Intervista all’editore: Giuliano Ladolfi

Giuliano Ladolfi (1949) ha pubblicato quattro raccolte di poesia. Ha fondato la rivista di poesia, critica e letteratura «Atelier» (1996). Si è occupato in modo particolare di poesia del Novecento con circa 70 monografie. Ha curato L’opera comune, antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (1999). Per Interlinea ha pubblicato 15 studi, tra cui Per un’interpretazione del Decadentismo, Guido Gozzano Postmoderno e il saggio di estetica Per un nuovo umanesimo letterario. Nel 2010 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome e nel 2015 ha pubblicato il saggio La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà (5 tomi).
Per AltitaliaTV ha curato per dieci anni diverse rubriche televisive. Collabora con la pagina della cultura del quotidiano Avvenire.

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Per me il mestiere di editore significa trovare un altro mezzo per diffondere la visione della letteratura propugnata dalla rivista «Atelier». Mi spiego. «Atelier» è stata ideata nel 1996 con obiettivi precisi: a) per proporre una poesia “a misura d’uomo” combattendo il vuoto sperimentalismo, il tardo romanticismo, il postermetismo, l’avanguardismo di maniera; b) per proporre una critica in grado di offrire giudizi motivati, collocando lo strutturalismo, il formalismo entro ambiti certi, per combattere l’omertà della critica che, invece di valutare, spesso si limitava a presentare l’autore (pubblicità); c) per valorizzare autori lasciati ai margini del circuito riviste-università-case editrici, soprattutto giovani ed esordienti, spezzando una spirale devastante tutt’oggi presente; d) per porre attenzione ai testi e non al nome dell’autore; e) per introdurre chiarezza a livello di pubblicazioni e di critica.
Oltre al lavoro di rivista, abbiamo promosso convegni, incontri e pubblicazioni di collane di poesia, di traduzione e di critica letteraria. Ci siamo però accorti della difficoltà di veicolare i contenuti della nostra riflessione critica e le nostre proposte poetiche mediante un’Associazione Culturale. Quindi, nel 2010 è stata fondata la casa editrice che porta il mio nome.

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice soprattutto il contatto e l’amicizia con molte persone. Ogni testo inviato in lettura per me rappresenta la confidenza di chi mi affida una parte sacra della sua intimità. E quando, come spesso accade, sono costretto a rifiutare il lavoro, cerco di non urtare la sensibilità di chi mi ha fatto questo prezioso dono. Coloro poi con i quali si giunge alla pubblicazione, diventano collaboratori del sogno di diffondere una letteratura di qualità “a misura d’uomo”, una letteratura che parli della nostra condizione, che affronti, in maniera diversa, i quesiti esistenziali e che sappia “rivelare” il vero volto della nostra epoca.
Mi riesce difficile sopportare la saccenteria e l’arroganza di chi non accetta i propri limiti. Nessuno, e io per primo, può pretendere l’infallibilità, ma ogni valutazione dovrebbe diventare motivo di ripensamento: può essere accettata o rifiutata con precise argomentazioni. Mi riesce pure difficile accettare l’improvvisazione e la superficialità, le quali troppo spesso si uniscono alla situazione precedente, producendo una miscela esplosiva, di fronte alla quale preferisco il silenzio, dopo aver educatamente espresso il mio parere.

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di molte vite come di un solo istante… Racchiudere in una formula un concetto così grande mi riesce difficile, ma ci proverò, anche perché è un problema con il quale mi scontro quotidianamente allargando la prospettiva all’intero dominio dell’arte.
Oggi non è più il tempo di creare arte solo con il fine di rappresentare la bellezza e di procurare un piacere estetico, oggi ci si deve proporre il fine di produrre un tipo di conoscenza “olocrematica” (÷loj «che forma un tutto intero» e cr≈ma «cosa che si usa, utensile»), onnistrumentale (non “onnicomprensiva” ossia che deve comprendere tutto) nel senso che adopera la totalità degli strumenti gnoseologici umani. Di conseguenza, è la conoscenza (la scoperta di una nuova apertura sul reale) che produce il piacere estetico, non il piacere estetico che produce la conoscenza. Nulla vieta di considerare l’armonia artistica come strumento di intelligibilità del complesso, del molteplice e del caotico, sempre restando nell’ambito di un’impostazione gnoseologica. Ho parlato di arte “olocrematica” perché nei suoi risultati più convincenti è presente il segno dell’intero essere umano, del suo trovarsi nel presente, del suo essere storia, individuo, cultura e civiltà, della sua attitudine a progettare il futuro e soprattutto della sua necessità di interrogarsi sui quesiti esistenziali, della relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Questa forma suprema di conoscenza si invera non per mezzo di concetti, ma in un “oggetto” che può essere il marmo, la parola, il colore, il suono, la fotografia, la ripresa cinematografica ecc. La filosofia, come la scienza, servendosi della razionalità, “de-finisce” la realtà, le dà forma, la pone in ordine, la cataloga, la anatomizza, la viviseziona; l’arte, invece, è conoscenza di realtà in-formale, in-definita, non caotica però, molteplice, complessa, multiforme, contraddittoria, in divenire.
L’artista, pertanto, non è un filosofo, che organizza il suo pensiero secondo i princìpi di non contraddizione, di coerenza e di consequenzialità e neppure produce in modo in-effabile quasi fosse ispirato da una divinità, come pensavano gli antichi. Il processo di conoscenza artistica presenta tali e tante interconnessioni che è veramente arduo solo pensare di descrivere precise procedure, perché è il risultato della partecipazione dell’intero essere umano in tutte le sue componenti: fisiche (il poieén), mentali, percettive, emotive, sentimentali, consce, inconsce, progettuali, memoriali, individuali, relazionali e collettive (l’uomo è storia), per cui ogni de-finizione esclude parti consistenti di questo processo.
Ogni conoscenza è arte? L’arte rappresenta una, la più qualificante, modalità di conoscenza e la validità di un’opera sarà proporzionale all’ampiezza e alla profondità della sua portata conoscitiva. L’arte del “novecento”, immersa nella crisi di un pensiero che, scisso il significante dal significato, non poteva comunicare se non la negazione di ogni possibilità gnoseologica, si è prevalentemente concentrata su se stessa a descrivere gli strumenti (parola, segno, colore, forma, suono ecc.) fino alla propria negazione. Ma può essere considerata arte la negazione di se stessa? Può essere considerato cibo la negazione di ogni elemento commestibile?
Alla luce di tale aporia va affrontato anche il problema del rapporto tra stile e contenuto. Lo stile è il dasein, l’“esserci” dell’opera, della cosa, di una scultura, di un libro, di un quadro, di una sinfonia. Non confondiamo, però, il progetto con l’attuazione, perché esiste sempre uno scarto tra intenti e risultati. «Lo scultore pensa in marmo», sostiene Oscar Wilde. E la diversità di risultati non consiste nell’armonia, nella precisione, nella bellezza o nell’ingegno, ma nella resa, nell’effetto, nella potenza di una rappresentazione che nel veicolo stilistico riesce a fissare per mezzo della Weltanschauung individuale quella di un’epoca.
Ma l’arte non è solo conoscenza. Se, come afferma giustamente Dewey, l’arte è sempre più che arte, con Pareyson concludiamo che l’arte è sempre più che conoscenza:
Per la molteplicità degli atti e intenti e scopi dell’uomo, essa è sempre insieme professione di pensiero, atto di fede, aspirazione politica, atto pratico, offerta di utilità sia spirituale che materiale. Nel far arte, l’artista non solo non rinuncia alla propria concezione del mondo, alle proprie convinzioni morali, ai propri intenti utilitari, ma anzi li introduce, implicitamente o esplicitamente, nella propria opera, nella quale essi vengono assunti senza essere negati, e, se l’opera è riuscita, la loro stessa presenza si converte in contributo attivo e intenzionale al suo valore artistico, e la stessa valutazione dell’opera esige che se ne tenga conto. Anzi, l’arte non riesce ad essere tale senza la confluenza di altri valori in essa, senza il loro contributo e il loro sostegno, sì che da essa s’emani una molteplicità di significati spirituali e s’annunzi una varietà di funzioni umane. La realizzazione del valore artistico non è possibile se non attraverso un atto umano, che vi condensa quella pienezza di significati con cui l’opera agisce nel mondo e suscita risonanze nei più diversi campi e nelle più varie attività, e per cui l’interesse destato dall’arte non è soltanto una questione di gusto, ma un appagamento completo delle più diverse esigenze umane.
Il filosofo, quindi, affida agli artisti non solo di dire “come” è il mondo nel modo più completo, autentico e umano possibile, ma anche di “pro-gettare” il mondo, perché l’arte è arte non malgrado la filosofia, la teologia, la sociologia, la morale, la retorica, la scienza, la linguistica, la tradizione, i generi letterari, la storia, la biologia, la fisica, l’astronomia ecc., ma perché le diverse discipline proprio nella loro “sostanzialità” particolare sono dal genio “trans-formate” in arte. Come la “datità” umana non può essere scomposta nelle sue componenti (fisiche, chimiche, storiche, psichiche, sociali, culturali ecc.), così l’arte fa convergere in sé l’intera vita, l’intera realtà dell’artista, soggetto unico ed irripetibile e contemporaneamente uguale all’intera specie umana.

4. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Sul tema “La poesia e la società contemporanea”, la rivista «Atelier» ha dedicato due convegni: il primo svolto a Palazzo Medici Riccardi di Firenze il 6 febbraio 2017, e il secondo alla “Sormani” di Milano il 12 aprile 2018, Nel capoluogo toscano la riflessione ha coinvolto i gruppi letterari, le case editrici, l’università e le riviste; nel centro lombardo si è inteso analizzare il rapporto tra poesia contemporanea e mass media.
Un tempo la scrittura in versi apparteneva alla Cultura Alta, inevitabilmente elitaria, chiaramente distinta dalla Cultura Popolare. La diffusione dell’istruzione permise a strati sempre maggiori della popolazione di raggiungere il gradino superiore. Nel frattempo i mass media, e soprattutto la televisione, riuscivano a costituire un legame tra le due posizioni nella Midcult, nella vana ricerca di proporre le stesse caratteristiche dell’Alta Cultura, dal momento che il tentativo di diffonderne i canoni ha prodotto l’effetto di stemperarli in una sorta di limbo. E la poesia contemporanea, in Italia almeno, è stata attratta nell’orbita di tale ambito con tutte le conseguenze facilmente immaginabili. Con questo non si intende deprezzare assolutamente la poesia popolare che nei secoli scorsi ha rappresentato una, se non la più importante, forma di cultura della maggior parte della popolazione. Ma la situazione attuale è radicalmente cambiata rispetto ai tempi passati grazie alla completa scolarizzazione della popolazione. Ora si tratta di gettare fasci di luce di comprensione e di interpretazione del fenomeno poetico che si è sottratto alla posizione che rivestiva fino agli Anni Settanta del secolo scorso.
Più volte abbiamo denunciato l’«omertà della critica» (Marco Merlin). E oggi, ancora più di vent’anni fa al tempo della nascita della rivista, questa latitanza costituisce uno dei motivi del declassamento della poesia. Sono finite le ideologie, sono finite le analisi strutturaliste e formaliste, ma rimane indispensabile formare studiosi di letteratura, docenti universitari, docenti di scuole superiori, scrittori in versi e lettori, a uno spirito personalmente critico. Se manca un simile elemento di consapevolezza, continueremo in una spirale di degrado di difficile soluzione.
Questa è l’inquietudine di coloro che non si limitano a produrre o a diffondere cultura, dal momento che abbiamo a cuore la presenza della critica nelle forme e nei processi pratici della poesia.
E il pericolo più preoccupante va rintracciato nel fatto che in un simile «livellamento meccanico» della percezione estetica vadano perdute, non viste, dimenticate le opere importanti che oggi vengono pubblicate, le quali da una parte sanno decrittare in modo “intensivo” la condizione attuale dell’essere umano e dall’altra riescono a prospettare orizzonti alternativi.
Scrive Tzvetan Todorov nell’ultimo suo libro, L’arte nella tempesta, a proposito della vicenda degli artisti russi all’epoca della rivoluzione sovietica: «I detentori del potere sono capaci di annientare quelli che vogliono sottomettere, ma non hanno alcuna presa sui valori estetici, etici e spirituali, provenienti da questi artisti […]. Senza queste opere l’umanità non potrebbe sopravvivere né allora né oggi».
La poesia ha superato le prove della dittatura comunista, fascista e nazista. Riuscirà a superare le difficoltà che sta incontrando nella civiltà di massa? Purtroppo nel mare magnum della cultura acritica si smarriscono le differenze e ogni testo entra nell’asettico grigiore dell’indifferenza.

5-6. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori? Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Quando alla fine degli Anni Sessanta ho affrontato l’esame di maturità, ho portato come programma di letteratura Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, poeti viventi oppure da poco scomparsi. Oggi, nella quasi totalità dei casi, questi sono ancora gli stessi poeti che i nostri giovani conoscono. Eppure sono passati cinquant’anni. La riforma Gentile tra poco compirà cento anni, ma i docenti non hanno ancora cambiato la scansione dei programmi delle materie di carattere storico. È fondamentale, ripetevo durante gli incontri di aggiornamento, che i nostri giovani escano da una scuola superiore con le conoscenze che arrivano al “giorno prima” dell’esame. Per questo abbiamo fondato «Atelier», per questo abbiamo organizzato corsi di aggiornamento con la pubblicazione degli atti, per questo ho inserito nei programmi dei corsi abilitanti per docenti la poesia e la narrativa contemporanea.
Quali i motivi di questo scollamento? Dopo gli Anni Settanta si è verificato un progressivo distacco tra il lettore e la poesia contemporanea, come pure tra l’università e la poesia contemporanea, producendo una frattura con la tradizione, al punto che Marco Merlin parla di “anello che non tiene”, al punto che negli Anni Novanta si parlava di “morte della poesia” e della convinzione che nessuno più scrivessero più versi. Toccò al critico argomentare che in realtà si trattava soltanto di mancanza di visibilità, perché la poesia continuava a essere praticata con cura e con amore. I suoi studi sono stati raccolti nel volume pubblicato nel 2005 da Interlinea Poeti nel limbo. Studio sulla generazione perduta e sulla fine della tradizione.
Quali i motivi? Ne indicherò alcuni: la corrente dell’Ermetismo e del conseguente sottobosco postermetico con tutta una serie di oscurità secondo la falsa convinzione che quanto più un testo è incomprensibile tanto più è profondo e questo ha allontanato il lettore comune; le Neoavanguardie che in pratica hanno giustificato ogni tipo di espressione; la critica strutturalista, incapace di formulare giudizi di valore, il disinteresse progressivo delle grandi case editrici che puntavano sul romanzo come terreno economicamente più redditizio e soprattutto il distacco degli studi universitari dalla produzione attuale. Quest’ultima causa ha prodotto una negativa reazione a catena: i docenti, usciti dalle università, non conoscono la poesia contemporanea e quindi non ne trasmettono la passione agli studenti.
Ma la poesia è più forte di ogni problema contingente e continua a essere amata, per cui risorge in forme diverse, anche perché lo studio e l’amore per i classici non è mai venuto meno. Si calcola infatti che circa tre milioni di Italiani abbiano scritto almeno un testo di poesia, mentre i lettori di testi contemporanei non arrivano ai diecimila.

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Se, come crediamo, la poesia “rivela” lo “spirito” di un periodo storico, la situazione attuale assume tinte veramente preoccupanti. La parabola iniziata con la distruzione dell’eredità, operata dalle Avanguardie, oggi sta giungendo alla “soluzione finale”: la tecnologia, supportata dal mercato, chiusa nella dimensione di un puro e semplice presente, impedisce la formazione di una scala di valori: tutto è equivalente.
Che fare? Come salvare la poesia e il suo messaggio di umanità?
In primo luogo, denunciando il pericolo, opponendosi a un tipo di letteratura “consumistica”, ma soprattutto coinvolgendo tutti coloro che ancora credono negli ideali di una poesia, di una letteratura, di un’arte “a misura d’uomo”.
Occorre, pertanto, un sforzo comune da parte di tutti coloro che credono nel valore “umanistico” della grande poesia per obiettivi comuni:
a) predisporre i corsi universitari di letteratura moderna e contemporanea sui più importanti autori del Secondo Novecento e attuali;
b) ugualmente la scuola superiore con trattazioni adeguate e non solo con accenni;
c) i compilatori di testi scolastici con presentazioni degne degli autori significativi e non soltanto con due paragrafi e tre testi;
d) i mass media (televisione compresa) con uno spazio alla poesia, e non solamente alle “icone” pubblicitarie;
e) la critica con un coraggioso canone, pur provvisorio;
f) le grandi case editrici con la pubblicazione di testi in base al valore e non alle previsioni commerciali;
g) i centri culturali, le associazioni con il rifiuto dei criteri di autorefenzialità;
h) le riviste di poesia ugualmente con il rifiuto dei criteri di interesse e di autoreferenzialità;
i) tutti coloro che hanno a cuore il salvataggio della grande poesia, con la diffusione di un messaggio chiaro e non equivoco sul valore della scrittura in versi.
E queste sono solo indicazioni. Sono certo che ci sono molte altre possibilità-
Ci riusciremo? Non so, so soltanto che «Atelier» non smetterà di lottare per la grande poesia e continuerà a fare appello a tutte le forze che in essa credono.

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Il convegno di Milano ha posto in luce che esiste una vera e propria “fame di poesia”, ma anche che la situazione attuale non aiuta a sollevare neppure in parte il “sottobosco” a un livello accettabile. Parlo di alcuni festival, letture collettive, blog, pubblicazioni senza scelta preventiva.
La permeabilità tra i due mondi è senza dubbio un fatto naturale. Oggi poi la “liquidità” culturale in cui viviamo crea sovrapposizioni di aree molto più ampie, grazie soprattutto alle estetiche pseudoromantiche e avanguardistiche.
Anche nel passato troviamo figure analoghe, come i “librettisti” del melodramma. Metastasio fu poeta e librettista; ad altri, come Da Ponte o come Eugène Scribe, risulta difficile attribuire la qualifica di poeta, proprio perché le parole venivano strutturate in funzione della musica e nessuno, almeno fino a oggi, si è permesso di paragonare Parini con uno di questi due artisti. Questo non significa che i testi delle poesie non possano essere musicati: pensiamo all’incontro di Dante, descritto nel canto II del Purgatorio, con l’amico Casella, il quale inizia a cantare una lirica del poeta: «Amor che ne la mente mi ragiona / cominciò elli allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona». Personalmente ricordo di aver cantato in coro melodie scritte su poesie del Petrarca, del Tasso e anche del Carducci.
Ma, al di là di ogni coincidenza, è importante ribadire che la poesia “umanistica” possiede orizzonti e strumenti e stile diversi dalla poesia “sottobosco”, perché, a nostro parere, rappresenta, insieme alle altre arti, il più completo modo di conoscenza.
Come ho scritto e chiarito più volte, ogni forma di manifestazione che avvicini il pubblico alla poesia, va sostenuta e valorizzata, a condizione che… ripeto… a condizione che ci si renda conto dei limiti. Il problema riguarda la misura, le pretese e la consapevolezza. Nessun testo va disprezzato, nel modo più assoluto, ma nessun autore si arroghi la presunzione dell’eccellenza.
Già Petronio all’inizio del Satyricon si lamentava che ut quisque versum pedibus instruxit sensumque teneriorem verborum ambitu intexuit, putavit se continuo in Heliconem venisse, e cioè che, non appena una persona avesse raggiunto la capacità di strutturare un verso e di esprimere il proprio sentimento in un modo più tenero del solito, immediatamente pensava di aver raggiunto l’eccellenza in poesia.
Ai nostri giorni il problema è ancora più semplificato, da una parte perché non c’è bisogno di imparare la metrica e dall’altra perché non è necessario un sentimento un po’ più tenero; basta andare a capo ogni tanto! I gusti sono così personali, le eccentricità sono così esaltate che qualsiasi prodotto troverà estimatori e critici (?) favorevoli. Viviamo nella stagione di vero e proprio “dilettantismo arrogante”, che impedisce un misurato spirito di umiltà che aiuterebbe anche a migliorare se stessi, a ricercare un livello superiore e a far tesoro della lezione dei classici.

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Mi auguro proprio che in futuro si legga ancora poesia e me lo auguro condividendo il parere di Alfonso Berardinelli: «La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale». E il pericolo del quale è veramente urgente prendere consapevolezza consiste nel fatto che «la cattiva letteratura “serve” a mettere in ombra quella buona, quella che merita di essere letta» diventando dannosa, perché inevitabilmente crea contagio e produce nefaste conseguenze. «Ma il “libro-svago” e il “libro-non problematico” annunciano la fine (desiderata?) dello spirito critico e della cultura come critica dell’esistente: annunciano cioè “un mondo senza libertà”. E quando le società democratiche aspirano a fuggire dalla libertà, quando danno segni di preferire qualche forma di servitù volontaria, la democrazia comincia a morire in spirito, anche se le istituzioni continuano a fingerne l’esistenza» (Alfonso Berardinelli, Vargas Llosa tra romanzo e democrazia, «Avvenire», 18 gennaio 2019).

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Mi metto in gioco anch’io nella consapevolezza dei miei limiti:

da Attestato (2015)

La terra è ancora dura
nell’alba della Pasqua:
impregnato di neve
sferza le piante
il vento lungo la pianura.
I ciliegi si sfaldano
mentre attendi il calore.
Tu squadra le parole
piatte, insipide, pagina per pagina…
Riuscirà mai a ritornare
l’estate anche quest’anno?
Perfida estate,
estate senza mare.

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Guido Catalano

Guido Catalano nasce a Torino alle 8.50 del mattino del 6 febbraio del 1971. A 17 anni decide che vuole diventare una rockstar, più tardi ripiega sulla figura di poeta professionista vivente, che ci sono più posti liberi. Tiene spettacoli di poesie in tutta Italia da molti anni e ha collaborato con molti musicisti, tra i quali Federico Sirianni, Dente, Dario Brunori. Cura una rubrica di posta del cuore sul Corriere della Sera, edizione Torino. Ha pubblicato 7 libri di poesie e 2 romanzi, oggi tutti editi per Rizzoli: I cani hanno sempre ragioneSono un poeta, cara; MotosegaTi amo ma posso spiegarti; Piuttosto che morire m’ammazzo; La donna che si baciava con i lupi; D’amore si muore ma io no (romanzo); Ogni volta che mi baci muore un nazista; Tu che non sei romantica (romanzo).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Dal mio piccolo punto di osservazione direi che se ne vede di più in giro. Nelle librerie gli scaffali si stanno allargando e ogni tanto si vedono raccolte di poeti non morti. Non nel senso di zombi o vampiri, dico, gente viva, magari anche sotto i settanta.
Si moltiplicano i reading e le persone vanno a vedere i poeti declamare i loro versi.
I ragazzi e le ragazze del poetry slam stanno facendo un ottimo lavoro, malgrado ogni tanto esca fuori qualche povero di spirito che afferma che lo slam faccia del male alla Poesia, alla Società, a Dio, al Mondo.
Poi c’è il discorso social. La poesia viene condivisa parecchio anche se la qualità per lo più è bassa, molto bassa o sotto il livello di accettabilità (LDA).
Rispetto a quando ho iniziato ad andare in giro a leggere poesie e a pubblicare i miei primi libri, sicuramente qualcosa si sta muovendo.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Speravo che non mi avresti fatto questa domanda ma ormai l’ho letta e mi tocca rispondere.
La poesia, quando sei fortunato è un incantesimo e il libro di poesie è un libro magico (Spell Book in inglese). Dunque il poeta è un mago.
Quando la poesia funziona ha, come succede con gli incantesimi, un effetto.
Un mago può lanciare palle di fuoco dalle mani.
Un poeta può cambiare le cose con i suoi versi.
Può cambiare l’umore delle persone. Può far vedere loro cose che prima non vedevano. Può eccitare, immalinconire, divertire, innamorare, far pensare, spaventare.
Io una volta con una poesia ho piegato un cucchiaio di metallo.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Woody Allen, Charles Bukowski, Charles M. Shulz, Jaques Prévert, Stephen King, Lucio Battisti con Mogol, Jacovitti, e tanti altri.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non so se si possa diventare poeta.
In ogni caso occorre leggere molto, ascoltare molto e avere una necessità che viene dal di dentro, tipo una mano che ti stringe lo stomaco e quando scrivi allenta la stretta, cioè a me stringe lo stomaco ad altri magari stringe qualcos’altro, tipo la gola o le palle.
Detto questo, secondo me poeta non ci si diventa a tavolino.
Come i maghi, d’altronde.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Probabilmente perché abbiamo il record europeo di analfabetismo funzionale.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Da bambino, alle elementari, usavano farmi imparare le poesie a memoria e io odiavo questo tipo di esercizio perché allora come oggi ho gravi problemi di memorizzazione. Ho impiegato parecchio a riconciliarmi con la poesia che ritenevo uno strumento di tortura medievale.
Per il resto la questione della poesia che non viene letta ha a che fare con il concetto di profezia che si auto-adempie. A forza di dirlo accade. Una sorta di auto-sfiga. C’è gente che ci campa da anni, anche se non ha senso.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Portarla in giro, farla uscire, con tutti i mezzi possibili. Far capire alle persone che la poesia è come la musica, la canzone ed altre forme d’arte. Non ti mangia, non è pericolosa, può essere tutt’altro che noiosa e incomprensibile. Un libro di poesie può essere un compagno di viaggio meraviglioso. Le poesie possono essere usate, condivise. Con la poesia si limona un sacco.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Perché no? Se sei un giovane curioso può succedere. Io non sono tecnicamente un Instapoet ma scrivo roba che tende alla semplicità, cose piuttosto dirette, forse pop. Mi è capitato spesso che giovani o giovanissimi mi scrivessero dicendo: “io non leggo poesia, mai letta poesia ma dopo aver letto le tue adesso ho iniziato a leggerne”. Bella notizia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non lo so, spero di sì.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso”.

[ De Andrè – Bubola ]

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Monia Pavoni

Intervista al poeta: Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 è uscita la sua nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore. Vive e lavora a Milano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

So di andare controcorrente rispetto all’opinione comune degli addetti ai lavori, ma a me pare che oggi la poesia goda di ottima salute. Indubbiamente poesia e poeti non beneficiano più, nelle nostre opulente società occidentali dove la riuscita economica è il valore predominante, e il ruolo divenuto centrale dell’immagine ha scalzato quello della parola, dello status e del prestigio avuto in altre epoche storiche, ma la poesia continua a circolare e ad essere richiesta e fruita, e molti sono i luoghi dove la si può incontrare, oltre alla tradizionale pagina stampata dei libri. Ha larghissima diffusione sui social, dove per esempio è nato il fenomeno degli Instapoets, autori che esordiscono in rete e solo successivamente, grazie al largo seguito ottenuto, approdano all’editoria tradizionale. E’ il caso di Tyler Knott Gregson, giovane poeta americano che deve la sua fama a Instagram e Tumblr, o della indo-canadese Rupi Kaur, best seller internazionale, o della giovanissima Lang Leav, poetessa di origini thailandesi che vive in Nuova Zelanda. Ciascuno di loro si avvale della semplicità e immediatezza del testo, sfrondato da orpelli retorici e complessità ermeneutica, per arrivare al lettore. Il fenomeno ha in Italia il suo esponente più rappresentativo in Guido Catalano, che si è esibito anche in tournées teatrali insieme a Dente, un cantautore che ha delle contiguità espressive con il genere poesia. Del resto, è ancora fresca l’attribuzione del Nobel della letteratura a Bob Dylan, e, come noto, la poesia delle origini era cantata (in ebraico, la parola “shir” designa sia il canto che la poesia).
Ma, se i social sono uno strumento a doppio taglio, che da un lato mantiene vivo il genere ma dall’altro rischia di snaturarlo abbassandolo di livello, è anche vero che la poesia colta continua a esistere nelle tradizionali collane di marchi editoriali storici come Einaudi e Mondadori (la Collana bianca, Lo specchio) e non solo, penso per esempio a editori “di nicchia” ma non meno prestigiosi come Aragno e Crocetti, editore anche del mensile Poesia, giunto al trentesimo anno di vita. E ha più di vent’anni di vita anche il trimestrale Atelier di Giuliano Ladolfi editore, che con Poesia è la rivista cartacea più seguita e apprezzata. La collana di poesia della Marcos y Marcos, “Le ali”, è ormai una realtà consolidata, come la “Gialla” di Pordenonelegge, e nuove realtà editoriali fanno capolino, come l’ottimo lavoro che sta facendo Amos edizioni con la collana di poesia A27 diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra, o la recente collana “Lyra giovani” di Interlinea, promossa da Franco Buffoni.
C’è la multiforme realtà della rete, ovvero blog e portali dedicati a letteratura e poesia, e nuove realtà editoriali strettamente connesse con la rete, sia per le modalità adottate di vendita sia per la coesistenza di una branca online… Mi riferisco a Samuele editore di Alessandro Canzian, con il corrispettivo online dei “Laboratori di poesia”, e a Interno Poesia di Andrea Cati, con l’omonimo blog.
Un capitolo a parte è la poesia performativa, e le sue contiguità con i festival letterari, irrinunciabili appuntamenti per i suoi fan, e il teatro, penso in Italia a un capostipite del genere come Lello Voce (nomen omen) o al più giovane Dome Bulfaro, o a un narratore abitato lateralmente dalla poesia, e straordinario performer con lo strumento-corpo, come Tiziano Scarpa. Ma anche alle carismatiche letture di Mariangela Gualtieri, originariamente drammaturga del Teatro Vadoca, negli anni diventata un fenomeno di culto… O a fenomeni, all’estero, come quello di Kate Tempest, poetessa che mescola cadenze rap con la poesia colta.
Come si può vedere, un panorama ricco, variegato ed estremamente vitale, pur essendo la poesia un mondo di piccoli numeri e risorse limitate.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è uno dei linguaggi possibili, è il luogo del privilegio assoluto della parola e di una primaria necessità espressiva.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Su un piano storico, le ineguagliabili suggestioni di testi millenari come la “Torà” o il “Daodejing”, e, risalendo in ambito nazionale, la poesia toscana due-trecentesca, Leopardi, per arrivare al Novecento di Montale e poi Sereni e poi Raboni, che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare ai tempi in cui lavoravo per Einaudi. Amo molto la poesia ebraica, Yehuda Amichai in primis, e la poesia americana, dai giganti dell’Ottocento Dickinson e Whitman alle grandi poetesse novecentesche e contemporanee, Anne Sexton, Jorie Graham, Adrienne Rich e soprattutto Sharon Olds.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Talento. Consapevolezza di averne. Umiltà e preparazione. Passione ed energia, come per qualsiasi tipo di arte.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Direi perché siamo più individui che nazione.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La colpa è dei modelli socioculturali che non la comprendono.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Occorrerebbero dei buoni maestri.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

In questo senso mi sento di essere ottimista.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non so se più o se meno ma se ne leggerà sempre, perché soprattutto la poesia, fra i generi letterari, è quella che esprime l’interiorità dell’uomo, parla di sentimenti comuni e universali e come tale è terapeutica e taumaturgica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati”.

Milo De Angelis

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Dino Ignani

Intervista al poeta: Umberto Piersanti

Umberto Piersanti è nato a Urbino nel 1941, dove tuttora vive e insegna. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche (I luoghi persi, Einaudi 1994; Nel tempo che precede, Einaudi 2002; L’albero delle nebbie, Einaudi 2008; Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos 2015), saggi e opere di narrativa (L’uomo delle Cesane, Camunia 1994; L’estate dell’altro millennio, Marsilio 2001; Olimpo, Avagliano 2006; Cupo tempo gentile, Marcos y Marcos 2012 ); è anche autore di film (L’età breve, 1969-1970; Sulle Cesane, 1982; Ritorno d’autunno e Un’altra estate, 1988 ). Tutte le raccolte precedenti le tre sillogi edite dalla Einaudi sono uscite in un unico volume dal titolo Tra alberi e vicende, Archinto 2009. La sua ultima opera è un libro di racconti: Anime perse, Marcos y Marcos 2018.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

A mio parere il livello medio della produzione poetica è nettamente superiore a quello della narrativa. Quest’ultima ha visto il predominio assoluto dei generi: giallo, horror, fantasy ecc. Senza contare le centinaia di commissari in giro per la penisola. La poesia è ancora capace di una resistenza nei confronti della commercializzazione e della banalizzazione che hanno investito il mondo delle lettere.
Pier Vincenzo Mengaldo riteneva che dopo la terza generazione (Luzi, Bertolucci, Caproni, Sereni ecc..) e suoi immediati dintorni (Zanzotto, Giudici, Raboni ecc.) non ci fossero autori dello stesso livello nelle generazioni seguenti. Non so se è vero: ritengo comunque che anche dopo questa terza generazione, si siano affacciati vari autori di valore. I nomi sarebbero vari, ma per non farmi oggetto dell’ira dei trascurati, faccio un solo nome: Milo De Angelis.
La presenza di internet, se da una parte ha aperto a possibilità e conoscenze che magari si trovavano al di fuori delle strette cerchie editoriali, dall’altra ha invaso l’etere con un profluvio di versi tra i quali non è facile districarsi.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Nessun critico può dire con sicurezza questo è o non è un poeta. Ognuno ha un setaccio attraverso il quale passano solo certi grani; lo deciderà il tempo, lo decideranno altri uomini prima o dopo chi è un poeta e che come tale rimarrà nelle memorie. Per me la poesia è il tentativo di cogliere il senso delle cose e delle vicende con parole giuste e precise. La vita e i libri sono alla base della poesia stessa. Bisognerà essere capaci di riuscire ad avere una visione del mondo ed un sentimento delle cose. Inoltre trovare un proprio accento, una propria pronuncia che non si basi su una velleitaria originalità.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Sono tantissimi e sono vissuti lungo l’arco dei secoli. Per rimanere all’antichità classica: Virgilio, la pietas e la sua percezione della natura mi hanno da sempre coinvolto e commosso. Venendo a tempi più recenti, gli autori tra ‘800 e ‘900: Leopardi in primis e poi Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Debbo moltissimo a questa generazione. Nel pieno ‘900 grande è il mio amore per il primo Montale, da “Ossi di seppia” alla “Bufera”. Bertolucci l’ho avvertito fraterno nel suo amore per la terra e le stagioni. Ho conosciuto e frequentato Mario Luzi e Giorgio Caproni. Anche i miei compagni di viaggio mi sono stati e mi sono un po’ maestri. Dei non poeti, due grandi nomi che mi hanno anche seguito: Carlo Bo e Rosario Assunto che rappresentano il miglior tempo della vita e della cultura urbinati.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

La voglia di raccontare e di capire. E ancora di più quella di fermare il tempo, di fissare in parole o immagini qualcosa che possa resistere al flusso inarrestabile dei giorni. E per far questo è necessaria tanta tenacia, tanta voglia di non arrestarsi di fronte agli insuccessi ed alle difficoltà che si incontrano nel nostro cammino. E poi naturalmente bisogna leggere tanti libri, non solo di poesia. La propria cifra non nasce da qualche fantasiosa e mitica purezza, ma dalla conoscenza e dalla fatica.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Un romanzo lo puoi leggere tenendo magari solo conto dell’intreccio. Una qualche trama è presente anche nelle narrazioni più difficoltose. La poesia pretende un corpo a corpo con il testo, necessita di un’educazione della sensibilità e di una specifica attenzione alla parola. L’Italiano è abbastanza pigro: è mancata inoltre quell’educazione letteraria presente in altri grandi paesi. Nel ‘700 inglese per le strade c’erano i venditori ambulanti di libri. Se leggiamo Proust, vediamo come la nobiltà e l’alta borghesia che pure sono oggetto di vari strali da parte dell’autore, parlano più o meno consapevolmente e più o meno futilmente di letteratura, arte e musica. Immaginiamo di trovarci nello stesso periodo in qualche salotto della nobiltà nera romana: credo che non avremmo questo tipo di bei “conversari”.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Escono migliaia di libri di poesie che vengono letti solo dai parenti e dagli amici: si tratta di una lettura fatta solo, se è fatta, per compiacere il parente o l’amico. E questo non può essere considerato un pubblico della poesia. Se vado in una scuola e chiedo a docenti ed alunni quante raccolte di poesia hanno acquistato, la stragrande maggioranza riferirà di aver letto poesie solo nelle antologie prevalentemente scolastiche. Quasi tutti invece, avranno acquistato o letto qualche romanzo. Il che non toglie che anche per la narrativa, la vita sia piuttosto grama: le opere che non sono state sufficientemente promosse dalla televisione e dai social rimangono negli scaffali delle librerie. Se chiedete ad un rumeno, studente o commessa od operaio, chi è Marin Sorescu, moltissimi lo conosceranno. Tonino Guerra non ci credeva: lo chiedemmo a due cameriere di un ristorante di Senigallia e perse la scommessa. Per quel che riguarda le scuole elementari ai pampani bugiardi di cui parlava Eco sono seguiti i giochetti verbali alla Rodari. Nelle superiori (non sempre ci sono professori bravissimi) la poesia è stata affogata o in una melassa sentimentale o in una lezione di retorica e metrica. Tutti sanno che nelle librerie, gli scaffali di poesia sono i più piccoli e i più nascosti. Gli editori più grandi vedono le collane di poesia come un semplice fiore all’occhiello su cui non investire. Per quel che riguarda la televisione, da Fazio o nella rubrica di Luverà non ricordo di aver mai visto un poeta. A ognuno la sua parte di colpa. Non credo che la poesia potrà mai avere un pubblico di massa, ma non dovrebbe averne neanche uno da archeologia assira.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

I poeti dovrebbero andare nelle scuole per dimostrare con la loro stessa presenza che si tratta di un’arte che non appartiene solo al passato, ma è presente ed opera anche nell’oggi. Dovrebbero andare nelle scuole poeti non solo bravi, ma capaci di coinvolgere e commuovere. Festival e letture pubbliche dovrebbero aumentare la loro presenza e la loro capacità di attrazione. Anche i premi, quelli seri, che prevedono una giuria tecnica alla quale, per la scelta finale subentra una giuria popolare, servono ad allargare la platea di lettori non superficiali ed occasionali. Portare la lettura di poesia anche in luoghi non deputati come ospedali, carceri ecc. senza per questo banalizzarla in un mero impegno sociale.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Un poeta si giudica dai suoi testi ed anche un Instapoets può scrivere un bel testo. Nella stragrande maggioranza dei casi, ci troviamo di fronte a banalità ed improvvisazioni: della poesia resta l’andare a capo. Non è il numero dei followers quello su cui si può misurare l’importanza di un poeta. Anche in passato, alle quattrocento copie di “Ossi di seppia” potevano essere contrapposte le migliaia di copie dei romanzi di Guido Da Verona. Solo che in questa società liquida dove tutto può passare attraverso internet, la terra piatta, le piramidi su Marte ed altre amenità del genere, questo non è un fenomeno da sottovalutare con cipiglio aristocratico. Vari grandi editori danno spazio a questo sottogenere di poesia: ho letto gli orrendi testi di Francesco Sole. Ed anche quando non si arriva a livelli così bassi, la ricerca del personaggio, a cui non si sottraggono neanche le case editrici più prestigiose come la Mondadori e l’Einaudi, varie volte prevale sul valore: del resto i consulenti editoriali non sono più i Bassani, i Sereni, i Vittorini che pure potevano fare i loro sbagli, ma altri ben più modesti guidati da un mercantilismo spiccio o dalle complicità amicali.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non ho la sfera di cristallo, ma sono convinto che, a meno di una mutazione genetica, la poesia resisterà. Rimane il pericolo, per quanto remoto, della mutazione genetica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

In un tempo remoto, quando ero piccolo e Rodari e seguaci non imperversavano, ho avuto, come migliaia di italiani, un primo profondo impatto emotivo con la poesia grazie a questi versi di Carducci: “La nebbia agli irti colli /piovigginando sale, e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar”. E poi, dell’amatissimo Leopardi: “Primavera dintorno / brilla nell’aria, e per li campi esulta, / sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Ed ancora: “Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea / tornare ancor per uso a contemplarvi / sul paterno giardino scintillanti”. Passando al ‘900, questi due versi di Montale: ”Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera”.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Davide Rondoni

Davide Rondoni (Forlì, 1964) ha pubblicato alcuni volumi di poesia: La natura del bastardo (Mondadori 2016), Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013) con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari paesi in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e Tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L’allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017), Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), sull’insegnamento a scuola, Il fuoco della poesia (Rizzoli 2008) e Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica, e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Cosa intendi per stato di salute? Ogni volta che qualcuno scrive o dice una buona poesia la salute della poesia è ottima, ogni volta che uno spaccia per poesia robetta, allora sta male… Ad altro genere di valutazioni sullo stato della poesia come se fosse una merce di cui si presume di calcolare la circolazione o il consumo non credo…

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Un’arte. Ed è un’arte che lavora sulla parola al massimo grado di perizia e intensità, e che riguarda un elemento fondamentale della natura umana – la parola appunto – ovvero il nostro modo di conoscere ed esprimere il mondo… beh, insomma è un’arte fantastica e difficile… e da rispettare, con umiltà e follia generante…

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho avuto l’onore di essere incoraggiato all’inizio e accompagnato da poeti che considero i maggiori del secondo novecento, Luzi, Caproni, Testori… e loro con altri, come Bigongiari, Loi mi sono stati maestri sia nel rapporto personale, sia nella lettura dei loro lavori… e potrei fare anche altri nomi, anche di poeti amici con cui si discute, ci si confronta… E poi maestri di poesia non poeti, ma persone sante o persone di gusto, artisti o esperti di altre arti, e poi tante persone geniali, operose, attente al movimento profondo della vita… Gente la cui occhiata o la cui opera mi ha mostrato cose importanti per l’arte della poesia…

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Nulla di particolare, e tutto di particolare. Ovvero si tratta di spendere totalmente con serietà, generosità e allegro naufragio un talento particolare, quello di dare voce alla esperienza di tutti, e diventare degli uomini-finestra. Il contrario del narcisismo e dell’egocentrismo. Parlo a livello profondo, esistenziale e spirituale.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Non è vero, è uno dei luoghi comuni con cui bisogna “lottare” (non dei peggiori). Ogni libercolino di poesia ha almeno un lettore (fosse pure la mamma o la zia o il moroso dell’autore/autrice) quindi anche solo così i lettori sono il doppio degli autori… Poi io sono contento di esser nato sotto un cielo in cui fioriscono tanti poeti, grandi o piccoli, non trovo sia una cosa di cui lamentarsi, sarebbe peggio nascere sotto un cielo dove spuntano che so, un sacco di commercialisti o di palazzinari…
Noi siamo la terra di Francesco, Jacopone, Guinizelli, e prima dei Siciliani, e di Guittone, e poi su di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Montale, Ungaretti, eccheccazzo… Che nascano poeti o tentativi di poesia è naturale e meraviglioso… Siamo la terra dell’arte, ed è una grande responsabilità civile e umana. Di cui forse i poeti dovrebbero occuparsi di più invece di irrancidire in luoghi comuni comodi e inerti. Poi chi si occupa davvero di poesia ovviamente dovrà leggere e nutrire la propria arte nel confronto con la altrui… In generale, mia nonna non aveva letto granché, ma non era una brutta persona. La cultura di una persona non coincide con la sua biblioteca…

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ma sei sicuro che si legga poca poesia? I numeri editoriali non dicono granché sulla lettura della poesia, cosa che può avvenire nel frammentario del web, con l’ascolto alla radio o in tanti reading… E spesso buoni libri di poesia vendono – non solo alla lunga distanza – più di altri generi di libri.
Ammesso che sia vero che se ne legge poca (ma molta di quella presunta che si pubblica forse è meglio che non si legga…) se davvero bisogna incolpare qualcuno innanzitutto chi la fa, poi chi dovrebbe farla conoscere, poi chi la insegna e chiunque ne parla o la tratta in modo morto o stupido.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

La gente si appassiona alla poesia quando vede che chi la legge è più vivo e intenso. Il resto sono conseguenze metodologiche derivanti da qui. Ho fatto un libro, come sai, su queste cose (Contro la letteratura, Bompiani 2016). È lì, per chi vuole interessarsi e non ha paura di andare contro i luoghi comuni, e vuole lavorare sul metodo per condividere la poesia specie ai più giovani.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non mi piacciono le aggiunte, gli aggettivi o simili al nome poeta. Come non ha senso parlare di poeti sperimentali, così ha ancor meno senso parlare di Instapoets. O son poets buoni o son scarsi poets, sia che usino Instagram sia che incidano i versi sulla pietra. Sono magari buoni influencer come si dice oggi o cazzari sentimentali o abili comunicatori… Valutare la qualità di una poesia in followers è come decretare che il Tavernello siccome è più bevuto del Barbera è uno dei migliori vini di Italia. La diseducazione del gusto è una colpa grave. E viene pagata – esiste un Dio della letteratura che se pubblichi robette o favorisci i tavernelli della poesia perché pensi che sia più glamour, ti punisce in qualche spietato modo, prima o poi, e innanzitutto con un senso di vuoto.
Certo, vedo molti più like sotto le foto di talune poetesse che sotto i loro versi. Un segno tra ridicolo e inquietante che forse dovrebbe far riflettere, o no? Da cosa pubblichi, da che livello di elaborazione c’è in quel che pubblichi si vede quanto sei artista.
L’arte è il contrario del narcisismo e del compiacimento. E anche della facile seduzione.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Boh? Non sono la Maga Magò, ma sono sicuro che se ci saranno buoni poeti la poesia buona si leggerà…

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“E morte non avrà dominio” (Dylan Thomas) e “L’essere molto amati / non medica la solitudine / …. Amare /questo sì ti parifica al mondo / ti guarisce con dolore” (Mario Luzi).
E poi, in una poesia che sempre mi fa lacrimare:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? “

Chiedersi cosa sta facendo l’aria…tutta la mia vita è in questa domanda…

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista all’editore: Roberto Cicala

Roberto Cicala è editore di Interlinea, presso cui dirige collane come “Lyra”, fondata oltre vent’anni fa con Maria Corti, Luciano Erba, Franco Buffoni e Giovanni Tesio. Critico letterario (scrive per “Repubblica” e “Avvenire”), ha all’attivo molte edizioni di inediti di Rebora e Vassalli ed è tra i maggiori esperti italiani di editoria, materia che insegna nelle università Cattolica di Milano e di Pavia.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vivo il mestiere dell’editore come un impegno per contribuire alla cultura collettiva: scopro, seleziono e organizzo testi e contenuti in forma di libri per testimoniare un’idea, una storia originale, un valore che altrimenti resterebbe senza voce e senza possibilità di essere ascoltato. Un traguardo ambizioso? Se non lo fosse non avrebbe senso una vita respirando ogni giorno carta e inchiostro con scarse soddisfazioni economiche ma alte realizzazioni morali. Con 1500 libri alle spalle credo che l’editoria sia una vocazione.

 

2. Che cosa ti rende felice di questo mestiere e che cosa no?

Trovare forme del pensiero sempre nuove per lettori altrettanto nuovi o fedeli dà senso al lavoro quotidiano di mediazione culturale: progettare e fare libri diventa così una ragione d’essere e crea quella sensazione di fare qualcosa di buono, e di bello, per gli altri che Giulio Einaudi definiva «la felicità di fare libri». Il rovescio della medaglia sta nella società italiana che non sostiene la crescita di cultura, soprattutto a scuola, presentando spesso il libro come un di più noioso e poco utile, oltre a ritenere il lavoro intellettuale qualcosa di gratuito e non necessariamente remunerabile, fuori diritti. Con questa logica, molto in voga su internet, purtroppo non si va molto lontano e non si crea libertà di pensiero.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

Nella mia esperienza la poesia è una testimonianza resa attraverso una parola mai convenzionale ma necessaria, che si esprime con colpi d’ala, con scarti dalla quotidianità, con provocazioni positive. E facendo così è una parola che lascia il segno, come hanno fatto Rebora, Campana e Sbarbaro alle origini del nostro Novecento. Nonostante ciò la poesia è compagnia, consolazione, stimolo, frontiere superate, insomma quelle parole che spesso non troviamo per spiegare la nostra vita ingarbugliata e contraddittoria.

 

4. Quanto è importante la poesia per Interlinea?

La poesia vale per la nostra piccola casa editrice di cultura tanto quanto ci impegna in letture, scelte, idee, confronti, ricerche, ad esempio sul versante della poesia cosiddetta civile (grazie al festival internazionale di Vercelli) oppure nelle aree della letteratura delle giovani generazioni (grazie alla serie editoriale “Lyra giovani” con il maestro e amico Franco Buffoni). La poesia è necessaria ancor più che importante: è la diversità della parola che altrimenti sarebbe banale, univoca, irregimentata.

 

5-6. A tuo avviso perché siamo più un Paese di poeti che non di lettori e di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Riparto dalle scuole. In quelle italiane non ci abituano a divertirci, stupirci e commuoverci con la poesia. Alcune volte basta una lettura, un incontro inaspettato in un determinato momento emotivo: per me fu L’aquilone di Pascoli alle medie a farmi vibrare con la forza del ritmo delle parole, la storia di ragazzi, aria aperta, giochi e amicizia, amore materno… Ma se non si trova un professore particolarmente appassionato la poesia diventa una materia ostica che è noioso studiare. Ecco, al primo posto per le poche letture degli italiani adulti sta la scuola negli anni della formazione, che significa (per usare una delle categorie dell’Ordine dei libri di Chartier) le istituzioni che fanno programmi poco attraenti e non investono sulle biblioteche scolastiche e sulle ore di lettura. In secondo luogo stanno i media, che snobbano certe forme di cultura e alcuni generi, a parte eccezioni troppo sporadiche, come la celebre lettura della Szymborska da parte di Roberto Saviano a Che tempo che fa in tv. Se poi i librai vendono soprattutto gli autori celebri sui social non è colpa loro; lo è però se riducono sempre di più i metri, o centimetri, lineare di scaffale dedicati ai versi, come se le librerie debbano fare concorrenza alle edicola. Ma, al terzo posto delle responsabilità, sta anche la filiera editoriale, con tutti quegli editori che millantano fama, distribuzione nazionale, recensioni autorevoli e tirature favolose a chi è disposto a pagare per un proprio hobby personale (e fin qui non ci sarebbe nulla di male, come altri pagano per una raccolta di francobolli o di orologi), ma spesso tali aspiranti poeti non capiscono la differenza tra un editore, un tipografo e un disonesto. Anche qui ci sono radici culturali. Credo che queste siano alcune delle ragioni che creano confusione sociale intorno al genere lirico relegandolo quasi in un ghetto da intellettuali o da persone strane.

 

7. Che cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Anche in letteratura la qualità paga, ma paga se c’è un’educazione a riconoscerla ed apprezzarla, non una corsa verso il troppo facile come sta avvenendo oggi. Credo che i festival seri possano aiutare a dare una percezione più accattivante della poesia, grazie all’incontro con temi e autori. Poi è fondamentale prevedere l’accostamento alla parola poetica fin dall’infanzia, nel periodo “Nati per leggere”: pensiamo alla forza ammaliante ed entusiasmante di rime di scrittori come Roberto Piumini o Anna Lavatelli che poi un bambino si porta dentro di sé per tutta la vita, per non dire anche del celebre Alì Babà e i quaranta ladroni di Emanuele Luzzati. Poi i mass media potrebbero naturalmente fare la loro parte, con intelligenza e creatività, senza spettacolarizzazioni verso il basso a tutti i costi. Alla fine bisogna guardarsi sempre allo specchio: ognuno di noi sceglie, compra e regala quella poesia che può appassionare gli altri e far sì che, come le ciliegie e i gialli, un libro tiri l’altro.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo che i social siano un passatempo di condivisione virtuale, di emozioni da far girare come una catena di sant’Antonio, ma inducono al mordi e fuggi, alla lettura telegrafica e surf, poco adatta alla profondità lirica, e soltanto in pochi casi penso riescano a indurre a continuare la lettura da un post a un libro. Non è però colpa di Facebook o Instagram in sé ma del contesto sociale che non dà alcun sostegno alla quotidianità dell’atto culturale di un libro. Eppure non sarebbe una chimera se in altri Paesi europei funziona diversamente e le percentuali di lettura sono il doppio dell’Italia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Spero davvero che le prossime generazioni leggeranno più poesia grazie anche alla tecnologia, agli audiolibri, agli spazi di bookcrossing pubblici mentre si aspetta un treno, una visita in ospedale, ma soltanto se dalla scuola ai media la poesia diventerà qualcosa di familiare, avvincente, utile. Comunque scegliere bene i libri da parte degli editori aiuta a non creare confusione, a non far nascondere le opere che valgono davvero sotto la montagna delle autoedizioni private.

 

10. Per chiudere l’intervista ci regali qualche tuo verso amato?

L’esperienza di un poeta come Rebora credo sia sembra fondante, per esempio nei versi in cui racconta che «quando morir mi parve unico scampo, / varco d’aria al respiro a me fu il canto: / a verità condusse poesia». Non è di facile lettura, come lo è solo apparentemente una autore che amo molto perché molto contemporanea, Luciano Erba, che chiede a se stesso: «Interroghi l’alfabeto delle cose / ma al tuo non capire niente di ogni sera / sai la risposta di un mazzo di rose?». Sono nel catalogo di Interlinea, come l’esule siriano che ha scritto a memoria Specchi dell’assenza, negli anni in carcere senza carta né inchiostro. Nei giorni in cui il libro è uscito in Italia i telegiornali trasmettevano le immagini della liberazione di Raqqa e lui notava che da alcune case erano stesi lenzuoli con scritti suoi versi come questi che avevano aiutato la rivoluzione: «un uccello / basta / perché non cada il cielo». La poesia può cambiare il mondo,,, Come avviene con Giovanna Vivinetto, la ragazza che Interlinea ha scoperto nel 2018 con il suo diario in poesia in cui racconta il Dolore minimo della sua scelta transessuale: «non mi sono mai conosciuta / se non nel dolore bambino / di avvertirmi a un tratto / così divisa. Così tanto parziale». Sono versi in cui tutti, trascendendo il caso singolo, possono specchiarsi.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta. Professore di liceo, saggista e narratore (il suo ultimo romanzo si intitola Bestia da latte, 2018, SEM editore), segue da molti anni il panorama poetico italiano (particolare attenzione ha dedicato all’opera di Andrea Zanzotto collaborando al Meridiano Mondadori e curando l’Oscar degli scritti letterari) e scrive poesia (Premio Viareggio 2011 con Vanità della mente, Mondadori editore). Il libro di poesia più recente è Telepatia (Lietocollle 2016). È direttore artistico di pordenonelegge. festa del libro con gli autori.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

La poesia, soprattutto quella italiana, sta bene. Però è fortemente ipocondriaca, forse a causa di tutti quelli che fingono di interessarsene (per educazione? per malizia?) e le richiedono continue visite e infiniti prelievi per innumerevoli esami, radiografie e tomografie inesauste.
Chi non ha mai avuto la sensazione che qualcuno si senta in obbligo di fare domande sulla sua salute, senza che gli importi davvero? Oppure, per fortuna più di rado, quasi speri che gli si risponda accusando qualche acciacco? Ecco, da molto tempo mi pare che la situazione sia questa.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Il punto di incontro tra memoria biologica e memoria culturale? Il brusio del corpo e il brontolio della coscienza che si fanno voce unisona e dissonante? Devo cercare un’altra frase ad effetto?
La domanda non è nuova, e la risposta è sempre stata condizionata (e lo è anche per me adesso) da una questione molto seria, che vede il fare (l’arte) da una parte e la morale (l’agire) da un’altra. Quello che complica la faccenda, a un certo punto, è la politica: è un’arte, se sì, l’“arte della politica” come intende l’“agire”, fa parte del fare?
Ma non basta, c’è qualcos’altro, ciò che l’uomo fa su se stesso attraverso l’esperienza, l’esercizio, l’ascesi, l’anacoresi, quelle che Peter Sloterdijk ha chiamato antropotecniche: che cosa fa l’uomo quando istruisce attraverso l’esercizio e l’esperienza se stesso a delle forme del fare (arte) che incidono sul duo agire (morale) e lo modificano?
Ho incontrato molto presto nella poesia questo punto di cecità dove il saper fare finisce e deve iniziare il modo di essere e dove il modo di essere nutre il saper fare. Un punto di cecità dove convergono molte forme del sapere, molte modalità del sentire e molti momenti dell’esperienza.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Solo di poesia? In ordine cronologico o in assoluto?
Facciamo in ordine cronologico: Th.S. Eliot, Andrea Zanzotto, Paul Celan, Seamus Heaney, le principali pietre d’inciampo.
Molto però ho imparato dagli amici poeti, quello che si impara anche controvoglia, quello che si dice “è una buona strada, ma non la mia”, oppure quello che scopri con il tempo che è giusto e prima credevi sbagliato e proprio allora è il momento di capire meglio anche quello che chiedi a te stesso.
In fondo però devo dire che quella che è stata la mia esperienza più vicina a ciò che si intende come un rapporto maestro-allievo mi lega senza dubbio ad Andrea Zanzotto.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Se torniamo alla risposta 2, possiamo aggiungere una coda: il poeta si giudica per quello che fa, ma se non diventa, se poi non è quell’uomo che fa quella cosa, allora fa il poeta ma non lo è. Parimenti si dica della donna poeta, con le differenze caso per caso ma senza disparità alcuna di valore.
Perciò direi che occorre esercizio per riconoscere i propri movimenti originari, quelli che legano corpo e parola, e poi metterli alla prova nella partita della vita, e poi di nuovo allenarsi e di nuovo giocare. E scrivere, qualche volta. Non troppo, dopo che si sono imparate le regole del gioco così bene che si potrebbe fare l’arbitro.
(Tra parentesi, com’è difficile giocare e fare l’arbitro! Raccomanderei almeno un’attenzione: se fate l’arbitro non vestitevi come i giocatori di una delle due squadre e se giocate in una delle due squadre non mettetevi a fischiare rigori).

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Perché non siamo (stati) un paese di lettori di romanzi, di cronache e di biografie. E adesso che il romanzo, la cronaca e le biografie sono diventate materia di scambio mediatico perché narrabili (notiziabili, si dice?), la pretesa di questi “lettori” di accostarsi alla poesia come ci si accosta ai gialli produce delusione.
Sono abbastanza convinto, inoltre, che la poesia non sia destinata ai grandi numeri di lettori, ai quali può forse arrivare una diversa versione popolareggiante, che veicola analoghi temi e simili intenti formali. Quella cultura popolare che un tempo incontrava Dante, Ariosto e Pascoli, Verdi e Puccini. Oggi però non c’è più nulla di popolare; c’è il pop, che è la produzione industriale di un oggetto culturale da piazzare sul mercato più vasto a disposizione. Allora non restano che esperienze individuali che si incontrano, se va bene in reticoli o crocevia di molti sentieri.
Il lettore di poesia è incerto, diffidente, totalizzante, ignorante, entusiasta, coltissimo… e cerca sempre nel rapporto con la poesia qualcosa che lo riguardi, che gli parli di lui, che lo svegli, anche a torto, ma non una forma di intrattenimento.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ci siamo buttati tutti sulla chiacchiera furiosa intorno all’ultimo istantaneo capolavoro (ah, Leopardi, e la sua “menstrua beltà”, quelli sì che erano tempi!), sull’ultimo fichissimo modo di dire… e pretendiamo di leggere poesia? Quella ha bisogno di tempo – tempo, silenzio e solitudine. Un’altra cosa. Il tragitto dalla parola popolare a quella della cosiddetta cultura alta si è interrotto: non c’è più una produzione popolare di lingua, c’è invece una popolazione che ripete una lingua prodotta da influenzatori stipendiati dal mercato; anzi il tragitto forse è invertito: i poeti e gli scrittori credono di contemporaneizzarsi meglio se adottano la lingua degli influenzatori del mercato. E le loro forme di comunicazione.
Questo per dire che la responsabilità è di tutti.
Ma una rinnovata attenzione per la lingua (la mater-materia della poesia) sarebbe già qualcosa.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Essere sinceramente appassionati. E/o ammaliati, scoperti, abbandonati, provocati, odiati, perseguitati, esaltati dalla poesia.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

No.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Come si fa a rispondere? Non sono sicuro che vorrei, però, che si leggesse più poesia al patto di ridurre la poesia a barzelletta o effettaccio emotivo rimbalzabile istantaneamente a chissà chi. A quel punto, sarebbe meglio che se ne leggesse di meno. Forse anche niente.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Propongo una non ironica ma stratificata risposta intertestuale: l’ultima lassa di La poesia è una passione? di Vittorio Sereni:

Sì li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d’uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro
pomeriggi di seguito scendendo
dal verde bottiglia della Drina a Larissa accecante
la tradotta balcanica. Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi –
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati
credendo nella guerra o non credendoci –
in quell’estate di ferro.
Forse nessuno l’ha colto così bene
questo momento dell’anno. Ma
– e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
le prime serpeggianti luci cittadine –
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
è altra roba altro agosto
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Umberto Fiori

Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949. Dal 1954 vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Negli anni ’70 ha fatto parte, come cantante e autore di canzoni, degli Stormy Six, uno dei gruppi storici del rock italiano. In seguito ha collaborato con il compositore Luca Francesconi (per il quale ha scritto due libretti d’opera e numerosi altri testi), con il fotografo Giovanni Chiaramonte e con i videoartisti di Studio Azzurro. È autore di saggi e interventi critici sulla musica (Scrivere con la voce, 2003) e sulla letteratura (La poesia è un fischio, 2007), di un romanzo, La vera storia di Boy Bantàm (2007) e del Dialogo della creanza (2007).
Il suo primo libro di poesia, Case, è uscito nel 1986 per San Marco dei Giustiniani. Sono seguiti, per Marcos y Marcos, Esempi (1992, 2004), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (1998) e La bella vista (2002). Del 2009 è Voi, Mondadori. Nel gennaio 2014 è uscito un Oscar Mondadori (Poesie 1986-2014) che comprende i libri pubblicati, più un inedito.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Mi è difficile parlare in generale della poesia (e del suo “stato di salute”). Se per poesia si intende un genere letterario, o una branca dell’editoria, tutti sanno che oggi in Italia non sta troppo bene. È una cosa che si sente ripetere da anni, ma mi sembra che non porti se non a inutili lamentazioni. Se invece parliamo di poesia in assoluto, le cose cambiano. Chiedersi come sta, la poesia, è come chiedersi come sta l’eros. Se lo “stato di salute” dei due – eros e poesia – peggiorasse fino a esiti estremi, non lo sapremmo, perché con loro saremmo finiti anche noi umani.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è il legame che ho sentito fin da bambino con le parole e con il mondo.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Indicare i propri maestri può essere fonte di equivoci. Il maestro è per definizione superiore all’allievo, ma il suo riconoscimento da parte del presunto allievo può essere un modo, da parte dell’allievo, per impadronirsi del suo presunto maestro, autoincensarsi e pavoneggiarsi. Se io dicessi, mettiamo, che il mio maestro è Dante, più che rendere omaggio a Dante pretenderei –implicitamente – di essere un suo diretto erede e prosecutore. Il che, evidentemente, è ridicolo. Più che identificare i miei “maestri”, quindi, mi sentirei di indicare alcuni tra gli autori che ho più ammirato e studiato e dai quali ho cercato di imparare qualcosa. Escludendo per brevità gli antichi, direi Baudelaire, Leopardi, Montale (soprattutto Ossi di seppia) e Kafka (che non è un poeta, ma forse qualcosa di più). Quelli da cui ho avuto la fortuna di ricevere ammaestramenti diretti (consigli, critiche, incoraggiamenti) sono Vittorio Sereni, Franco Fortini e Franco Loi.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non credo che ci sia un metodo valido per tutti e in ogni tempo. Ciascun poeta diventa tale attraverso percorsi diversi, a volte contrastanti. E poi, la qualifica di “poeta” – soprattutto oggi – è molto equivoca e controversa. Dire che qualcuno “è un poeta” può costituire un giudizio di valore (ormai un po’ fuori corso), o invece, semplicemente, la constatazione di una posizione pubblicamente riconosciuta (e precaria) nel quadro della letteratura di un certo tempo. In una poesia di Sereni, Poeta in nero (in Stella variabile), si parla di un personaggio che in silenzio si esibisce per strada – vestito di nero, appunto, in piedi su uno sgabello – con un cartello che dice: “Ich bin stolz ein Dichter zu sein” (sono fiero di essere un poeta). Ecco, mi pare che proprio questa esibizione (Sereni non lo dichiara, lo sottintende) sia l’opposto della poesia. Ma non voglio sfuggire alla domanda. Per diventare un poeta occorre un’altissima attenzione per il mondo, un profondo ascolto delle parole e della propria voce. Occorre entusiasmo, e ritegno, e spietata autocritica. Occorre un’intensa idiozia e una rigorosa razionalità; una speranza incrollabile, e una lucida disperazione. E poi occorre fatica, orecchio, pazienza, costanza, studio, umiltà.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Anche questa è una cosa che si sente ripetere da anni. Credo che una delle ragioni sia che per suonare uno strumento, o costruire un ponte, o fare un goal, è necessaria una tecnica, e chi non ce l’ha non può nascondere la propria inettitudine; la poesia invece, apparentemente, è qualcosa che tutti possono fare: basta saper leggere e scrivere, basta un foglio e una penna (o un computer). A me non pare, comunque, che la situazione sia molto peggiorata rispetto al passato. Non credo che ai tempi di Montale o di Caproni i lettori di poesia fossero tanti di più; era il prestigio culturale della poesia a essere maggiore (e di conseguenza la sua responsabilità). Oggi sono aumentati i pretesi poeti (fake-poets), e l’idea di poesia si è polverizzata e diffusa, fino a costituire un allegro miraggio di massa fra i tanti. Certi sedicenti poeti danno l’impressione di non leggere nemmeno se stessi.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Non me la sento di indicare delle responsabilità. E poi, non credo serva a molto parlare della poesia come di un valore culturale da difendere, predicare, diffondere. Come la natura in un famoso frammento di Eraclito, la poesia è la “sempre salva”. Oggi pensiamo di dover salvare anche la natura: se può essere salvata (da noi), ciò implica che può anche essere annientata (sempre da noi). Ma forse la “salvezza” della natura (della poesia) travalica e precede la nostra volontà.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Non saprei proprio. Io ci ho provato per anni, come insegnante, come poeta e come critico. Ma non mi sento di indicare un “metodo”, anche perché i risultati sono incerti. Direi che si procede per contagio. Ma l’infezione non è garantita.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Instapoets? A stento so cosa sono; ma posso facilmente immaginarlo (certe “novità” si conoscono già prima che esplodano, per essere presto dimenticate). Chissà, magari qualche lettore di instapoetry sarà stimolato a leggere un libro di poesia. E magari qualche compratore di souvenir di plastica del David di Michelangelo sarà stimolato a studiare la scultura…

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Bisognerebbe chiederlo a un sociologo. Io la poesia mi limito a scriverla (quando ci riesco).

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

I primi che mi vengono in mente sono l’inizio di un testo del mio libro d’esordio (Case, 1986) intitolato Sviluppo (poi Sguardo), due versi che mi sembrano un po’ la sintesi di molte delle cose che ho scritto: “Più grande di tutto è lo sguardo, / ma le case sono più grandi”.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Intervista all’editrice: Claudia Tarolo

Claudia Tarolo è uno dei due editori di Marcos y Marcos. Dal 2000 si occupa di direzione editoriale, collabora con gli autori italiani della casa editrice per la messa a punto dei testi e rivede tutte le traduzioni pubblicate. Per insanabile passione si concede anche il lusso di qualche traduzione. Tra gli autori tradotti, Angeles Caso, Jhumpa Lahiri, William Saroyan, Ricardo Menéndez Salmón, Michael Zadoorian. Collabora con il Master “Professioni e prodotti dell’editoria” presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia e con il Master in Traduzione di testi postcoloniali dell’Università di Pisa. In una vita precedente ha diretto l’ufficio legale di una multinazionale americana traendone ogni possibile insegnamento.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vuol dire assumersi la grande responsabilità di affermare, nei fatti, cosa secondo noi è importante proteggere. Che genere di scrittura, quali idee, quali storie. E con questo patrimonio di titoli che, a differenza di molti titoli di borsa, rappresentano davvero dei valori, affrontare la sfida del mercato. Senza aiuti esterni, senza ricchi patrimoni alle spalle, è un rischio enorme. È una sfida eccitante. Far quadrare i conti di un’azienda offrendo soltanto ciò che per noi è qualità, questo sì che è equilibrismo. E incredibilmente, da trentotto anni, resistiamo, continuando ad appassionarci e divertirci.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice la libertà totale di scegliere e andare fino in fondo per difendere un’idea; mi esalta scoprire che molti altri la condividono. Sono felice quando ho davvero l’impressione di aver partecipato a una cosa bella, vera, importante per le persone che la vivono. Mi rende felice la passione della nostra squadra, la convinzione sincera e la tenacia. Mi rende felice un editing felice e produttivo. Mi rende felice, ogni volta, ricevere un nuovo libro appena stampato. Mi rende felice che un nostro libro diventi un film. Mi rende ovviamente felice vendere abbastanza copie, poter continuare a pubblicare. Mi spiace invece quando un bel libro va sprecato, quando una libreria è in difficoltà. Mi amareggiano politiche di sovrapproduzione, di sconti selvaggi che penalizzano sia le librerie che gli editori indipendenti. E detesto le ingiuste alterazioni della concorrenza; in un mercato davvero libero, dovrebbero valere per tutti le stesse regole, e purtroppo non è così.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

È sempre stata molto importante nella mia vita personale; quando ho conosciuto Marco Zapparoli, tanti anni fa, prima che fondasse la casa editrice, ci scambiavamo poesie di Milo De Angelis, Rilke e Odysseas Elytis. È la forza della parola allo stato puro, serve per fermarsi e riprendere slancio. La bella poesia è veramente un dono che lascia increduli e speranzosi nell’umanità.

 

4. Quanto è importante la poesia per Marcos y Marcos?

Basti dire che il primo libro della casa editrice è stato un piccolo libro di un poeta espressionista tedesco, Georg Heym: E da segrete scale. La poesia che dà il titolo alla piccola raccolta la so a memoria, mi torna in mente in moltissime occasioni: “Di nuovo entriamo ora nel sole, dal campo d’oro e da segrete scale…”. Da allora abbiamo sempre pubblicato libri di poesia, italiana e straniera: siamo stati tra i primi a pubblicare due poeti del calibro di Umberto Fiori e Fabio Pusterla; tra gli stranieri, cito soltanto Heaney, Jaccottet, Mistral, Lorca, Machado. Con Franco Buffoni, che oltre ad essere un poeta è anche un generoso sostenitore di giovani talenti, da quasi trent’anni pubblichiamo i Quaderni di poesia contemporanea con cadenza biennale: il prossimo esce a marzo ed è il quattordicesimo. È un vero laboratorio di selezione delle nuove voci e delle nuove tendenze: un comitato di lettura seleziona sette poeti tra centinaia di candidature. E da ormai tre anni abbiamo aperto una vera e propria collana di poesia, Le Ali, diretta da Fabio Pusterla. Sono tre libri l’anno, il primo di un poeta consolidato ma sfuggito ingiustamente, per qualche ragione, all’attenzione generale. Il prossimo gennaio sarà il grandissimo Luigi Di Ruscio, poeta operaio. Il secondo o il terzo è sempre un esordiente, l’ultimo oscilla tra le due condizioni. Posso dire, quindi, che la poesia per noi sia la radice, la linfa.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Questo purtroppo vale in generale, ci sono più scrittori che lettori; e non è un fenomeno soltanto italiano. Bisogna coltivare l’arte sottile dell’ascolto, trarne piacere e nutrimento. Ma occorre umiltà, che in un’epoca di vanagloria è poco praticata.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La poesia è sottovalutata, a volte proposta male, come un ingrato compito di analisi… eppure ricordo ancora al liceo come fossimo tutti rapiti dai lirici greci; sembrava quasi impossibile che avessero una sensibilità così vicina alla nostra, che ci parlassero attraverso i millenni come e meglio dei cantanti rock. Confesso di aver scritto sui muri con la bomboletta spray, a quindici anni, versi di Ibico.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Leggerla, scoprirla, scambiarsela, regalarla; in famiglia, a scuola, tra amici. Leggerla ad alta voce, mandarsela. Godersela. Il piacere è contagioso.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Amare e diffondere buona poesia serve sicuramente molto di più.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Io credo di più, anche perché adesso se ne legge davvero troppo poca, ed è una perdita per tutti. Pensiamo all’America Latina, dove i festival di poesia riempiono gli stadi; pensiamo al mondo arabo, dove è il genere letterario più importante.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Sono tantissimi, è difficile scegliere.
C’è una poesia dell’ultimo poeta che abbiamo pubblicato nelle ALi, Fabrizio Bajec, che in questi giorni è in primo piano, in casa mia, cerchiata a pennarello, il libro aperto su quella pagina:

Presso un vecchio molino
sta un’anziana dalle mani
bucate dai raggi di Dio.
Mescolarsi con gli altri
le è infausto dal tempo
che fra loro non funziona
Sola segue meglio una legge
assurta alla piena chiarezza

 

da La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati