John Ashbery


City afternoon

A veil of haze protects this
Long- ago afternoon forgotten by everybody
In this photograph, most of them now
Sucked screaming through old age and death.

If one could seize America
Or at least a fi ne forgetfulness
That seeps into our outline
Defining our volumes with a stain
That is fleeting too

But commemorates
Because it does define, after all:
Gray garlands, that threesome
Waiting for the light to change,
Air lifting the hair of one
Upside down in the reflecting pool.

 

*

 

Pomeriggio in città

Un velo di foschia protegge questo
pomeriggio d’antan dimenticato da tutti i presenti
in questa foto, i più ormai
risucchiati urlanti da vecchiaia e morte.

Se ci si potesse impossessare dell’America
o almeno di una gradevole smemoratezza
che s’infiltra nella nostra silhouette
e delinea i nostri volumi con una macchia
anch’essa fuggevole

ma che commemora
perché davvero delinea, dopotutto:
ghirlande grigie, quei tre
al semaforo che aspettano il verde,
l’aria che solleva i capelli a uno di loro
capovolto nel riflesso di una pozza.

 

Autoritratto entro uno specchio convesso (Bompiani, 2019), a cura di Damiano Abeni

Vladislav Chodasevič


Per la strada già imbrunisce.
Sbatte in alto una finestra.

Balena una luce, una tenda si gonfia,
veloce un’ombra si stacca dal muro –

beato chi cade a testa in giù:
almeno per un instante – un altro è il mondo.

23 dicembre 1922
Saarow

 

Non è il tempo di essere (Bompiani, 2019), a cura di Caterina Graziadei

Chiara Carminati

Perché odio la poesia

Odio la poesia
perché è un insieme
di rime sceme

La odio quando spreme
il succo alle stagioni
il sangue agli ideali
i nomi alle emozioni

La poesia del genere
che spegne le parole
in cuori posacenere

Odio la poesia
che mi indica col dito
perché sono lo stupido
che non ha capito

 

Viaggia verso. Poesie nelle tasche dei jeans (Bompiani, 2018)

William Shakespeare


How can I then return in happy plight,
That am debarred the benefit of rest?
When day’s oppression is not eas’d by night,
But day by night and night by day oppressed,
And each, though enemies to either’s reign,
Do in consent shake hands to torture me,
The one by toil, the other to complain
How far I toil, still farther off from thee.
I tell the day, to please him thou art bright,
And dost him grace when clouds do blot the heaven:
So flatter I the swart-complexion’d night,
When sparkling stars twire not thou gild’st the even.
But day doth daily draw my sorrows longer,
And night doth nightly make grief’s length seem stronger.

 

*

 

Come posso riavere la mia pace
se al riposo non faccio mai ritorno,
la diurna oppressione non si tace,
il giorno opprime notte, e notte il giorno,
e, pur se sono regni concorrenti,
per torturarmi i due si danno mano,
l’uno mi affanna, l’altra dà i lamenti,
perché mi affanno e tu sei più lontano?
Tu sei una luce spazzanubi, dico
al giorno pur di farmelo mio amico;
dico alla notte senza stelle e nera
che arrivi tu a far brillar la sera.
Ma il giorno invece allunga il mio dolore,
e ogni notte più forte ho male al cuore.

 

Tutte le opere. Volume 4 (Bompiani, 2019), traduzione di Massimiliano Palmese

7ª poesia più letta del 2018

di Franco Arminio

 

Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L’amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d’oro,
l’archivio di luce
da cui veniamo.

 

Resteranno i canti (Bompiani, 2018)

© Foto di Mario Dondero

 

Poesia pubblicata il 25 maggio 2018.

Silvia Salvagnini


adesso non ti piace
come lavo i piatti
né come asciugo il lavandino.
una sera di festa
è un motivo sensazionale
per non starmi vicino a parlare
non mi vieni a cercare
proponi di fare un film
alla mia amica più normale.
non posso più stare
con i piedi rannicchiata
con la testa fuori dal finestrino
a digiuno
a mangiare biscotti in giardino
non posso per te più stare
se non immobile
senza respirare.

 

Il seme dell’abbraccio. Poesie per una rinascita (Bompiani, 2018)

Franco Arminio


Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L’amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d’oro,
l’archivio di luce
da cui veniamo.

 

Resteranno i canti (Bompiani, 2018)

© Foto di Mario Dondero

André Frenaud


Paesaggio

Grande corpo disteso incerto,
ti vedo così da lontano
oltre i corvi e la cenere.

La grande pianura oblunga
e i pascoli profondi
le altezze delle tue anche
ove stilla un gentile ruscellare dell’acqua
montagna amata dalle api e dal vento
dal mio morto respiro, ricomposto attorno a te
per penetrare attraverso la bocca spalancata.

La vita di quaggiù non è la nostra,
distratto, ognuno, da antiche devastazioni,
ma quella della grave statua crespata che guardo,
sperduta in un movimento sabbioso.
La luce costeggia i burroni, si immerge
ed ecco che la nostra ombra si illumina senza menzogna,
aurora in cui tu ed io saremo per sempre confusi.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Max Jacob


Cappello

Uno stormo di piccioni sopra un melo,
uno stormo di cacciatori, niente piccioni,
uno stormo di ladri, niente mele,
non rimane che un cappello di ubriaco
appeso al ramo più basso.
Bel mestiere il mercante di cappelli,
mercante di cappelli di ubriachi.
Se ne trovano un po’ ovunque dentro i fossi,
sui prati, sopra gli alberi.
Ce ne son sempre di nuovi da Kermarec
mercante di cappelli a Lannion.
Il vento lavora per lui.
Da piccolo sarto quale sono
mi farò cappellaio,
il sidro lavorerà per me.
Quando sarò ricco come Kermarec
acquisterò un frutteto di mele da sidro
e dei piccioni domestici,
se fossi a Bordeaux berrei del vino
e me ne andrei a testa nuda sotto il sole.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Francis Jammes

Francis_Jammes
Preghiera per sposare una donna semplice

Mio Dio, fate che colei che potrà esser la mia sposa
sia umile e dolce e diventi per me una tenera amica;
che ci si possa addormentare tenendoci per mano;
ch’ella porti al collo, un po’ nascosta tra i seni,
una catena d’argento con una medaglia:
che la sua carne sia più liscia più tiepida e dorata
della prugna addormentata al declino dell’estate;
ch’ella diventi forte da vegliare sull’anima mia
come un’ape sul sonno di un fiore; e che,
il giorno in cui morrò, mi chiuda gli occhi
e per sola preghiera s’inginocchi,
congiungendo le dita sul mio letto,
con quel rigonfio di dolore che soffoca nel petto.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame