Fabrizio Cavallaro


C’è un tempo per l’amore giovane,
un corso di fiume che s’impenna
al limitare della foce, poi rientra
nel letto di ogni insonnia plausibile
ogni ritorno al batticuore primario,
il tempo in cui l’adolescenza rimane
strascico appeso alla corsa
velo bianco di sposa che si sporca,
dopo si osserva la scia di cometa
con occhi spalancati e pazienti.

 

Estività (Ensemble, 2018)

Carol Ann Duffy

Anne Hathaway

Il letto in cui ci amavamo era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
in cui lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amore
erano una pioggia di stelle cadenti come baci
su queste labbra; il mio corpo faceva col suo ora una rima
più dolce, ora un’eco, un’assonanza; il suo tocco
era un verbo che danzava in mezzo a un nome.
Certe notti sognavo che mi aveva scritto, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Romanzo
e dramma recitati da odore, gusto, tatto.
Nell’altro letto, il migliore, sonnecchiavano gli ospiti,
sbavando la loro prosa. Vive l’amore mio, ride –
lo tengo della mia testa di vedova nel forziere
come lui teneva me in quel letto, non il migliore.

 

La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), traduzione e cura di Andrea Sirotti e Giorgia Sensi.

Pablo García Baena


Autunno a Malaga

Ospite leggero l’autunno arriva
silenzioso fino a Malaga. Io prego
per le sue bende benefiche di pioggia
che fasciano il dolce cuore malandato
dell’estate e della sua carne. Bacio fiamme
nelle morenti foglie del ricordo.
Addio, fredda piazzetta. Sulla panchina
distende ottobre stracci verdastri.
Cadono frutti e uccelli. La nebbia
cicatrizza i baci.

Rumore occulto. Poesie 1946-2006 (Passigli, 2018), trad. di Alessandro Mistrorigo

Franco Buffoni


Giornale deca croissant

Ragionano, blandiscono, promettono
Con fare complice e bonario:
Si permettono. Il capolavoro forse è proprio
Diventare vecchi e non adulti
Aspettando mezzogiorno al caffè,
Giornale deca croissant
Defunto lo sguardo.
Di quando il vecchio preside mi disse
Non aveva mai avuto un amico
Con cui confrontarsi, sempre frenato
Dal timore che la sua autorità
Potesse produrre favoritismi.
Ma ora con la pensione
Si sentiva più sicuro,
Poteva darmi del tu.

 

La linea del cielo (Garzanti, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Mariella Mehr


Non c’era mare ai nostri piedi
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi spazzare via noi posteri dalla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Sono leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

Per tutti i Roma, Sinti e Jenische
per tutte le ebree e gli ebrei
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani

 

Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi, 2014)

Michele De Virgilio


Certe persone passano
veloci come meteore
nella vita: ci salutano, ci sorridono,
ci offrono
da bere, ci comprano
un vestito. Poi
se ne vanno.

E quando se ne vanno
si passa il tempo
restante a domandarsi chi erano.
I loro sguardi ci rimangono dentro
attaccati come polaroid celesti
che aivoglia a scartavetrarsi l’anima,
non se ne vengono.

Ci rimane il ricordo soltanto
e un sorriso vestito di bianco
che si confonde con le onde
del mare la sera.

 

Tutte le luci accese (Ladolfi, 2018)

Anne Sexton


Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta a carponi tutto il giorno
A strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c’entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.

 

Rivista “Poesia” (n. 90, dicembre 1995), traduzione di Rosaria Lo Russo

Pierre Reverdy


Colui che attende

E davvero l’autunno che ritorna
e si inizia a cantare
Ma nessuno
ci tiene
più di me
io sarò l’ultimo
Ma non è così triste
come avevano detto
questa stagione pallida
Un po’ più di malinconia
Per darvi ragione

Il fumo interroga
Sarà lui oppure tu
a tesserne l’elogio
prima che arrivi il freddo
E aspetto
L’ultima luce
che sale nella notte
Ma la terra discende
E non tutto è finito
Un’ala la sostiene
Per tutto questo tempo
In fin dei conti io verrò con te
A chiudere la porta
Se tira troppo vento

 

La maggior parte del tempo (Guanda, 1966) a cura di Franco Cavallo

Fabrizio Falconi


sto ad un certo punto del sonno
tra sonno e veglia
ad aspettarti e puntualmente arrivi
a sbarrare la porta,
non vuoi tenermi e non vuoi
lasciarmi andare, senza dire
e senza tacere, come un sibilo
di vento trattenuto dalle onde
tutto è lucente e spazioso
ma non appare nulla di atteso,
copro la testa col cuscino
spingendo via il resto di te
che rimane e resto indeciso
se entrare, resto in bilico
come un geranio sul balcone
come una vela prima dell’orizzonte,
nessuno mi ha avvertito
che avrei solamente sognato
avrei solamente dormito
avrei vegliato
come solo gli insonni e i morti
possono fare.

 

Nessun pensiero conosce l’amore (Interno Poesia, 2018)

Carlo Emilio Gadda


Autunno

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

 

Rivista Solaria (3 marzo 1932)