Czeslaw Milosz

Prefazione

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.

 

Poesie (Adelphi, 1983), trad. it. Pietro Marchesani

Cristina Campo


Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

La tigre assenza (Adelphi, 1991)

Czesław Miłosz


La speranza c’è, quando uno crede
che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
e che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
son come un giardino, quando stai sulla soglia.

Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro.
Se guardassimo meglio e più saggiamente
un nuovo fiore ancora e più d’una stella
nel giardino del mondo scorgeremmo.

Taluni dicono che l’occhio ci inganna
e che non c’è nulla, sola apparenza.
Ma proprio questi non hanno speranza.
Pensano che appena l’uomo volta le spalle
il mondo intero dietro a lui più non sia,
come da mani di ladro portato via.

Poesie (Adelphi, 1983), a cura di P. Marchesani

Iosif Brodskij

Procida

Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco una stella.

 

Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. it. Giovanni Buttafava

Osip Mandel’štam

Ah, non vedo più nulla, il povero orecchio è sordo,
di tutti i colori mi resta il minio e la rauca ocra.

Ho cominciato a sognare le mattine armene: vediamo,
mi son detto, che fa la cinciallegra a Erivan’,

come si china il panettiere giocando a moscacieca
con il pane, e toglie dal forno l’umido lavaš.

Ah, Erivan’, Erivan’! È stato un uccello a disegnarti,
ti ha colorato il leone dell’astuccio coi pastelli?

Ho unto questa vita assurda come un mullah il suo corano,
ho raggelato il mio tempo, non ho versato caldo sangue.

Ah, Erivan’, Erivan’! Non mi serve più nulla,
non voglio la tua uva congelata!

 

Viaggio in Armenia (Adelphi, 1988), a cura di S. Vitale

Charles Simic

Viaggiare

Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio straccio
mi porta fuori all’alba.
Ci trasciniamo, curvi.

Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l’ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo, si aggrapperanno a noi.

Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?

 

da Hotel insonnia (Adelphi, 2002)

Nina Cassian


Se tu potessi vivere
le ore del tè, del caffè,
il tintinnio indolente delle tazze,
se potessi concepire le soavi ore ramate
nel pomeriggio di una vecchia famiglia di un secolo vecchio
che si è crogiolato in una memoria romantica,
se potessi non spaventarti quando
nella tazza colma di tè vedi il tuo volto
dalla fiamma dell’inferno intensamente illuminato.

 

C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (Adelphi, 2013), trad. it. A. N. Bernacchia

Adam Zagajewski


Lettera da un lettore

Troppo sulla morte,
sulle ombre.
Scrivi della vita,
di una giornata normale,
del desiderio di armonia.

Il campanello della scuola
può essere un modello
di moderazione,
persino di erudizione.

Troppo sulla morte,
un eccesso
di nero incanto.

Guarda,
popoli ammassati
in stadi stretti
cantano inni d’odio.

C’è troppa musica,
troppo poca concordia, pace,
saggezza.

Scrivi degli attimi in cui le passerelle dell’amicizia
paiono più durature
della disperazione.

Scrivi dell’amore,
delle lunghe serate,
delle albe,
degli alberi,
dell’infinita pazienza
della luce.

 

Dalla vita degli oggetti (Adelphi, 2002), a cura di Krystyna Jaworska

Charles Simic

Il mio ineludibile entourage

Non siamo mai stati presentati formalmente.
Non avevo idea di quanti fossero.
Era come un discreto entourage
di angeli e demoni nostrani
che avessi incontrato prima
e poi in gran parte dimenticato.

Nei momenti di pericolo si facevano vedere poco.
Dove sparivano tutti?
Una notte lo domandai a un criminale
che mi puntava un coltello alla gola,
ma anche lui era spaventato,
e mi lasciò andare senza una parola.

Sconcertante, agghiacciante
dover pensare alla propria solitudine,
come aprire un libro per bambini –
non avendo niente di meglio da fare –, leggere delle stelle,
che possono permettersi di impiegare secoli
per giungere fino a noi su un barbaglio di luce.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. Nicola Gardini