Primo Levi


12 luglio 1980

Abbi pazienza, mia donna affaticata,
abbi pazienza per le cose del mondo,
per i tuoi compagni di viaggio, me compreso,
dal momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
per questo tuo compleanno rotondo.
Abbi pazienza, mia donna impaziente,
tu macinata, macerata, scorticata,
che tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
perché la carne nuda ti faccia più male.
Non è più tempo di vivere soli.
Accetta, per favore, questi 14 versi,
sono il mio modo ispido per dirti cara,
e che non starei al mondo senza di te.

Ad ora incerta (Garzanti, 1984)

Pierluigi Cappello


Interno giorno

Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.


Assetto di volo
(Crocetti, 2006)

Luca Alvino


Come potrebbe non avere amore

Secondo me la Chiesa si è sbagliata
dicendo che chi si toglie la vita
compie un peccato senza via d’uscita,
che la sua anima sarà dannata.

Quell’anima si è troppo disperata,
e non potrà di nuovo esser punita
anche dopo la triste dipartita:
dovrà per forza esser perdonata.

Di certo sarà accolta dal Signore
pietoso, con le braccia spalancate,
e finalmente avrà consolazione.

Come potrebbe non avere amore
dopo le sofferenze illimitate,
le lacrime, l’angoscia, la passione.

Inedito

Alejandro Jodorowsky


Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile

Di ciò di cui non si può parlare (Giunti Editore, 2006), trad. it. Antonio Bertoli

Mirkka Rekola

mirkka-rekola

Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.

Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.

Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.

 

Siedo in questo treno lungo un viaggio (Joker, 2016), trad. it. A. Parente

Erich Fried


È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore
È l’infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore.

È quel che è (Einaudi, 1988)

Nico Orengo

Amore che non va
è arrivato fino a qua.
È amore che non può,
è amore che fa no.
È ragazza un po’ lontana:
i capelli scuri, gli occhi di lana.
È ragazza sorridente,
ma non puoi darle niente.
(Luglio soffocava gli aromi
e i pensieri si facevano strani)
– Io ti telefono domani –
Mi dice che posso farlo
quando più voglio:
il fatto è che telefono a uno scoglio.
(Già Giugno aveva un brutto grugno
ma i pensieri non avevano mugugno)
C’era una foresta
e dentro tutta la gente in festa…
O anche: c’era una volta…
(Ma è proprio vero, l’hanno tolta)
Ti telefono di lontano
e tu ci sei ma metti giù
piano.

Collier per Margherita (Cooperativa Scrittori, 1977)

Matteo Finoglietti


Catarsi

Carta penna carta ti ho stretto,
sicura, odiosa e salvifica,
per darmi la quiete
che solo dà il sangue,
inchiostro cangiante
caldo che scivoli lento
dalla mia mano alla penna
(come ho potuto
dirti la sola pace dei sensi?)

Perché Lala finisse
il suo dolce canto di guerra
amarla ancora,
senza parole pesanti
sulle labbra le ho taciute
tra le mie mani, donate
alla penna sussurrate
alla carta

Ponila tu
la pausa statuaria
– parola muta e loquace –
e liberami dal peso,
il gigante sopito
sulle tue labbra

 

Inedito

Cecilia Meireles

cecilia meireles

 

Secondo motivo della rosa

Per quanto ti celebri, non mi ascolti,
sebbene per forma e madreperla tu sia simile
alla conchiglia sonante, al musicale orecchio
che registra il mare nelle intime volute.

Ti depongo in cristallo, davanti a specchi,
senza eco di caverne o di grotte…
Assenza e cecità assolute
offrì alle vespe e alle api,

e a chi ti adora, o sorda e silenziosa,
e cieca e bella e infinita rosa,
che in tempo e aroma e verso ti trasmuti!

Senza terra né stelle brilli, prigioniera
del mio sogno, insensibile alla bellezza
che sei e non conosci, perché non mi ascolti…

 

da Elogio della rosa (Einaudi, 2002), a cura di C. Poma