Ben Lerner


Accudire con cura Celan nel terminal dell’aeroporto.
Ammirare l’abutilon nell’atrio. Questo aggettivo
per quell’angoscia. Le pose innaturali
del turista addormentato. Ricordate

gli anni ’80? Schiacciavano rewind
e la neve rifiutava la terra.
Tutti parlavano tedesco,
tutti indossavano tenute sportive non taroccate.

Alcuni hanno preso di petto la tua assenza. Altri l’hanno presa
da sdraiati. Altri ancora l’hanno presa con latte
e zucchero. Solo tua moglie l’ha presa da uomo.

Il mio volo è partito da Danver.
Il mio volo sta imbarcando. Il mio volo ora lentamente
si sta staccando dal gate.

 

Le figure di Lichtenberg (Tlon, 2017), trad. di Damiano Abeni e Moira Egan

Anthony Hecht


See Naples and Die

It is better to say, “I’m suffering,” than to say,
“This landscape is ugly.”
Simone Weil

I can at least consider those events
Almost without emotion, a circumstance
That for many years I’d scarcely believed.
Our strong emotions, of pleasure and pain,
Fade into stark insensibility.
For which, pheraps, it need be said, thank God.
So I can read from my journal of time
As if it were written by a total stranger.
Here is a sunny day in April, the air
Cool as spring water to breathe, but the sun warm.
We are seated under a trellised roof of wines,
Light-laced and freaked with grape-leaf silhouettes
That romp and buck across the tablecloth,
Flicker and slide on the white porcelain.
The air is scented with fresh rosemary,
Boxwood and lemon and a light perfume
From fields of wild-flowers far beyond our sight.
The cheap knives blind us. In the poet’s words,
It is almost time for lunch. And the padrone
Invites us into blackness the more pronounced
For the brilli ance of outdoors. Slowly our eyes
Make out his pyramids of delicacies –
The Celtic coils and curves of primrose shrimp,
A speckled gleam of opalescent squid,
The mussel’s pearl-blue niches, as unearthly
As Brazilian butterflies, and the greyturbot,
Like a Picasso lady with both eyes
On one side of her face. We are invited
To choose our fare from this august display
Which serves as menu, and we return once more
To the sunshine, to the fritillary light
And shadow of our table where carafes
Of citrine wine glow with unstable gems,
Prison the sun like genii in their holds,
Enshrine their luminous spirits.
There, before us,
The greatest amphitheater in the world:
Naples and its Bay. We have begun
Our holiday, Martha and I, in rustic splendor.
I look at her with love (was it with love?)
As a breeze takes casual liberties with her hair,
And set it down that evening in the hotel
(Where I make my journal entries after dinner)
That everything we saw this afternoon
After our splendid lunch with its noble view –
The jets of water, Diana in porphyry,
Callipygian, broad-bottomed Venus,
Whole groves of lemons, the pace grenadine pearls
Of pomegranate seeds, olive trees, urns,
All fired and flood-lit by this southern sun –
Bespoke an unassailable happiness.
And so it was. Or so I thought it was.
I believe that on that height I was truly happy,
Though I know less and lessa s time goes on
About what happiness is, unless it’s what
Folk-wisdom celebrates as ignorance.
Dante says that the worst of all torments
I sto remember happiness once it’s passed.
I am too numb to know whether he’s right.

[…]

 

*

 

 

Vedi Napoli e poi muori

Meglio dire «Soffro», piuttosto che
«Il paesaggio è brutto».
Simone Weil

Posso alfine esaminare quegli eventi
quasi senza emozione, circostanza
cui per anni e anni poco avevo creduto.
Dimentichiamo molto, certo, e, con i fatti,
le emozioni forti, di pena e di piacere,
si stemperano in duro non sentire.
Del quale forse, andrebbe detto, sia ringraziato Iddio.
Così percorro passi dal diario di quel tempo
Come fosse scritto da un estraneo.
È un giorno di sole qui, è aprile, l’aria
Fresca acqua sorgiva al respiro, ma il sole è caldo.
Sediamo sotto una pergola di vite,
ricamati di luce e screziati dalle ombre delle foglie
che scattano e recalcitrano sulla tovaglia,
guizzano e scivolano sulla porcellana bianca.
L’aria sa di rosmarino fresco,
bosso e limone e di una leggere fragranza
di fiori selvatici da campi nascosti alla vista.
I coltelli da due lire ci accecano. Per dirla col poeta,
è quasi ora di pranzo. E il padrone
ci invita in un’oscurità tanto più fitta
per la brillantezza dell’esterno. Adagio gli occhi
mettono a fuoco piramidi di prelibatezze –
le spire celtiche, le sinuosità dei gamberetti,
il lucore maculato della seppia opalescente,
le nicchie azzurro-perla delle cozze, ultraterrene
come farfalle amazzoniche, e il rombo grigio,
signora picassiana, entrambi gli occhi
sullo stesso lato del volto. Ci invitano
a scegliere il cibo da questa mostra angusta
che funge da menù, quindi torniamo
al sole, alla fritillaria luce
e ombra del tavolo dove caraffe
di vino citrino rifulgono di gemme instabili,
imprigionano il sole come un genio in loro potere,
incastonano i loro spiriti luminosi.
Lì, davanti a noi,
il più sontuoso anfiteatro del mondo:
Napoli e il suo Golfo. Abbiamo iniziato
la vacanza, Marta e io, in schietto splendore.
La guardo con amore (era amore?)
e una brezza si prende libertà coi suoi capelli,
e quella sera metto per iscritto in albergo
(dove dopo cena aggiorno il diario)
che ogni cosa vista nel pomeriggio
dopo lo splendido pranzo con quella veduta superba –
i getti d’acqua, Diana di porfido,
la callipigia Venere dall’ampio fondoschiena,
giardini di limoni, le stipate perle granato
della melograna, gli ulivi, le urne,
tutto infocato, in un diluvio di luce, dal sole del Sud –
rivelavano un’irrefutabile felicità.
E così era. O così pensavo fosse.
Credo che su quell’altezza io fossi davvero felice.
Anche se con il passare del tempo ne so sempre meno
di cosa sia la felicità, a meno che non sia
ciò che la saggezza popolare celebra come ignoranza.
Dante afferma che il peggiore dei tormenti
è ricordare la felicità una volta che è passata.
Sono troppo inebetito per sapere se ha ragione.

[…]

 

Le ore dure (Donzelli, 2018), a cura di Moira Egan e Damiano Abeni

Charles Bukowski

buk

Il mio fallimento

penso ai diavoli dell’inferno
e fisso un
bel vaso di
fiori
mentre la donna in camera mia
rabbiosa accende e spegne la luce
di continuo.
abbiamo litigato di
brutto
e io me ne sto qui seduto a fumare
sigarette
indiane
e intanto alla radio le
preghiere di un cantante lirico non
sono nella mia
lingua.
fuori, la finestra alla
mia sinistra rivela le luci
notturne della
città e io vorrei solo
avere il coraggio di
spezzare questo semplice orrore
e rimettere le cose
a posto
ma la mia rabbia meschina
me lo
impedisce.

mi rendo conto che l’inferno è solo quello che ci
creiamo noi,
a fumare queste sigarette,
qui ad aspettare,
qui a fantasticare,
mentre nell’altra stanza
lei continua a
starsene lì ad
accendere e spegnere
la luce,
accendere e
spengnere.

I cavalli non scommettono sugli uomini (e neanche io) – Minimum fax, 2004 – trad. it. D. Abeni