Giovanna Rosadini


Si scrive sul vuoto e sull’assenza,
assorbiti dal silenzio friabile di ricordi
decomposti che prendono alla gola,
nella frana del tempo che tutto divora
e trasforma, cercando la propria voce
e l’altrui orma nella terra impastata
di buio, dove ogni cosa ormai tace.

Si scrive, ed è una lotta con l’ombra
che sempre sfugge e sempre ci minaccia
presi da un’onda che lascerà una traccia

Fioriture capovolte (Einaudi, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Andrea De Alberti


Dall’interno della specie

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

 

Dall’interno della specie (Einaudi, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Velimir Chlébnikov


Bambina! Se gli occhi sono stanchi d’esser larghi,
se acconsentite a chiamarmi «fratello»,
io, occhicèrulo, giuro
di tener alto il fiore della vostra vita.
Vedete, io sono cosí, sono caduto da una nuvola,
molto male mi hanno arrecato
perché ero diverso,
non affabile sempre,
non amato in ogni dove.
Se vuoi, saremo fratello e sorella,
del resto già siamo in una libera terra liberi uomini,
facciamo noi stessi le leggi, le leggi non vanno temute,
e plasmiamo l’argilla delle azioni.
Lo so, siete bellissima, fiore dell’azzurro,
ed io d’improvviso sto bene,
se parlate di Soči
e gli occhi soavi si allargano.
Io, che a lungo ho di molto dubitato,
d’un tratto ho creduto per sempre
che è vano per un taglialegna spaccare
ciò che fu là preordinato…
Molte parole superflue noi schiveremo.
Semplicemente servirò messa per voi,
come un sacerdote capelluto dalla lunga criniera:
di bere i rigàgnoli azzurri della purezza
e dei nomi terribili noi non avremo paura.

 

Poesie (Einaudi, 1968), trad. it. di Angelo Maria Ripellino

Mo Fei

Quel grano saraceno pieno d’argento sulla montagna
si distende e si ritira nel vento
senza poter dimenticare
le corna del bue che girano e ritornano
i ricordi d’erba verde gettati ovunque
l’aratro che fluttua su una terra d’ardesia

Si attende una pioggia
nell’attesa si possono spendere anni

Sul pendio il grano si arrossa
e invano cerca di sopraffare un boschetto
ritarda l’arrivo delle stagioni
andando alla cieca bambini aprono porte
per alzare di notte con me
la stessa lampada

 

Nuovi poeti cinesi (Einaudi, 1996), a cura di C. Pozzana, A. Russo

František Halas


Versi

Malgrado la fortuna della vista
così cieco
malgrado il dono dell’udito
così sordo

Nel vento foglia nell’amore solo
nelle ragne uccello nella pioggia canto
nella rosa verme nella speranza dolo
nelle parole sangue nell’ugola pianto

Malgrado la fortuna della vista
così cieco
malgrado il dono dell’udito
così sordo

 

 

Imagena (Einaudi, 1971), Angelo Maria Ripellino

Patrizia Valduga

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgmominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.

 

Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)

© Foto di Dino Ignani

Rainer Maria Rilke


Infanzia

Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che così si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali –  e perché?

Dura il ricordo -: forse una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita così piena
di incontri, di arrivederci, di transiti

come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfiorivano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.

 

Poesie. 1907-1926 (Einaudi, 2014), a cura di Andrea Lavagetto

 

Elizabeth Alexander


Postpartum Dream #8

In a hail of bazooka fire they drop
her toddler from the second-floor porch.
She knows he’ll land in bushes and survive.
They’ll leave him for dead. When the shots subside
she’ll grab him, shus him, shrink him pocket-sized,
kung-fu fight to the basement crawl space
to plan how to rescue the six-week-old baby.
The toddler thinks she’s the mother in all his books,
Mama Tiger, Mama Bear, Mama Elephant: “Mama”.
What else is she to do with all that pride?

Look right, look left. She runs head-down, toddler
in her pocket, straight to Foster Care, where
she sweeps away paperwork, storms marble corridors,
high heels clicking past uniformed matrons
and rows of bassinets ‘til she sees
the silver arc of her sweet baby’s pee.
Baby! My baby! His mouth at the ready,
her nipples stand out from here to St. Louis,
unsexy and mighty, full of that much milk.

 

*

 

Sogno post patron n. 8

Con un colpo di bazooka mollano
il suo bimbo dalla veranda del secondo piano.
Lei sa che lui atterrerà fra i cespugli e sopravviverà.
Lo abbandoneranno credendolo morto. Appena cessano gli spari
lo afferrerà, lo farà star zitto, lo ridurrà tascabile,
combatterà stile kung-fu fino a uno spazio appartato in cantina
per pianificare come salvare il neonato di sei settimane.
Il bimbo pensa che lei sia la madre di tutti i suoi libri,
Mamma Tigre, Mamma Orsa, Mamma Elefante: “Mamma”.
Che altro può fare lei di tutto quell’orgoglio?

Guarda a destra, guarda a sinistra. Lei corre a testa bassa, il bambino
in tasca, dritta al centro d’adozione, dove
spazza via tutti gli incartamenti, infuria nei corridoi di marmo,
i tacchi alti che ticchettano passando davanti a sorveglianti in uniforme
e file di culle finché vede
l’arco argenteo della pipì del suo tenero piccolo.
Piccolo! Piccolo mio! La bocca di lui è in posizione di tiro,
i capezzoli di lei si ergono da qui a St. Louis,
per nulla sexy ed enorme, piena di così tanto latte.

 

Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), a cura di Elisa Biagini

Francis Ponge

La farfalla

Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, – un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono il volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali asimmetrice.
Da quel momento la farfalla erratica si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sé e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda nel giardino.

 

Il partito preso delle cose (Einaudi, 1979), trad. it. Jacqueline Risset

Pedro Salinas


Ieri ti ho baciata sulle labbra.
Ti ho baciata sulle labbra. Intense, rosse.
Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciata
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

 

La voce a te dovuta (Einaudi, 1979), trad. it. Emma Scoles