H.D. (Hilda Doolittle)


Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks.

*


Mezzogiorno

La luce batte su di me.
Sono allarmata –
una foglia spezzata scricchiola sul lastricato –
sono angosciata – sconfitta.

Un leggero vento scuote i baccelli –
i miei pensieri sono consumati
come i semi neri.
I pensieri mi lacerano,
temo la loro febbre.
Sono dispersa nel suo vortice.
Sono dispersa come i semi caldi rinsecchiti.

I semi rinsecchiti
sono spaccati sul sentiero –
l’erba si piega per la polvere,
l’uva scivola sotto la sua foglia secca:
eppure oltre i semi ormai passati,
e gli steli di menta anneriti,
il pioppo sulla collina è splendido,
il pioppo si allarga, le sue radici profonde tra gli alberi.

Oh pioppo, tu sei grande
tra le pietre del colle,
mentre io perisco sul sentiero
tra i crepacci delle rocce.

Poesie imagiste di Hilda Doolittle (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Giorgia Sensi

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Philip Morre

Grey Blues

The colour of your absence is rather
an absence of colour, the no-colour
of soldiering on, getting through
– this day and the next – of making do.

Call it grey if you must, the schwa
of colours, say a washed-out grisaille,
say cinereal – and no such thing as a
silver lining: cloud-cover’s here to stay.

I used to see you as the intensest
seam of luck in my life’s bleu-de-travail,
less reason-for-living than recompense:
the gods’s apology for the hoax they play!

They’re still up there, riffling the packs
on their holiday mountain, bickering
over who gets to cruise this evening
in the swan costume, sleeving the jacks …

And you? I can’t even say for certain
what country you’re in: but just yesterday
saw your blue coat through the rain-curtain
hiking the headland, not heading this way.

Inedito

*

Grey Blues

Il colore della tua assenza è piuttosto
un’assenza di colore, il non-colore
del tirare avanti, del far passare
– domani e dopodomani – del far bastare.

Chiamalo grigio se vuoi, lo schwa
dei colori, chiamalo grisaglia sbiadita –
o cinereo – e non pretendiamo nemmeno
che dopo la pioggia venga sempre il sereno.

Ti vedevo come la più sgargiante rifinitura
nel bleu-de-travail della mia vita,
non tanto ragione-di-vita quanto ricompensa;
le scuse degli dei per lo scherzo che tirano!

Sono ancora lassù, loro, in quel villaggio olimpico,
a mescolare le carte, a bisticciare – a chi toccherà
rimorchiare in costume da cigno stasera?
– mentre infilano i fanti nelle maniche …

E tu? Non so neanche dire per certo
in che paese ti trovi: ma giusto ieri ho visto
la tua giacca blu attraverso una cortina di pioggia
scarpinare sul promontorio, non in questa direzione.

 

Traduzione di Giorgia Sensi e Philip Morre

Carol Ann Duffy

Carol-Anne-Duffy-

 

La signora Van Winkle

Sprofondai come un sasso
nelle acque fonde e stagnanti della mezza età,
con acciacchi da capo a piedi.

Mi buttai sul cibo.
Rinunciai a fare moto.
Mi face bene.

E mentre lui dormiva
mi trovai dei passatempi.
Dipinsi. Visitai ogni sognato monumento:

la torre di Pisa.
Le Piramidi. Il Taj Mahal.
Feci un piccolo acquerello di ognuno.

Ma la cosa migliore,
quello che batté di gran lunga tutto il resto
fu l’addio non troppo sofferto al sesso.

Fino al giorno in cui
tornai a casa col mio pastello del Niagara
e lui seduto sul letto agitava un tubetto di Viagra.

 

La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Kate Clanchy


Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
argentato e monocromo, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

 

Neonato (Edizioni Medusa, 2007), traduzione di Giorgia Sensi

Patrick McGuinness


Father and Son

in memory of my father, and in welcome to my son

In the wings there is one who waits to go on,
and another, his scene run, who waits to go.

I would like to think they met; if not here
then like crossed letters touching in the dark;

the blank page and the turned page,
the first and the last, shadows folding

over and across me, in whom they’re bound.

 

*

 

Padre e figlio

in ricordo di mio padre, e come benvenuto a mio figlio

Dietro le quinte c’è uno che aspetta di entrare,
e un altro, finita la sua parte, che aspetta di uscire.

Mi piacerebbe pensare che si siano incontrati; se non qui
allora come lettere che s’incrociano e si toccano nel buio;

la pagina bianca e la pagina voltata,
la prima e l’ultima, ombre che si ripiegano

attraverso e sopra di me, in cui si legano.

 

Déjà-vu. Poesie scelte vecchie e nuove (Interno Poesia, 2019), traduzione e cura di Giorgia Sensi

J. Mitchell


This is Not My Mother

They were so shocked – the friends, who hurried past
her open coffin – no one had been warned.
Appalled to find there wasn’t more to her, no longer twice the size

of the whole room – cut down by cancer to her flinty self.
Mouth closed for once, her roaring laugh replaced
with humming silence – what remained of the dread

organ music she requested with one hymn: Breathe on me, breath of God.
Her cheeks, now hollowed out, still had their girlish glow,
but false – a symptom of her feeble heart or the embalmer’s hand.

I chose the last dress she would ever wear, more like a sack,
with half its contents emptied out.
The collar needed to be straightened; but I was scared

to reach across to her. The deadly eyes might open;
the line burst into mouth again.
She’d tell me not to fuss, keep still, stand back.

I did and watched her friends, the ones who cried and took their seats.
They didn’t seem to notice me, dry-eyed.
I sang: Breathe on me, breath of God. Fill me with life anew.

 

*

 

Non è mia madre questa

Rimasero scioccati – gli amici che sfilarono
davanti alla bara aperta – nessuno era stato avvertito.
Inorriditi nello scoprire quanto poco era rimasto di lei, non più il doppio

dell’intera stanza – ridotta dal cancro alla sua essenza ossea.
La bocca chiusa, per una volta, la risata fragorosa sostituita
dal silenzio di un’eco – ciò che restava della tremenda

musica d’organo che aveva voluto per inno: Alita su di me, alito di Dio.
Le guance, ora scavate, conservavano un colorito roseo di ragazza,
ma falso – sintomo del cuore debole o della mano dell’estetista.

Avevo scelto l’ultimo vestito che aveva indossato, quasi un sacco,
semi svuotato del suo contenuto.
Il colletto doveva essere raddrizzato; ma ebbi paura

di toccarla. Gli occhi spenti potevano riaprirsi;
la linea della bocca riprendere vita.
Mi avrebbe detto, non agitarti, stai ferma, stai indietro.

Così feci e osservai i suoi amici, chi piangeva e prendeva posto.
Non fecero caso a me, mi parve, ai miei occhi asciutti.
Cantai: Alita su di me, alito di Dio. Riempimi di nuova vita.

 

© Inedito tradotto da Giorgia Sensi

Carol Ann Duffy

Anne Hathaway

Il letto in cui ci amavamo era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
in cui lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amore
erano una pioggia di stelle cadenti come baci
su queste labbra; il mio corpo faceva col suo ora una rima
più dolce, ora un’eco, un’assonanza; il suo tocco
era un verbo che danzava in mezzo a un nome.
Certe notti sognavo che mi aveva scritto, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Romanzo
e dramma recitati da odore, gusto, tatto.
Nell’altro letto, il migliore, sonnecchiavano gli ospiti,
sbavando la loro prosa. Vive l’amore mio, ride –
lo tengo della mia testa di vedova nel forziere
come lui teneva me in quel letto, non il migliore.

 

La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), traduzione e cura di Andrea Sirotti e Giorgia Sensi.

Philip Morre


A Priestess
after Callimachus

She had been, as she put it, a “priestess”
– at the altars of love! First Cairo,
then Klagenfurt: “a low point”,
latterly Peckham: “better than you’d guess”.
“I’ve outlived them all, those nervous boys”.
Still kept her hand in: “grooming
– isn’t that the word?” austerity amateurs
to top up the housekeeping: “their choice!”.
Two lads of her own, inadvertently got,
respectable to a fault, as the way is:
“They can keep me on their pensions
in my dotage” (she was then in her eighties).
“Can’t wait to bury their terrible mum”.

Well, now they have. She went quite suddenly
– after a sneezing fit, so I heard. I’ll miss her:
the greatest company, game as they come,
and wiser than the philosophers.

 

*

 

Una sacerdotessa
alla maniera di Callimaco

Era stata, come diceva lei, una “sacerdotessa”
– sugli altari dell’amore! Prima il Cairo,
poi Klagenfurt: “un periodo deprimente”,
ultimamente Peckham: “meglio di quanto ti aspetteresti”.
“Sono sopravvissuta a tutti quei ragazzi timorosi”.
Qualche lavoretto lo faceva ancora: “istruisco,
– non si dice così?” le casalinghe intraprendenti
a integrare il bilancio familiare; “scelta loro!”.
Due figli suoi, incautamente avuti,
fin troppo perbene, come spesso succede:
“Con le loro pensioni potranno mantenere
la mia vecchiaia” (era sull’ottantina allora).
“Non vedono l’ora di seppellire la mamma tremenda”.

Beh, adesso l’hanno fatto. Se n’è andata di colpo
– dopo un attacco di starnuti, ho sentito dire. Mi mancherà:
un’ottima compagnia, coraggiosa come poche,
e più saggia dei filosofi.

 

© Traduzione di Giorgia Sensi

Kathleen Jamie


Glacial

A thousand-foot slog, then a cairn of old stones —
hand-shifted labour,
and much the same river, shining
way below
as the Romans came, saw,
and soon thought the better of.

Too many mountains, too many
wanchancy tribes
whose habits we wouldn’t much care for
(but could probably match),
too much grim north, too much faraway snow.

Let’s bide here a moment, catching our breath
and inhaling the sweet scent of whatever
whin-bush is flowering today

and see for miles, all the way hence
to the lynx’s return, the re-established wolf’s.

*

Glaciale

Una scarpinata di trecento metri, poi un cumulo di vecchie pietre –
un lavoro manuale,
e sempre lo stesso fiume, che scintillava
laggiù
quando i Romani vennero, videro,
e ben presto ci ripensarono.

Troppe montagne, troppe
tribù minacciose
le cui abitudini non ci garbano granché
(ma che potremmo forse uguagliare)
troppo grigiore nordico, troppa neve là in lontananza.

Su, facciamo una sosta qui, riprendiamo fiato
e inaliamo il dolce profumo di quella ginestra
che è in fiore oggi

guardiamo laggiù in fondo per miglia, da ora
e fino a che non ritornerà la lince, e il lupo.

 

La compagnia più bella (Medusa Editore, 2018), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Titolo originale: The Bonniest Companie, Kathleen Jamie, Picador, 2015