Arundhathi Subramaniam


La Verna

It was a day riddled with signs
for each of us –

Italian agnostic,
American Unitarian Buddhist,
Hindu seeker.

We went because our friend –
gay, Catholic, Tuscan –
recommended it. ‘Jesus is God
and God is One,’ he said,
‘and that should leave out San Francesco,
but I love him still,
and I love him even more
when I go to La Verna.’

And so, we went
one afternoon in March,

plunged into a delirium
of boulder, rain and spinning
sky, suspended between the Tiber
and the Arno, between wild geology
and keeling light, where the wind
is falcon flight and gravity aerial,

where the sombre white owl
has seen it all –
rock melting into forest,
wolf into lamb,
sky into mineral,
gnarled root into cosmos,

where faith is a gaunt wooden crucifix
against an ache of valley,
and prayer
the cry of kestrels entangled
in ancient beechwood
and the spillage of light
through wind-shirred cloud.

And there was the bright-eyed Russian
we met outside the chapel
of St Mary of the Angels
who told me her spiritual guide
was Indian

and we grew silent
to find we carried in our bags
the picture of the same fakir
with quizzical gaze and dirty robe.

It felt like there was something that day
for each of us.

It could have been
the gasp of precipice scarred
by ravine.

It could have been
that gentle saint of the valley scarred
by love.

We never knew
and were none the wiser afterwards

about whether there was one
or many

or none at all.

But high above the valley of Casentino
there was a day in March –
we’d agree,
the three of us –

that couldn’t be tamed
by arithmetic.

Love without a Story (Bloodaxe 2020)

*

La Verna

Fu un giorno costellato di segni
per ognuno di noi –

Un italiano agnostico,
un’americana buddista unitaria,
una seeker induista.

Ci andammo perché il nostro amico –
gay, cattolico, toscano –
ce lo aveva consigliato. «Gesù è Dio
e Dio è Uno», aveva detto,
«e questo dovrebbe escludere San Francesco,
ma io lo amo comunque,
e lo amo ancora di più
quando vado alla Verna».

E così ci andammo
un pomeriggio di marzo,

immersi in un delirio
di massi, pioggia e mulinelli
di cielo, sospesi tra il Tevere
e l’Arno, tra geologia selvaggia
e luce fioca, dove il vento
è volo di falco e aerea gravità,

dove il cupo gufo bianco
ha visto tutto –
la roccia che si disfa in foresta,
il lupo in agnello,
il cielo in minerale,
la radice nodosa nel cosmo,

dove la fede è uno scarno crocifisso di legno
contro un dolore di valle,
e la preghiera
il grido dei gheppi impigliati
tra gli antichi faggi
e la luce che spilla
tra le nubi straziate dal vento.

E ci fu la russa dagli occhi brillanti
che incontrammo davanti alla cappella
di Santa Maria degli Angeli
che mi disse che la sua guida spirituale
era indiana

e rimanemmo in silenzio
per scoprire che portavamo in borsa
l’immagine dello stesso fachiro
con lo sguardo perplesso e la veste sporca.

Era come se quel giorno ci fosse qualcosa
per ognuno di noi.

Sia stato
il sussulto del precipizio sfregiato
dalle forre.

Sia stato
quel santo gentile della valle sfregiata
dall’amore.

Non lo sapemmo mai
e non ne avemmo miglior contezza in seguito

se ce ne fosse stato uno
o molti

oppure nessuno.

Ma lassù, sopra la valle del Casentino
ci fu un giorno di marzo –
e saremmo stati d’accordo,
tutti e tre –

impossibile da addomesticare
con l’aritmetica.

Inedito tradotto da Andrea Sirotti

Tom Pearson


I. A Foreign Stillness

i. Fragments of Icarus

Let god folly and father fracture matter
Not, this immortalization, for us, a curse,
Constellations for others to navigate
By what to avoid.

There was a great voice in my head the morning
After my death that woke me from sleep, whispered
Into my ear, Get up, go—go write, urging
Me to confession—

To remember it not as a failure of flight,
Not for the fall, for the end of that life,
But for the tender years of sweetest youth spent with
You, my childhood beast—

For treasures received, hidden in the garden,
Passing stories as we gathered wax and feathers,
Telling the tale and untelling it
Soon as it was told.

Found then at last is this, our first stanza of youth,
An autobiography of imprisonment,
The metronomic distance between arrival
And departure.

In the slatted daybreak, I witnessed, peeking,
Shadows in the garden and increments of
Color, light, and sound, which crept between the
Attention I gave.

Pulled by currents unknown, I held the shutters
Closed at night and opened them at morn, my mood
Regulated by how much light I allowed
Into the cold room—

Laying out ideas there upon twin beds,
Pushed together at night and boldly turned down
For a harvest inside of future dreams, for
What was yet to come.

In the future, I will remember this:
The blessing of the fleet, a foreign stillness,
Cousins to nostalgia and melancholy,
The passing lanterns

Of the night fishermen who poled and prayed
To hook a dream or spear a light under the
Suggestion of stars, once crossed, crossed again,
Sewing up the sky.

And in the future, I will think of him along
A cartography of where his hands have passed,
Maps drawn on silk, hidden in coat pockets and
Of his quiet stealth.

I marked days and a catalog of lesser
Innovations on the wall in an attempt
To record our evenings and think nothing to
Look upon them now—

In the sea, more than before us, and in that
Effort to notate what had occurred in the
Night, more than nearer your promises, more than
The whispering waves—

More than Helios to hypnotize, with wings
Or sails, testing, if the gods did not come, we would
Become the gods, through flight and hubris, with a
Harness for the wind.

But our alchemy gained little from it,
Our movement toward freedom, plunged, swallowed by
Seagulls or marauded by marlin, angels
That swim, fish that fly.

Along the margin of the boundary layer,
Water chased wind, coupled currents clashed to
Appease the appetites of too many in
Every direction—

And your soul’s energy, overharvested,
How I cried to leave you there, screaming in your
Labyrinth, and me aft, behind in the tailwind
Of my father’s flight!

Such craftwork, left like a plaything for a child,
His carelessness, a sword, and in the future
I will think of him thus, a father asleep,
A mentor surpassed—

A prisoner once caught, now a child drowning in
The sea. It was written by my own hand
Upon scrolls of the deep, this very love, this
Passion for falling.

*

I. Una calma straniera

i. Frammenti di Icaro

Fa’ che follia divina e frattura paterna non abbiano
importanza, sciagura è per noi l’esser resi immortali,
costellazioni che altri navigheranno via
da ciò che va evitato.

Sentii una gran voce nella testa la mattina
dopo la morte che mi destò dal sonno, mi sussurrò
all’orecchio: alzati e va’ – va’ a scrivere, spingendomi
alla confessione –

Per ricordarlo non come un volo fallito,
non per la caduta, per la fine di quella vita,
ma per i teneri anni di dolce gioventù passati con
te, bestia della mia infanzia –

Per tesori ricevuti, nascosti nel giardino,
ci scambiavamo storie raccogliendo cera e penne,
dicevamo la storia per poi rinnegarla
subito dopo averla detta.

E poi, infine, la nostra prima strofa giovanile,
l’autobiografia di una reclusione,
la metronomica distanza tra l’arrivo
e la partenza.

Nell’alba a stecche ho visto, sbirciando,
ombre nel giardino e incrementi di
colore, luce e suono strisciare furtivi in mezzo
alla mia attenzione.

In preda a correnti ignote, tenevo le imposte
chiuse di notte e le aprivo al mattino, l’umore
regolato dalla quantità di luce che accoglievo
nella stanza fredda –

Disponendo idee là, sui letti gemelli,
spinti insieme di notte e audacemente preparati
per un raccolto, all’interno, di sogni futuri, per
ciò che sarebbe stato.

In futuro, mi ricorderò di questo:
la benedizione della flotta, una quiete straniera,
cugini a nostalgia e malinconia,
le effimere lanterne

dei pescatori di notte che puntando le pertiche pregavano
per allamare un sogno o fiocinare una luce sotto la
suggestione di stelle, una volta attraversate, riattraversate,
a ricucire il cielo.

E in futuro penserò a lui lungo una
cartografia dei luoghi percorsi dalle sue mani,
mappe vergate su seta, nascoste in tasca ai cappotti e
alla sua quiete furtiva.

Ho segnato i giorni e un catalogo di minori
innovazioni sulla parete in un tentativo
di registrare le nostre sere senza pensare adesso
a come considerarle –

Nel mare, più che davanti a noi, e in quello
sforzo di annotare quel che era accaduto di
notte, più che vicino alle tue promesse, più che
il sussurro delle onde –

Più di Helios da ipnotizzare, con ali
o vele, testando, se gli dèi non fossero arrivati, che
gli dèi saremmo stati noi, in volo e in hubris, con
un’imbracatura per il vento.

Ma la nostra alchimia ne trasse poco vantaggio,
il nostro moto verso la libertà, s’immerse, ingollato
dai gabbiani o predato dai marlin, angeli che
nuotano, pesci che volano.

Lungo il margine dello strato liminale,
l’acqua inseguì il vento, correnti in coppia conflissero
a placare gli appetiti di troppi in
ogni direzione –

E l’energia della tua anima, intensamente sfruttata –
come ho pianto nel lasciarti lì, a urlare nel tuo
labirinto, e io a poppa, dietro al vento di coda
del volo di mio padre!

Un’opera simile, lasciata come il gioco di un bimbo,
la sua disattenzione, una spada, e in futuro
lo penserò così, a un padre che dorme,
un mentore obsoleto –

Un tempo prigioniero, ora ragazzo che annega
nel mare. Era stato scritto di mio pugno
sui rotoli degli abissi, questo stesso amore, questa
passione per la caduta.

Eppure, il cielo (Interno Poesia Editore, 2023), cura e traduzione di Andrea Sirotti

Acquista ora

Mina Gorji

da Ritratti di Poesia 2023

It isn’t mine to tell

the fear –
we left when I was 5 years old.
The air hostess brought round a tin of sweets,
Quality Street.

Inside the cabin
air was thick
with cigarette –
I can’t remember much about the sky.

It isn’t mine to tell –
the pain.
We landed in the suburbs, I grew up
surrounded by green and cherry trees.

It isn’t mine to tell –
the rage –
mine was a different kind,
caught in a life
of difference.

It isn’t mine
the suffering –
only my nights
are stained with fear.

Each day that passes
I forget the smell
of tiny purple flowers,
the Oriental Plane trees
wet with rain,

Sometimes I feel the spirit
of the other girl,
living the life I left behind.

It isn’t mine to mourn –
the death.
But there’s a silence
that I keep
Instead.

*

Non è cosa mia dire

la paura –
partimmo che avevo cinque anni.
La hostess girava con una scatola di caramelle,
Quality Street.

Dentro l’aereo
l’aria era densa
di sigarette –
Non ricordo molto del cielo.

Non è cosa mia dire –
il dolore.
Sbarcammo in una bella zona, crebbi
in mezzo al verde e ai ciliegi.

Non è cosa mia dire –
la rabbia –
la mia era di un altro tipo,
presa in una vita
di differenza.

Non è cosa mia
la sofferenza –
solo le mie notti
son imbrattate di paura.

Ogni giorno che passa
dimentico l’odore
dei fiorellini viola,
dei platani d’Oriente
umidi di pioggia,

A volte sento lo spirito
dell’altra bambina,
che vive la vita che ho lasciato alle spalle.

Non è cosa mia il lutto –
la morte.
Ma c’è un silenzio
che serbo
al suo posto.

Traduzione di Andrea Sirotti

Bruce Hunter


Tra il vecchio e il sapiente

Di una certa eleganza
pur nella scombinata flessuosità
con una nobile apertura
di quasi un metro per un metro.

Non passò inosservata al giardiniere giovane
che non aveva niente di meglio
che annaffiarla bene, togliere l’erba intorno.

Senza dubbio degna di meraviglia,
il fiore vagamente orientale,
baccelli increspati, foglie gualcite,
stelo sicuro.

Finché il vecchio giardiniere
con tutta la presa
che i vecchi hanno sui giovani,
l’afferra, la sbarba,
ne espone la radice fiacca e goffa.
L’età gli ha dato almeno questa certezza.

La getta nel mucchio dei rifiuti
sonoramente e senza altre parole
sentenzia: erbaccia.

*

Between the Old and the Knowing

Slightly elegant
in a tilted rambunctious way
with a noble sweep
one pace across and another tall.

Not overlooked by the young gardener
who knew no better
watered well, weeded around.

No doubt marvelled over,
the flower vaguely Oriental,
ruffled pods, rucked leaves,
a sure stem.

Until the old gardener
with all the grip
the old have on the young,
seizes it, lifts,
exposing the shallow and ridiculous root.
Age has made him sure of this one thing.

Heaped onto the trash pile
loudly and without a word
proclaimed: weed.

Galestro (I Quaderni del Bardo, 2023), a cura di A. Sirotti

Tishani Doshi

Cell

Even if you could walk through the corridors
of your body, you would not know which rooms
to enter, which were full of stone. Inside you
there is so much water —a mountain range
in the north to stave off invaders, a desert
in the bacterial colonies of the south. Here
are city buildings, yellowed, without windows,
busy with the making of vaccines and handbags.
Here a double helix strung up the length
of your spine like a flurry of Tibetan prayer flags.
Between these outposts the messengers dart,
carrying tubes of animal hide, pigeons on their backs.
Some ride rams, some travel with consort shadows
in chariots across the skies without once stopping
to look at stars. When they arrive it is almost always
the same. They must remove their sandals and wait
by the mouth of the cave —its fold of skin,
a curtain to trap the wind. They want to tell
you the great fires are still burning, the bees
won’t give up their unions, the harvest is both
moon and autumn. You are not alone.

*

Cella

Se anche potessi percorrere i corridoi
del tuo corpo, non sapresti in quali stanze
entrare, quali siano piene di pietra. Dentro di te
c’è tantissima acqua – una catena montuosa
a nord per tener lontani gli invasori, un deserto
nelle colonie batteriche del sud. Qui
ci sono edifici cittadini, ingialliti, senza finestre,
occupati nella fabbricazione di vaccini e borse.
Qui una doppia elica infilata lungo tutta
la tua spina come una sequela di stendardi tibetani.
Tra questi avamposti sfrecciano i messaggeri,
trasportando tubi di pelle animale, piccioni sulla schiena.
C’è chi cavalca arieti, c’è chi viaggia con ombre consorti
sui carri attraverso i cieli senza fermarsi una volta
a guardare le stelle. Una volta arrivati è quasi sempre
lo stesso. Devono togliersi i sandali e aspettare
all’ingresso della grotta – la sua piega di pelle,
una tenda per intrappolare il vento. Vogliono dirti
che i grandi fuochi bruciano ancora, le api
non rinunceranno alle loro unioni, il raccolto è sia
luna che autunno. Tu non sei sola.

Un dio alla porta (Interno Poesia Editore, 2022), cura e traduzione di Andrea Sirotti

Acquista ora

 

Ph. Jonathan Self

Rishi Dastidar


Contour

In every map is a kind of trance,
a whisper that insists geography
is destiny, no matter what you say.
Remember the bridges of Königsberg,
the whisper continues. That was an unsolvable
problem, and so is your desire to keep
moving, to lose yourself in whatever
new topography you can conjure
with the spin of a compass –
as if it’s a roulette wheel,
rather than a divining rod
that keeps reminding you
he who changes the sky above him
without changing his soul changes nothing.

*

Isoipsia

In ogni mappa c’è una specie di trance,
un sussurro che insiste: la geografia
è destino, checché tu ne dica.
Ricordi i ponti di Königsberg,
continua il sussurro. Era un problema
insolubile, come pure la tua voglia di
muoverti, di perderti in qualsiasi
nuova topografia si possa evocare
con un giro di bussola –
come fosse una roulette, e non
una bacchetta da rabdomante
che continua a ricordarti che
chiunque cambi il cielo su di sé
senza cambiarsi l’anima, non cambia nulla.

Traduzione di Andrea Sirotti

Patricia Smith

Ethel’s Sestina

Ethel Freeman’s body sat for days in her wheelchair outside the New Orleans Convention Center. Her son Herbert, who had assured his mother that help was on the way, was forced to leave her there once she died.

Gon’ be obedient in this here chair,
gon’ bide my time, fanning against this sun.
I ask my boy, and all he says is Wait.
He wipes my brow with steam, says I should sleep.
I trust his every word. Herbert my son.
I believe him when he says help gon’ come.

Been so long since all these suffrin’ folks come
to this place. Now on the ground ’round my chair,
they sweat in my shade, keep asking my son
could that be a bus they see. It’s the sun
foolin’ them, shining much too loud for sleep,
making us hear engines, wheels. Not yet. Wait.

Lawd, some folks prayin’ for rain while they wait,
forgetting what rain can do. When it come,
it smashes living flat, wakes you from sleep,
eats streets, washes you clean out of the chair
you be sittin’ in. Best to praise this sun,
shinin’ its dry shine. Lawd have mercy, son,

is it coming? Such a strong man, my son.
Can’t help but believe when he tells us, Wait.
Wait some more.
Wish some trees would block this sun.
We wait. Ain’t no white men or buses come,
but look—see that there? Get me out this chair,
help me stand on up. No time for sleepin’,

cause look what’s rumbling this way. If you sleep
you gon’ miss it. Look there, I tell my son.
He don’t hear. I’m ’bout to get out this chair,
but the ghost in my legs tells me to wait,
wait for the salvation that’s sho to come.
I see my savior’s face ’longside that sun.

Nobody sees me running toward the sun.
Lawd, they think I done gone and fell asleep.
They don’t hear Come.

Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Ain’t but one power make me leave my son.
I can’t wait, Herbert. Lawd knows I can’t wait.
Don’t cry, boy, I ain’t in that chair no more.

Wish you coulda come on this journey, son,
seen that ol’ sweet sun lift me out of sleep.
Didn’t have to wait. And see my golden chair?

Blood Dazzler. Copyright © 2008 Patricia Smith.

 

*

La sestina di Ethel

Il corpo di Ethel Freeman è rimasto seduto per giorni sulla sua sedia a rotelle fuori dal New Orleans Convention Center dopo l’uragano Katrina. Suo figlio Herbert, che aveva rassicurato la madre sull’arrivo degli aiuti, è stato costretto a lasciarla lì anche da morta.

 

Farò la brava, qui su questa sedia,
per il tempo che ci vuole, mi sventolo sotto il sole.
Chiedo a mio figlio, e lui mi dice solo aspetta.
Mi asciuga la fronte. È meglio, dice, se prendo sonno.
Mi fido di ogni sua parola. A Herbert, mio figlio
io credo se mi dice che l’aiuto è lì che viene.

Da tempo tutta ’sta gente che soffre viene
in questo posto. Ora nel terreno accanto alla mia sedia,
sudano alla mia ombra, non fanno che dire a mio figlio
non è forse un autobus quello? È il sole
che li inganna, splende troppo forte per il sonno,
e ci fa udire motori, ruote. Non ancora. Aspetta.

Gesù, c’è gente che implora la pioggia mentre aspetta,
scordando quel che la pioggia può fare. Quando viene,
rade al suolo la vita, ti sveglia dal sonno,
si mangia le strade, ti spazza dalla sedia
in cui sei stata. Meglio onorarlo, questo sole,
che splende e asciuga. Per amor del cielo, figlio,

stanno arrivando? Che uomo forte, mio figlio.
Posso solo credergli quando mi dice, Aspetta.
Solo un altro po’. Almeno ci fosse un albero che blocca il sole.
E noi si aspetta. Nessun bianco o nessun bus che viene,
guarda, però — lo vedi? Tirami via da questa sedia,
aiutami ad alzarmi. Non è tempo per il sonno,

perché, guarda cosa romba da ’sta parte. Nel sonno
te la perdi. Guarda là, dico a mio figlio,
ma non mi sente. Manca poco casco dalla sedia,
ma il fantasma nelle gambe mi dice: aspetta,
aspetta la salvezza che adesso viene.
e vedo il volto del Salvatore insieme al sole.

Non mi vede nessuno che corro verso il sole.
Gesù, pensano che sia andata e abbia preso sonno.
Non sentono che Viene.

Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Non c’è che una forza che mi fa lasciare mio figlio.
Ethel non aspetta, Herbert. Lo sa Dio che non aspetta.
Non piangere, figlio, non son più su quella sedia.

Se solo venissi con me nel viaggio, figlio,
hai visto il vecchio sole che mi ha tirato su dal sonno.
Non ho dovuto aspettare. Lo vedi com’è d’oro la mia sedia?

 

Traduzione di Andrea Sirotti

Grazie a Emilia Mirazchiyska per l’intermediazione letteraria

Mimi Khalvati


Eden

In this country, nature is green on green.
In mine, green grows out of ochre, fawn, dun –
what are the colours of dust? Caught between
fruit trees, what are they but shifts of the sun?

In this country, grass and tree are implicit
in each other, as in water. In mine,
dust and tree are awkward friends who elicit
only the same blessings at the same shrine.

But it’s dust that deepens shadows, the tree
that plays on colours watermarked by shade.
When shade is deep as water, roots drink deeply,
and drinking from the same pool, friends are made.

If only we were dust and tree. My children,
grown from my poor soil. I imagined Eden.

 

*

 

Eden

In questo paese la natura è verde su verde.
Nel mio, il verde spunta sull’ocra, sul fulvo, sul grigio –
quanti colori ha la polvere? Catturati tra
gli alberi da frutto, non sono che variazioni di sole.

In questo paese albero ed erba sono dati certi
come del resto l’acqua. Nel mio,
albero e polvere sono amici impacciati che solo
implorano la stessa benedizione a un unico tempio.

Ma è la polvere che rende scure le ombre, l’albero
che gioca sui colori filigranati dall’ombra.
Quando l’ombra è profonda come l’acqua, le radici bevono a fondo
e bevendo dalla stessa pozza, si fa amicizia.

Se solo fossimo noi albero e polvere. I miei figli,
nati dall’aridità del mio terreno. Immaginavo l’Eden.

 

(traduzione Andrea Sirotti)

Carol Ann Duffy

Carol-Anne-Duffy-

 

La signora Van Winkle

Sprofondai come un sasso
nelle acque fonde e stagnanti della mezza età,
con acciacchi da capo a piedi.

Mi buttai sul cibo.
Rinunciai a fare moto.
Mi face bene.

E mentre lui dormiva
mi trovai dei passatempi.
Dipinsi. Visitai ogni sognato monumento:

la torre di Pisa.
Le Piramidi. Il Taj Mahal.
Feci un piccolo acquerello di ognuno.

Ma la cosa migliore,
quello che batté di gran lunga tutto il resto
fu l’addio non troppo sofferto al sesso.

Fino al giorno in cui
tornai a casa col mio pastello del Niagara
e lui seduto sul letto agitava un tubetto di Viagra.

 

La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Michael Hofmann

Auden

but you would see faces that were worth a second look
GOTTFRIED BENN

It was another world, the world of turned collars and polished shoes,
Hairbrushes once a week laid facedown in what I thought was a specific
But was only a weak solution of shampoo in lukewarm water,
Jerseys were roughed up with a kind of knuckleduster of Sellotape,
Suitcases wore characterful labels and tags on their heavy, leather-effect cardboard

Who can imagine such a world not of cares, but of care,
Once we set ourselves to become unpressed, casualised, short-run, drip-dry,
Encased in thinking synthetics or flash suits, the human fiddler crab and his device
Emerging together from nail bars and tanning studios and whitening salons
Like so many gigolos, soccer managers, politicians, or molls,

Wearing our fewer, simpler, less restrictive garments more shabbily or dressily,
Having our manicures, our teeth whitened, our hair and beards repurposed
Every other day, owning either fewer things on they were let go to seed,
So intent on our personal grooming, we neglected impersonal grooming,
The care extended beyond ourselves, the aura of solicitude surrounding our appurtenance

The world of facecloths and napkin-rings and coal scuttles
And coir hall carpets and brass stair-rods and milk jugs and powered mustard
And shoe trees and tie racks and plumped down pillows and cufflinks and weskits and hats
And hardbound children’s books for our hardbound children
And malt vinegar and baking-soda to take off the worst of the dirt,

How careless, cheap, and profligate we have become,
We have stopped shaving against the grain and in cold water,
We didn’t eat or drink in the street in those days, flawed and freckled
An apple was taken for what it was, an undistinguished thing and a privilege,
Not chemistry at the top of its game, ester baby, breathing perfume and yet found fault with.

 

 

Auden

ma vedevi volti degni di una seconda occhiata
GOTTFRIED BENN

Era un altro mondo, mondo di baveri sollevati e scarpe lustre,
Spazzole per capelli messe una volta la settimana a testa in giù in ciò che io credevo specifico
Ma era solo una blanda soluzione di shampoo in acqua tiepida,
Maglie irruvidite con una specie di tirapugni di nastro adesivo,
Valige dai caratteristici portanomi e etichette sul pesante cartone effetto pelle

Chi si immagina un tal mondo non di preoccupazioni, ma di cura,
Una volta che ci apprestiamo a divenire non stirati, precari, breve termine, lava e indossa
Inglobati in pensieri sintetici o abiti accesi, l’umano granchio violinista e il suo strumento
Uscendo insieme da nail bar e solarium e sedute sbiancanti
Come tanti gigolò, manager del calcio, politici o puttanelle,

Indossando i nostri pochi, più semplici, meno rigidi indumenti in modo più trasandato o elegante,
Con le manicure, i denti sbiancati, barbe e capelli curati
A giorni alterni, possedendo meno cose o mandandole in malora,

Tanto intenti alla cura personale abbiamo trascurato la cura impersonale,
La cura estesa oltre noi stessi, l’aura di sollecitudine che circonda i nostri accessori,

Il mondo di asciugamani per il viso e porta tovaglioli e secchio del carbone
E tappeti d’ingresso in cocco e mancorrenti d’ottone e bricchi da latte e senape in polvere
E forme per le scarpe e portacravatte e cuscini sprimacciati gemelli e gilet e cappelli
E albi cartonati per i nostri bambini cartonati
E aceto di malto, bicarbonato di sodio per togliere lo sporco peggiore,

Come siamo diventati disattenti, ordinari e dissoluti,
Abbiamo smesso di raderci contropelo e in acqua fredda,
Non mangiavamo o bevevamo per strada a quei tempi, imperfetti e lentigginosi
Una mela era presa per quel che era, una cosa indistinguibile e un privilegio,
Non chimica al top della forma, un estere baby, respirando profumo e ancora trovando da ridire.

 

Trad. di Mia Lecomte e Andrea Sirotti
(da One Lark, One Horse, Faber&Faber, 2018)

 

Michael Hofmann (Friburgo, 1957) è un poeta e traduttore tedesco formatosi nel Regno Unito. È autore in inglese di due volumi di saggi e cinque raccolte poetiche, la più recente delle quali One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018). Tra le sue traduzioni: testi teatrali di Bertold Brecht e Patrick Süskind; poesie scelte di Durs Grünbein e Gottfried Benn; e romanzi e racconti, fra gli altri, di Franz Kafka, Joseph Roth, Peter Stamm, il padre Gert Hofmann, Thomas Bernhard.
Collabora regolarmente con la London Review of Books e la New York Review of Books, e insegna presso il dipartimento di inglese dell’Università della Florida.