Fatos Arapi


Si S’të Desha Pak Më Shumë

Unë e desha përtej vdekjes,
Ashtu dashurova unë
Edhe prap s’ia fal dot vetes:
S’i s’e desha pak më shumë…
Pak më shumë ku shpirti thyhet,
T’i them ndarjes: – Prit, ca pak…
Të gënjejmë mallin që s’shuhet,
Kujtimin të gënjejmë pak.
Përtej vdekjes, përtej botëve,
Atje ku nis “ca pak” tjetër,-
Asaj që më rri mes Zotave:
“Si s’të desha pak më tepër…”.

 

*

 

Come ho fatto a non amarti un po’ più forte

Eppure l’ho amata molto oltre la morte,
solo così, io riuscivo ad amarla,
e comunque non posso perdonarmi
di non averla amata un po’ più forte.
Un po’ più forte dove l’anima si frattura,
chiederò: “un poco, ancora” a quanto ci separa,
per ingannare la nostalgia che non cede,
i ricordi insieme, inganneremo, per poco.
Oltre la morte, oltre tutti gli universi,
là dove inizia un altro “ancora un poco”
per te sola, che siedi in mezzo agli déi:
come ho fatto a non amarti un po’ più forte.

 

Traduzione di Julian Zhara

André Breton


Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già piú
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

 

Poesie (Einaudi, 1967) trad. it. G. Falzoni

Giuseppe Piccoli


Ah, la cara bocca baciata:
appena fu toccata apparve il suo viso
e nelle mani fu stretto un ricordarsi
e la lingua parlò che bello è il sorriso
sorpreso negli occhi. Nuova vita allora
mi coglie se vesto il mio corpo di foglie
per apparirti come albero in primavera.
La sera è tenue quando ti abbraccio
e l’andare si fa più breve
se pur solitario ripenso a quanto di baci
offriva la nostra comunione di allora
e nello specchio quelle figure mostrano
di nuovo il nostro inverno di ora
che cogliamo un poco d’eterno
del grembo dell’essere quaggiù
sperduti e quasi irrisi
e si scopre pace alla finestra illuminata
prima scordata che scrivevo versi di male.

Chiusa poesia della chiusa porta (Bertani, 1987)

Vittorio Sereni


Le sei del mattino

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

 

Poesie e prose (Mondadori, 2013)

Antonio Lanza


Il lavoro che sta per iniziare l’inizio
del lavoro il lavoro che sta per finire
la fine del lavoro tutto qui è predefinito
da voci registrate tutto qui è finalizzato
a che siano in sincrono tutte le attività
ed è di donna gentile la voce che annuncia
l’apertura del centro che augura piacevole
permanenza a chi lo frequenta che dispensa
calorosi buon lavoro a chi vi passa le ore
ed è d’uomo di polso l’attitudine al comando
di uomo cui per istinto si concede ubbidienza
la voce che invita a guadagnare le uscite
la voce che ringrazia per la fiducia accordata.

 

Suite Etnapolis (Interlinea, 2019)

John Taylor

quick crests
waves in the twilight

lines
scribbled
with water
on water

ever less lit

 

now and then
darker speckled shadows
on the shadow of night

ever less lit

 

***

 

rapide creste
onde nel crepuscolo

versi
scarabocchiati
con l’acqua
sull’acqua

sempre meno luminosa

 

di tanto in tanto
chiazze d’ombra più scure
sull’ombra notturna

sempre meno luminosa

 

 

Oblò / Portholes (Pietre vive, 2019), traduzione di Marco Morello

Hilde Domin


Le vie più difficili

Le vie più difficili
vengono percorse da soli,
la delusione, la perdita,
il sacrificio,
sono soli.
Persino il morto che risponde a ogni richiamo
e che non si nega a nessuna richiesta
non ci soccorre
e osserva
se noi non cediamo.
Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sento solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Prendi in mano una candela
come nelle catacombe,
la piccola luce respira appena.
E tuttavia, quando hai camminato a lungo,
il miracolo non tarda,
perché il miracolo sempre accade,
e perché senza grazia
non possiamo vivere:
la candela brilla per il respiro libero del giorno
tu la spegni sorridendo
quando appari nel sole
e tra i giardini che fioriscono
la città è davanti a te,
e nella tua casa
la tavola è apparecchiata di bianco.
E i vivi che perderemo
e i morti che non possiamo perdere
spezzano per te il pane e ti porgono il vino –
e tu senti di nuovo la loro voce
vicinissima
al tuo cuore.

 

Rivista Poesia, N° 259, aprile 2011, traduzione di Daniela Maurizi

Maria Grazia Calandrone


tutta la vita è stata un esercizio per tornare
al tuo corpo
caldo come la terra

eppure scrivo della solitudine

di cocci d’osso
in conche di sabbia
scavate
con gli occhi delle scimmie che cercano riparo

corpi come scodelle rovesciate
i catini del cranio colmi di cielo

Giardino della gioia (Mondadori, 2019)

Foto di Dino Ignani

Ermanno Krumm


È tutto così semplice, così comodo:
un garage, una discesa e degli alberi,
la pioggia è venuta ieri
e c’è ancora temporale nell’aria
e mille parti d’albero che respirano
e l’erba che brilla sul mio capo

lo senti qui nel trionfo degli animali
nell’ossigeno nei polmoni nella pelle
che respira come un pesce nell’acqua,
sento il motore di un auto,
e piano piano passo là fuori
assieme ai rumori, alle cose che sono lì:

e chissà che andarsene non sia così
mi piacerebbe fosse più benevolo
e meno buio.

 

Animali e uomini (Einaudi, 2003)

Maurizio Rossato


Ti amo
quando mangi dal mio piatto
quando non rispondi e resti pensierosa,
amo la tua espressione imbronciata
quando dico qualcosa di sbagliato,
i tuoi occhi spalancati
quando, forse,
ho detto la cosa giusta.
Ti amo al risveglio,
spettinata, persa in quella bellezza
che solo io possiedo
e che il mondo non conoscerà mai.
Amo quando mi chiami
perché è sempre nel momento sbagliato.
Mi piace spiarti,
mentre cucini
o scegli la frutta,
mentre apri la finestra
o stendi il bucato.
Amo il tuo profumo,
sai di casa.
Amo sentire
il suono dei tuoi piedi scalzi
mentre ti avvicini.
Amo il tuo corpo,
rifugio, riparo, riposo.

 

Inedito