Frank O’Hara

On Rachmaninoff’s birthday

Blue windows, blue rooftops
and the blue light of the rain,
these contiguous phrases of Rachmaninoff
pouring into my enormous ears
and the tears falling into my blindness

for without him I do not play,
especially in the afternoon
on the day of his birthday. Good
fortune, you would have been
my teacher and I your only pupil

and I would always play again.
Secrets of Liszt and Scriabin
whispered to me over the keyboard
on unsunny afternoons! and growing
still in my stormy heart.

Only my eyes would be blue as I played
and you rapped my knuckles,
dearest father of all the Russians,
placing my fingers tenderly upon your cold, tired eyes.

Meditations in an Emergency, 1957 (Grove Press)

 

*

 

Sul compleanno di Rachmaninoff

Blu le finestre, blu i tetti,
e blu la luce della pioggia,
queste frasi di Rachmaninoff legate
scrosciano nelle mie orecchie enormi
e le lacrime cadono sulla mia cecità

perché senza di lui io non suono,
soprattutto il pomeriggio
il giorno del suo compleanno.
Che fortuna, saresti stato
il mio maestro e io il tuo unico
allievo

e avrei sempre suonato ancora.
I segreti di Liszt e Scriabin
sussurrati oltre la tastiera
nei pomeriggi grigi! crescono
ancora nel mio cuore in tempesta.

Solo i miei occhi
sarebbero stati tristi mentre suonavo
e tu mi picchiettavi le nocche,
padre più caro fra i russi,
sistemandomi le dita con tenerezza
sui tuoi occhi freddi e stanchi.

Traduzione di Lucia Brandoli

Antonio Porta


Per diventare albero
fa uscire le gemme dal muschio
occorre un terreno più morbido e cauto
e senza veleni. Per questo,
compagno che ascolti, conserva
queste parole, segnali del dove
del come dalla morte che incrosta
ci libera la pioggia che increspa.
È solo il senso che affermo:
ha forma di albero informe,
un melo, un arancio più scuro.
Io sono una ragazza di lucida scorza
di foglie che annusano il seme
che bevo.
Non ho né principio né fine
ch’io possa vedere o palpare,
mi puoi annusare, odorare,
svanire.

 

Yellow (Mondadori, 2002)

Giuliano Gramigna


La fulgurante I

in fondo trafugata
in granai-smemorie disgregatisi
per liquefazione de cerèbro
(così squisito dicono e poetico!);
già un crebro pulsare
di microidee affluendo vive
correnti di colpi vitali – frantumi o ciarpame
trovarobato; in che ambulacro
i lapilli del cervello “che fu sì vivo”
(un pulsare emetteva
radiazioni messaggi millenari);
dove si sarà depositata quell’ombra nulla
mobilia scranna bibelot di famiglia
mentale: ciò che non fui e non scrissi;
epperò eredità dell’Altro
motto siderante enunciato olim
e per sempre
la fulgurante console

 

Quello che resta (Mondadori, 2003)

Annamaria Ferramosca

a Giulio Regeni

seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza

sui bordi del deserto
il sibilo incoerente della sabbia
e frammenti nella stanza un libro
l’impronta del capo sul cuscino

le tempie assopite in braccio alla madre
un barlume di vero riordinerà il caos?
la terra ti sarà senza conforto?

domani
costruiremo forse ripari
su altri pianeti lontano da quell’uomo
che là striscia feroce


Andare per salti
(Arcipelago Itaca, 2017)

Foto di Dino Ignani

Nika Turbina


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

 

Sono pesi queste mie parole (Via del vento, 2008), a cura di F. Federici

Gabriel Ferrater


Il mutilato

Io so che non lo ami.
Non lo dire a nessuno.
Tutti e tre, se tu ci aiuti,
serberemo il segreto.
Che nessuno veda più
quel che abbiamo visto io e te.
Dalla gente e dalle cose
che vi sono state amiche,
lui si nasconderà.
Non tornerà al caffè
che è fatto per attenderti.
Verranno mesi con la erre:
starà lontano dai tavoli
di marmo, dove vi servirono
ostriche e vino bianco.
Nei giorni di pioggia
non guarderà l’asfalto
dove vi eravate visti
quando non si trovavano taxi
e dovevate rientrare a piedi.
Non aprirà più i libri
che hanno parlato di te:
ignorerà cosa dicono
quando non parlano di te.
E soprattutto, ci puoi
contare, né tu né io
sapremo mai più dov’è.
Andrà confinandosi
in remoti fondali di terre.
Camminerà per boschi
oscuri. Non lo sorprenderà
la zagaglia di luce
della nostra memoria.
E quando sarà tanto lontano
che ormai lo crederemo morto,
potremo ricordare e dire
che non lo amavi.
Non ci inquieterà affatto
vedere come gli manchi.
Sarà come uno spettro
senza vita né pena.
Come la fotografia macabra
di una Gueule Cassée,
che decora una vetrina
e non ci fa nessun effetto.
Per ora, non diciamo nulla:
non turbiamo la gente
mostrando loro la ferita
sanguinante e purulenta.
Diamogli tempo e oblio.
Taciamo, finché nessuno,
neanch’io, possa ancora
confonderlo con me.

 

Curriculum vitae. Poesie 1960-1968 (Metauro Edizioni, 2010)

Gabriella Sica


Tu io e Pagliarani come un tempo

Non t’è passata certo di una cena
la voglia qui da me
ti piace la casa lo so e il quartiere
vivrai ora d’aria d’accordo
avrai altri pensieri
forse meno desideri conviviali
ci si poteva anche pensare per tempo
quando con agio si poteva è vero
farne una noi tre insieme di cena
potremmo ancora come un tempo
non conta quanto ne sia passato
salterà l’invitato di gioia
con nuovo bel fiato nel corpo
su su non sempre si muore
proviamo con la poesia proviamo
la dolce cena noi tre insieme
la cambiamo questa morte in vita
su su in alto i nostri cuori su più su
voi che ascoltate i bei respiri
degli amici felici e più che vivi
con noi vi prego rimanete con noi
beati gli invitati a questa cena
sognatori di una più bella mensa
tu io e Pagliarani come un tempo.

 

Tu io e Montale a cena (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Ermanno Krumm

È tutto così semplice, così comodo:
un garage, una discesa e degli alberi,
la pioggia è venuta ieri
e c’è ancora temporale nell’aria
e mille parti d’albero che respirano
e l’erba che brilla sul mio capo

lo sento qui nel trionfo degli animali
nell’ossigeno nei polmoni nella pelle
che respira come un pesce nell’acqua,
sento il motore di un auto,
e piano piano là fuori
assieme ai rumori, alle cose che sono lì:

e chissà che andarsene non sia così,
mi piacerebbe fosse più benevolo
e meno buio.


Animali e uomini
(Einaudi, 2003)

Paolo Febbraro


Venezia

Avevano tentato coi palloni,
l’avevano appesa a enormi tiranti,
provato a sostenerla
con sgraziate strutture d’acciaio.
Ma nulla, Venezia affondava,
più niente da fare,
Venezia affogava
nel mare melmoso,
piccola, rattrappita,
sommersa da un peso più grande di sé.
Più radi si fecero
lo scalpiccìo dei passanti,
il tramenìo dei turisti,
i traffici, i commerci.
Già i banchi nuotavano,
il mare lavava i marmi,
lambiva gli affreschi
e in un giorno di nuvole e piogge
Venezia fu lasciata anche dagli ultimi,
fu lasciata vuota e sola.
Nessuno calcò più le calli,
il mare nei campi
si fece silenzioso lago.
E al venir della notte,
quando nemmeno la luna
volle in lei più specchiarsi,
come svegliandosi, senza fatica,
Venezia si volse
verso la sua laguna
e senza il più piccolo scricchiolìo
si tolse all’abbraccio del mare
e volò via,
schivò i satelliti-spia,
piegò verso Sirio
poi a destra
in pochi secondi
scomparve alla vista.

Elenco di cose reali (Valigie Rosse, 2018)

Foto di Dino Ignani

José Hierro


Otoño

Otoño de manos de oro.
Cenizas de oro tus manos dejaron caer al camino.
Ya vuelves a andar por los viejos paisajes desiertos.
Ceñido tu cuerpo por todos los vientos de todos los
siglos.

Otoño, de manos de oro:
con el canto del mar retumbando en tu pecho infinito,
sin espigas ni espinas que puedan herir la mañana,
con el alba que moja su cielo en las flores del vino,
para dar alegría al que sabe que vive
de nuevo has venido.
Con el humo y el viento y el canto y la ola temblando
en tu gran corazón encendido.

(da Alegría, 1947)

 

*

 

Autunno

Autunno dalle mani d’oro.
Ceneri d’oro le tue mani lasciarono cadere sulla strada.
Già ritorni a camminare per i vecchi paesaggi deserti.
Stretto il tuo corpo per tutti i venti di tutti i
secoli.

Autunno, dalle mani d’oro:
con il canto del mare che rimbomba nel tuo petto infinito,
senza spighe né spine che possano ferire il mattino
con l’alba che bagna il suo cielo nei fiori del vino,
per dare allegria a chi sa che vive
di nuovo sei venuto.
Con il fumo e il vento e il canto e l’onda tremante
nel tuo grande cuore acceso.

 

Traduzione di Francesco Accattoli