Adam Zagajewski


Refugees

Bent under burdens which sometimes
can be seen and sometimes can’t,
they trudge through mud or desert sands,
hunched, hungry,

silent men in heavy jackets,
dressed for all four seasons,
old women with crumpled faces,
clutching something – a child, the family
lamp, the last loaf of bread?

It could be Bosnia today,
Poland in September ’39, France
eight months later, Germany in ’45,
Somalia, Afghanistan, Egypt.

There’s always a wagon or at least a wheelbarrow
full of treasures (a quilt, a silver cup,
the fading scent of home),
a car out of gas marooned in a ditch,
a horse (soon left behind), snow, a lot of snow,
too much snow, too much sun, too much rain,

and always that special slouch
as if leaning toward another, better planet,
with less ambitious generals,
less snow, less wind, fewer cannons,
less History (alas, there’s no
such planet, just that slouch).

Shuffling their feet,
they move slowly, very slowly
toward the country of nowhere,
and the city of no one
on the river of never.

 

*

 

Rifugiati

Curvi sotto pesi che a volte
si vedono a volte no,
si trascinano tra fango o sabbie del deserto,
ingobbiti, affamati,

uomini silenziosi in giacche pesanti,
vestiti per le quattro stagioni,
donne vecchie con visi accartocciati,
stringono in mano – un bimbo, la lampada
di famiglia, l’ultima forma di pane?

Potrebbe essere la Bosnia oggi,
la Polonia nel settembre del ’39, la Francia
otto mesi dopo, la Germania nel ’45,
la Somalia, l’Afghanistan, l’Egitto.

C’è sempre un carro o almeno una carriola
piena di tesori (una coperta, una tazza d’argento,
un residuo sentore di casa),
un’auto a secco abbandonata in un fosso,
un cavallo (presto abbandonato), neve, molta neve,
troppa neve, troppo sole, troppa pioggia,

e sempre quell’andatura speciale,
quasi protesi verso un altro pianeta, migliore,
con generali meno ambiziosi,
meno neve, meno vento, meno cannoni
meno Storia (ma quel pianeta non
esiste, c’è solo l’andatura).

Trascinando i piedi,
si muovono lenti, molto lenti
verso la patria di nessun dove,
e la città di nessuno
sul fiume del mai.

 

© traduzione di Anna Aresi

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

 

Si arresta

Si arresta la città
la vita si fa quadro
è fragile come le piante di un erbaio
vai su una bicicletta che non
si muove, solo le case ruotano
lentamente, mostrando naso, fronte
e labbra prominenti. La sera si fa
quadro, non ha voglia di esistere
e per questo riluce come un lampione cinese
in un giardino silente. Resta immobile
il crepuscolo, è l’ultimo ormai. L’ultima
parola. Nella chioma degli alberi si nasconde
la felicità. Dentro le foglie dormono
i sovrani. Non c’è vento, la vela
gialla del sole resta immobile sui tetti
come la tenda abbandonata di Cesare.
Il dolore si fa quadro e la disperazione
è solo un quadro, incorniciato
nelle labbra di questo passante. Il mercato
tace nello scuro vogliamo d’ali
degli uccelli. C’è silenzio come a Jena,
dopo la battaglia, quando donne
innamorate guardano i volti dei caduti.

 

Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (Adelphi, 2012), a cura di K. Jaworski