Philip Larkin


Here

Swerving east, from rich industrial shadows
and traffic all night north; swerving through fields
too thin and thistled to be called meadows,
and now and then a harsh-named halt, that shiedls
workmen at dawn; swerving to solitude
of skies and scarecrows, haystacks, hares and pheasants,
and the widening river’s slow presence,
the piled gold clouds, the shining gull-marked mud,

gathers to the surprise of a large town:
here domes and statues, spires and cranes cluster
beside grain-scattered streets, bargecrowded water,
and residents from raw estates, brought down
the dead straight miles by stealing flat-faced trolleys,
push through plate-glass swing doors to their desires –
cheap suits, red kitchen-ware, sharp shoes, iced lollies,
electric mixers, toasters, washers, driers –

a cut-price crowd, urban yet simple, dwelling
where only salesmen and relations come
within a terminate and fishy-smelling
pastoral of ships up streets, the slave museum,
tatoo-shops, consulates, grim headscarfed wives;
and out beyond its mortgaged half-built edges
fast-shadowed wheat-fields, running high as hedges
isolate villages, where removed lives

loneliness clarifies. Here silence stands
like heat. Here leaves unnoticed thicken
hidden weeds flower, neglected waters quicken,
luminously-peopled air ascends;
and past the poppies bbluish neutral distance
ends the land suddenly beyond a beach
of shapes and shingle. Here is unfenced existence:
facing the sun, untalkative, out of reach.

 

*

 

Qui

Deviando a est, da ombre lunghe di industrie
e dal traffico a nord di tutta una notte; deviando per i campi
troppo bassi e ricoperti di cardi per essere campi
e all’improvviso un passaggio tra i binari, che scherma
al tramonto gli operai; deviando sulla solitudine
di cieli o spaventapasseri, balle di fieno, lepri e fagiani,
e la presenza lenta del fiume che si allarga,
e la fila di nuvole d’oro, il fango d’oro pestato dai gabbiani,

si raccoglie sorprendendo una grande città:
qui cupole e statue, guglie e gru si ammassano
a fianco di strade disseminate, il fiume pieno di barche,
i residenti di tenute grezze, bruciate
le miglia a perdita d’occhio, vagoni bassi e furtivi,
spingono oltre le porte battenti dei loro desideri –
vestiti economici, stoviglie, scarpe coi tacchi, ghiaccioli,
mixer elettrici, tostapane, lavatrici, asciugatrici –

una folla a metà prezzo, moderna ma semplice, dimora
dove solo venditori e relazioni vengono
in una pastorale di navi terminate in vento
che sa di pesce, il museo degli schiavi,
tatuatori, consolati, mogli austere coi foulard;
e molto oltre i suoi ipotecati costruiti a metà
campi di grano presto scuri, che crescono
come case recintate dalle siepi, dove la solitudine

chiarisce le vite rimosse. Qui il silenzio è come
il caldo. Qui le foglie cresciute a saperlo
nascondono fiori tra le erbacce, la corrente del fiume dimessa,
l’aria che risale di luce corpuscolare;
e oltre i papaveri bluastri a distanza imparziale
la terra finisce improvvisa al di là una spiaggia
di forme e sassi. Qui è un’esistenza affrancata,
a un palmo dal sole, afasico, fuori dalla portata.

 

Da The Whitsun Weddings / Le nozze di Pentecoste (1964)

Traduzione di Demetrio Marra

Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Demetrio Marra


DAZN

Ieri nel sogno con Pepè in Skype call,
come se nell’inferno ci fosse un corso per down
di aggiornamento informatico, ecdl. Mi ha detto
strascicando la mascella che va
tutto bene, che aspetterà che Dio
gliela mandi buona. E io: guarda tu,
come sei sciupato, sei tutt’ossa: ha riso
come vivo lo sfottevamo papà e io
e tra i vetri delle bottiglie col tappo a macchinetta
gli si distorceva il muso.

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)