Vera Pavlova

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Leggere il mio nome sulla busta
e ricordare chi sono
leggere il mio indirizzo sulla busta
e ricordare dove sono
leggere nome e indirizzo del mittente
e ricordare che c’è qualcun altro
strappare la busta e leggere la lettera
-Pavlova, fermo posta.
-No. Non c’è nulla.

 

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Louis Aragon

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Les mains d’Elsa

Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi te mains que je sois sauvé

Lorsque je les prends à mon pauvre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fond de partout dans mes main à moi

Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Ce qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tresailli

Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots

Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu

Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.

 

*

 

Le mani di Elsa

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

 

Poesie d’amore (Crocetti, 1984), trad. it. F. Bruno

Yehuda Amichai

Sguinzagliare ricordi

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Gennadij Ajgi

genna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questo

molto o poco
ma il dono dell’amore
poi si trasformerà
in un vuoto tale che occorrerà riempirlo
con un grande dolore: forse tu non vedrai –

(vedranno gli altri) –

come per la pienezza, da te compiuta,
essa turbinerà! – l’unità
dell’antico dono di un amico silente
e della triste memoria:

un astro umano semplice e modesto
(quasi una chiazza a occhi chiusi) –

per il mondo (forse – solo per il cielo e l’aria)

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Olav H. Hauge

Hauge, Olav H_None

La terra azzurra

Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.

Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.

Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.

 

La terra azzurra (Crocetti, 2008), trad. it. F. Ferrari

Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

 

La terra
battezza i miei figli.
Ombre precipitano
da notte appassita.
Stilla il sangue dei re
nelle valli del pane caldo.

Le stelle hanno
la lingua delle palpebre
che sognano
di occhi umani,
di colline
che sono tagliate in pezzi
dalle lame della fatica.

Sia maledetto
questo tormento dell’inverno
che il fumo sospinge
in boschi senza patria
attraverso le lattee stalle del mondo
che il sonno infedele strangola
sulle rive di sogni spietati.

 

Sotto il ferro della luna (Crocetti, 2015), trad. it. S. Thabet

Juana Castro

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Calice

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quel che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Taccami, e le mie dita
metti qui sopra le tue piaghe, ed aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Son così tua che il mare la tua voce
per il suo canto copia dalla mia.
E mi sveglio e al momento stesso vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Non sono il tuo fantasma,
voglio, risuscitata, ora crearti
nel filo di chi il mio essere t’ha dato.
Da morta e morta dimmi:
Chi sta allattando chi, serpente mio?

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001), a cura M. G. Maioli Loperfido

Jacques Werup

Jacques Werup

 

Il lavoro

Ci piace quel presagio
di morte che ci coglie
nel viaggio verso casa dal lavoro.

Il volto allora muta: questo si vede
dal mio volto ugualmente cambiato
che d’un tratto se ne sta più comodo

quando penso: anch’io, fra poco.
Una volta in una grande città ne parlai
con uno che visse per poco ancora.

Attraversammo una grande piazza,
fra resti di penne di piccioni
i nostri dolori lasciarono dei segni

sul terreno umido
alla fine del quale le case
sembravano scogliere di pioggia.

Nel separarci ci sembrò di essere molti
che tornavano a casa, ognuno alla sua,
dopo un lungo discorso. Il tribuno incomprensibile.

Il treno mi prese. Nel tempo sprofondò la città.
E ora quando dormo dopo il lavoro
vedo quella piazza.

E quando non so più chi vede la piazza
so che sto dormendo.
Forse è così morire, o forse è più come il lavoro.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson

Kikí Dimulà

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Sintomo da camera singola

Si stupiscono ogni volta gli albergatori
quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

Quest’anno ho dato in pegno il mare
e ho deciso di passare le vacanze in montagna
forse i fruscii del bosco scongiureranno
quella dannata sindrome di ritorno
che domina immediatamente ogni mia fuga.
Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
penso che potrei anche mettere radici.

E i montagna lo stesso.
Come se fosse di ferro la stanza
e l’aria pura leggera esalasse serratura.
Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
ma quelli erano più malati di me.
La stessa cose mi è accaduta a Pilo
la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
a Kalamata l’anno scorso anche peggio
il treno stracolmo e i pianti che volevano
ritornare ad Atene a piedi.
Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

Mi manca forse la tua assenza?
Non viene con me la lascio a casa.
Patto esplicito del cambiamento è che non segua.

 

L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci

Alejandra Pizarnik

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Chi illumina

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

 

La figlia dell’insonnia (Crocetti, 2004), trad. it. C. Cinti