Adam Zagajewski


La poesia è ricerca del fulgore.
La poesia è una strada regale,
che ci conduce nel punto più remoto, più in avanti, più ulteriore.
Cerchiamo il fulgore all’imbrunire, al culmine
imperante del giorno o nei cercanti comignoli dell’alba,
persino sull’autobus, a novembre,
quando poco più in là sonnecchia un vecchio prete.

Un cameriere in un ristorante cinese
scoppia a piangere e nessuno capisce il perché.
Chissà, forse anche questa è ricerca,
così come l’istante in riva al mare,
quell’istante in cui, all’orizzonte,
si manifestò un vascello desideroso di catturare,
e si sospese, fermò il proprio tempo per molto tempo.
Ma anche i momenti di profonda gioia

e gli innumerevoli momenti inquieti. Permettimi
di vedere, per poter poi aver visto, chiedo. Permettimi
di vivere fino al compimento il significato
o l’intenzione della mia durata, dico.
A sera cade una pioggia fredda.
Nelle strade e nei viali della mia città
col crepitio di un silenzio attivo e vivissimo
sotto le ceneri sta concentrata su un’opera l’oscurità.
La poesia è ricerca del fulgore.

Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte (Mondadori, 2020) trad. it. Marco Bruno

Adam Zagajewski

In prima persona plurale

A Julian Kornhauser

Indossiamo parole usate, enfasi e disperazione
corrose dalle labbra altrui,
camminiamo sulle botole dell’altrui spavento,
in un’enciclopedia scopriamo la vecchiaia,
di sera fingiamo che sia scoppiata la guerra,
conversiamo con Baczyński,
facciamo in fretta i bagagli,
ci ricordiamo dei poeti d’un tempo,
andiamo in stazione, condanniamo il fascismo,
e poi trionfalmente,
in uno scompartimento di prima classe,
in prima persona plurale,
diamo voce a tutta la nostra perspicacia,
come se non fossimo dotati
dell’orecchio assoluto per il silenzio.

 

Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019), a cura di V. Parisi

Adam Zagajewski


Refugees

Bent under burdens which sometimes
can be seen and sometimes can’t,
they trudge through mud or desert sands,
hunched, hungry,

silent men in heavy jackets,
dressed for all four seasons,
old women with crumpled faces,
clutching something – a child, the family
lamp, the last loaf of bread?

It could be Bosnia today,
Poland in September ’39, France
eight months later, Germany in ’45,
Somalia, Afghanistan, Egypt.

There’s always a wagon or at least a wheelbarrow
full of treasures (a quilt, a silver cup,
the fading scent of home),
a car out of gas marooned in a ditch,
a horse (soon left behind), snow, a lot of snow,
too much snow, too much sun, too much rain,

and always that special slouch
as if leaning toward another, better planet,
with less ambitious generals,
less snow, less wind, fewer cannons,
less History (alas, there’s no
such planet, just that slouch).

Shuffling their feet,
they move slowly, very slowly
toward the country of nowhere,
and the city of no one
on the river of never.

 

*

 

Rifugiati

Curvi sotto pesi che a volte
si vedono a volte no,
si trascinano tra fango o sabbie del deserto,
ingobbiti, affamati,

uomini silenziosi in giacche pesanti,
vestiti per le quattro stagioni,
donne vecchie con visi accartocciati,
stringono in mano – un bimbo, la lampada
di famiglia, l’ultima forma di pane?

Potrebbe essere la Bosnia oggi,
la Polonia nel settembre del ’39, la Francia
otto mesi dopo, la Germania nel ’45,
la Somalia, l’Afghanistan, l’Egitto.

C’è sempre un carro o almeno una carriola
piena di tesori (una coperta, una tazza d’argento,
un residuo sentore di casa),
un’auto a secco abbandonata in un fosso,
un cavallo (presto abbandonato), neve, molta neve,
troppa neve, troppo sole, troppa pioggia,

e sempre quell’andatura speciale,
quasi protesi verso un altro pianeta, migliore,
con generali meno ambiziosi,
meno neve, meno vento, meno cannoni
meno Storia (ma quel pianeta non
esiste, c’è solo l’andatura).

Trascinando i piedi,
si muovono lenti, molto lenti
verso la patria di nessun dove,
e la città di nessuno
sul fiume del mai.

 

© traduzione di Anna Aresi

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

 

Si arresta

Si arresta la città
la vita si fa quadro
è fragile come le piante di un erbaio
vai su una bicicletta che non
si muove, solo le case ruotano
lentamente, mostrando naso, fronte
e labbra prominenti. La sera si fa
quadro, non ha voglia di esistere
e per questo riluce come un lampione cinese
in un giardino silente. Resta immobile
il crepuscolo, è l’ultimo ormai. L’ultima
parola. Nella chioma degli alberi si nasconde
la felicità. Dentro le foglie dormono
i sovrani. Non c’è vento, la vela
gialla del sole resta immobile sui tetti
come la tenda abbandonata di Cesare.
Il dolore si fa quadro e la disperazione
è solo un quadro, incorniciato
nelle labbra di questo passante. Il mercato
tace nello scuro vogliamo d’ali
degli uccelli. C’è silenzio come a Jena,
dopo la battaglia, quando donne
innamorate guardano i volti dei caduti.

 

Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (Adelphi, 2012), a cura di K. Jaworski