Gianluca Garrapa


scatole di luce. scatole di aria. scatole di scatole. piene di cornamuse. piene di fluidi. piene di sigarette ambassador. piene di caramelle mou. ventilatori spenti. occhiali spenti. capelli spenti. orecchini. davanzali schittati di merda di piccione. cantine invase dall’acqua coi topi dentro ciambelle di ammonio. tricicli inforcati da lucertole. come nel sogno di mia sorella. ecco disse queste cose io. non le capisco assai. ma sono belle come i fiori secchi. nelle scatole di luce.

 

Di fantasmi e stasi. Transizioni (Arcipelago Itaca, 2017)

Marco Giovenale


Ne abbiamo già parlato sul tavolo stencil
al centro con cento persone avanti
(crollabili) (croccanti) (loro noi)
cara Lorelei, con tutti i plurali
dissimulati, i compitati, -mputati
e: ’mplimenti (a complemento) come
esercitati, esercitatamente, ne
abbiamo parlato, della guerra
alla reggia, e che ci vuole una
Clitemnestra con eccitata
parte a farlo fuori, ma solo in Eschilo,
il pluriomicida, gentile avvocata
nostra, Lorelei, lei sì
si ricorda quando e quanto se
ne parlava, a inizio secolo,
con quella prosa prolissa in pubblico
che diventava piccola e breve sui pezzi
di men che velina, l’intera
assemblea sostituita, durante
la notte dai servizi
quasi mezzo migliaio di uomini lupo
coi rami che neanche battono alle finestre
alle imposte, che possono essere
liricamente aperte, o non,
nel sogno della grande chiacchierata al chiuso
nella centrifuga che induce
a pensare sia il fuori che va
in tondo, che sta
a girare

 

Strettoie (Arcipelago Itaca, 2017)

Salvatore Ritrovato

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Sognando Omero

«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.» (Qohelet)

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Gli eroi, gli errori di quel poema troppo lungo
i discorsi che per abitudine o inerzia
salgono alle labbra degli oratori, tutto cancellato.
E gli dei che puntano sui match e truccano la partita.
La rivolta di Tersite contro ogni certezza.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.

Lo incontrai il giorno dopo che se ne andava
ripetendo (ma con calma): cosa ho fatto?
e fra sé: chiedetemi ancora un verso!
La sua voce appena si sente, freme un po’, si spezza.
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

 

Radure e fughe. Poesie 1989-2015 (Arcipelago Itaca, 2016)

Giovanna Frene

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I

si sovrappongono, sembrano a tratti coincidere, si proiettano
a poco a poco, in tutta la perfezione si curvano
mattoni di fumo, o colpe riversate
per non essere proprie, crollate
perché alte, e gonfie. piove nero, ad arco.
ma non è così.

IV

perché nemico germogli a nemico, di notte si sostituisce,
si condensa in alto, appare come scuro cavaliere che cavalca
se stesso: fabbrica bene chi fabbrica per ultimo, approfittando
del cambio di azione, lo scopo non cambia mai, se piove,
se dio vuole, invece non piove, no, ma la terra
non è salvata, la carta, sfigurata.

 

Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015)

© Foto di Dino Ignani