Domenico Brancale


Me vulisse fa’ crede ca si turnere lla
andò cchiù pésele di na fronne
’ggi state ngullate allu viente

– o parole mucche so’ mattutine
ppi rivegghié o muorte

truvere angòre tutte chille cose ca ’ggi vessute
senz’ u pinziere de vive
quanne u tiempe canosce sule u presente
passate o future ca sìie.

Mo, mo, mo! Accussi si ghìnghiene o recchie.
Mo i’è ’a garámme andò s’addrùpene o suonne nuoste.

Me vullisse fa’ crede ca abbevèsce angòre culle paise
o pedecate nu mumente prime de ll’ombre.

 

*

 

Vorreste farmi credere che se tornassi là
dove più leggero di una foglia
sono stato incollato al vento

– le parole in bocca sono aurora
che svegliano i morti

troverei ancora tutto quello che ho vissuto
senza avere il pensiero di vivere
quando il tempo conosce solo il presente
passato o futuro che sia.

Ora, ora, ora! Di questo si riempiono le orecchie.
Ora è il precipizio della memoria in cui precipitano i sogni.

Vorreste farmi credere che esiste ancora quel paese
le mie orme un attimo prima dell’ombra.

Scannaciucce (Mesogea, 2019)

Domenico Brancale


Un treno partì in orario.
La destinazione non era mai stata nostra.
Scegliemmo il tragitto più lungo.
La distanza nella distanza.
Nessuna fermata nel raggio dello sguardo.
Partimmo per restare nell’altro.
La partenza nella partenza.
Arrivare non è più importante.
Il luogo da raggiungere è dovunque qui.
Qui dove tutto è rimasto identico
i profumi i rumori sono gli stessi. Chi li percorre?
Li percorriamo al contrario
senza memoria ciechi senza risposta.

No. Non riuscimmo a fermarlo il vento.
Entrò nel passato.
Spazzò le foglie dal paesaggio. Spazzò i volti.
Entrò per restare un’ombra.


Per diverse ragioni
(Passigli, 2017)