verdi, luci sul nero della terra, questa
folata di crescita, questi soffi di vapore che
vanno in selvatici vortici, come
volti di uomini sbocciati sotto il mio
sguardo.

E io, che specie di fuoco sono io, tra tutto
questo bruciare della primavera? Sono quello che manca,
io. Neanche pallido fumo come il resto della
gente, meno del vento che corre al fiammeggiante
richiamo.

*

The Enkindled Spring

This spring as it comes bursts up in bonfires green,
Wild puffing of emerald trees, and flame-filled bushes,
Thorn-blossom lifting in wreaths of smoke between
Where the wood fumes up and the watery, flickering rushes.

I am amazed at this spring, this conflagration
Of green fires lit on the soil of the earth, this blaze
Of growing, and sparks that puff in wild gyration,
Faces of people streaming across my gaze.

And I, what fountain of fire am I among
This leaping combustion of spring? My spirit is tossed
About like a shadow buffeted in the throng
Of flames, a shadow that’s gone astray, and is lost.

Poesie (Mondadori, 1987), a cura di G. Conte

Giuseppe Conte


Lettera a Giuseppina Biondo

Anch’io la ringrazio cara Giuseppina
Biondo per avermi ringraziato come uno
dei primi lettori “ufficiali” del suo
Lingua di mezzo:
ma creda, io un tipo tanto ufficiale
non sono, neppure come lettore.
Leggo talvolta in fretta, senza cuore,
saltando pagine, fiutando appena
quando intuisco la lagna, la tiritera,
l’ineffabilità programmata
e un’anima narcisa e piccolina.
Non è il suo caso, cara Giuseppina
Biondo. Il suo libro l’ho letto
tre volte, l’ho appuntato con la biro
scarabocchiandolo di asterischi
di sottolineature tremolanti e di punti
interrogativi. L’ho letto e riletto
immerso nella vita e nel linguaggio, sporcato
dalla mia angoscia e dalla mia gioia
(oh i poeti che non puntano alla gioia,
come posso credere al loro dolore?)
dal mio pansessualismo, dalla mia
sacra erotomania
di cui non mi pento né vergogno,
no davvero non mi sogno
di rinnegare il da tutti incompreso
Sesso e apocalisse a Istanbul
o poesie come quell’apocrifo
Cantico dei Cantici ipersensuale
che comincia: “Vuoi venire con me
sino alle vigne di Noè?”
Lei ha scritto un libro fresco, magnifica-
mente giovane e ambiguo e nitido e cruciale.
È un libro d’amore che fa mondo
dove si sente la voce di Catullo sullo sfondo
con sovrana chiarezza latina,
non un libro di lirismo tradizionale, niente
di effusivo, piangente, oracolare
un libro di baci, di sguardi, di brame
ambigue e fluide, sapiente e innocente,
dove lingua di mezzo è certo in primis
quella che introduce la schwa
a saldare vecchi conti con il maschilismo
della grammatica, per carità,
ma dove lingua di mezzo finalmente
è anche la lingua che uscendo da una bocca
si mescola a un’altra lingua, nell’atto più
torbido e lieve e intimo sulla via dell’eros.
“Da grande vorrei rubare baci”
è un suo strepitoso proposito monello,
“se oggi riuscissi a baciare le labbra”
non c’è per un umano sogno più bello.
C’était le jour béni de ton premier baiser,
ricorda Mallarmé?
Come dare di lei Giuseppina una definizione:
principessa, maschiaccio, una che in ovulazione
beve tanta acqua, una cui piace sorridere
maliziosamente (cosa che mi sorprende,
io sul suo volto avevo sempre visto
una infantile e sana
fiera innocenza siciliana).
È lei che ha inventato la “collaudatrice
di labbra”, figura metaforica straordinaria,
con un affondo etimologico sul rapporto
con laudare, giusto per mantenere
alto il livello di auto consapevolezza del suo
nuovo linguaggio. Fatto anche di
aule di scuola, studenti, metropoli,
e comunicazione social,
forse ormai inevitabili?
Persefone è giustamente una ragazza di oggi
ed ha un caschetto castano ed è permalosa,
(epifania mitomodernista bella e golosa)
Whitman nel suo libro appare gigante,
letto in tre traduzioni tra le tante
di cui almeno una spero sia la mia.
E la schwa, la donna dello schermo,
il sapiente espediente, il tributo
alla sessualità fluida del tempo
che ha acceso – così mi ha scritto
lei e mi hanno detto giovani poeti
un po’ platonicamente innamorati
di Joséphine – intorno al libro tanta polemica.
Ma perché? La schwa in mano a Giuseppina
non è mica così ideologica e brutale
è aerea, giocosa, tormentosa, bambina,
non una rivendicazione ma una pratica
comunicativa e non priva di astuzie
e di garbo poetico, ludico, festoso:
“tutt*, ma davvero tutt*
guardavano il cellulare”
ragazze e ragazzi, senza eccezione
(mi scusi, non ho la e rovesciata
o non la trovo sulla mia tastiera
mentre scrivo ascoltando in cuffia
Radio swiss jazz, Speak to me of you
di Freddy Cole in questo preciso momento).
Ho provato a leggere ad alta voce
mi è venuto fuori un mezzo accento
abruzzese o pugliese che non mi riguarda,
più da coglione
che da Checco Zalone.
Oh Giuseppina Biondo, autrice
di un libro così nuovo e importante
Oh Giuseppina Biondo, le parolacce sono tante
e per mia esperienza le dicono * ragazz*
e le diciamo tutti, e che cazz*
e anche a me piacciono in letteratura
ma clamorose, precise, gioiose
per intenderci alla Henry Miller
non rastremate e rivendicative
come quelle che usano Valduga e Nove.
Ma il trash no, quello no, lei, proprio lei
così elegantemente sospesa sulla neutralità
della lingua, sulla fluidità del sesso,
il trash all’italiana no, la prego, mi ci manca
più Tommaso Labranca.
E se trash deve essere, che sia
quello del primo film della trilogia
di Paul Morrisey prodotta da Andy Wharol,
Trash, seguito da Flesh e Heat
in cui giganteggia il non attore
e tutto cazzo Joe Dallesandro,
da riscoprire.
Lei Giuseppina, non si spaventi.
Vada per la sua strada contro i venti
delle polemiche e contro la calma piatta
del presente. Sia oscura, solare, ambigua
e chiara. Scriva quello che sente.
Sorrida ancora maliziosamente!
Scriva d’amore, non c’è mica tanto altro
su cui scrivere al mondo.
“Ogni verso è un lungo precipitare.
E io voglio amare, amare, amare”.
Così, con queste urla rimate
lei che è capace di assonanze sofisticate
come quella tra “snitcha” e “addice”.
Continui così, glielo dice
in questa lettera del tutto innocente
il vecchio barbuto Doktor Conte
suo lettore non ufficiale
che l’amore per la poesia
non l’ha tradito mai.
Scriva ancora così:
“Innamorati. Innamorati, dai”.

Inedito

Giuseppe Conte


Alle origini

Riaverti così, sentire
in me che tu sei simile
al vento e agli anemoni.
Alle origini. Riaverti
dopo il tempo dell’abbandono
dopo gli oltraggi e l’odio
senza pentimenti, senza perdono.

Sono stato lontano da te
per anni come uno che
vuole essere solo, più
solo di un muro diroccato
più immobile di un sasso
che non lambisce il mare.
Poi abbiamo incominciato a viaggiare.
Dove ci siamo incontrati,
anima? In che piazza di
città, in che prato,
in riva a che torrente?
E ora sei qui, da sempre
simile al vento, ai fiori, ai vulcani.
Alle origini.

Poesie d’amore del ‘900 (Mondadori, 1992)

Ph. Virginia Morini

Giuseppe Conte


Quando sono lontano da te, mare, io ti vedo.
Dove un soffio nell’aria simile a un sibilo
spezza la terrena staticità delle cose.
Ti ho visto tra le cime dei pioppi tremuli
delle Montagne Rocciose
che si piegavano sotto un vento sciamano
con un cupo, continuo fischiare lontano.
Ti ho visto nella distesa del deserto
tinto di viola, sfumante, eclettico
del New Mexico
ondoso sotto l’orizzonte come te.
E nei laghi senza sponde, asciutti, salati,
miraggi rosati che appaiono e scompaiono
tra Kerman e Shiraz, in Iran.

 

Non finirò di scrivere sul mare (Mondadori, 2019)

Giuseppe Conte

        

Sono qui seduto su un tappeto
di foglie e fiori di primavera

e il mio silenzio è una preghiera
ed ho con me la coppa e il vino.

Se la mia Amata fosse vicino
se la sua bocca lucente fosse qui.

Il profumo dei suoi baci
è più dolce del gelsomino.

Dicono che sono saggio perché
conosco tutte le parole di Dio

e so che il suo volto non si vede
ma a tutti i roseti concede

la sua porpora e il suo fuoco.
Ma io sono saggio perché bevo, gioco

canto mentre il tempo ci rapina.
Quante rose si apriranno stamattina

e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli  uragani

avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.

Non è la stessa per noi tutti quella
luna che sembra una melagrana

staccata lentamente dal suo ramo?
Ma io sono saggio perché amo.

Canti d’Oriente e d’Occidente (Mondadori, 1997)

Giuseppe Conte

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Dei baci e del baciarsi

Dei baci e del baciarsi l’annegante
dolcezza, il tepore mucillaginoso
il fermentare che fa l’indomani
dolere la gola e spuntare foruncoli
quante volte, corpo, abbiamo provato.

Dei baci e del baciarsi l’irradiante
piacere, la frecciante volontà
di sovrapporsi, mescolarsi, intridersi
l’uno dell’altra, scivolando e tenera-
mente colpendosi, assurdi, regrediti
a questa adolescenza immedicabile
perduti, paritetici nel suo mistero
quante volte, mio corpo, abbiamo provato,
quante contare non potremmo, è vero, è
vero?

 

Poesie. 1983-2015 (Mondadori, 2015)