Il libro
«Esce finalmente tutta l’opera di Giovanna Sicari, una delle voci più autentiche, originali e inconfondibili del nostro tempo. Dopo il volume del 2006 di Empiria, ormai esaurito, ecco i versi che Giovanna ha pubblicato nella sua vita troppo breve, con l’aggiunta di alcuni preziosi inediti, tutti quelli che ho trovato tra le sue carte e i suoi diari. Merito della valente studiosa Sara Vergari, che a questi versi ha dedicato anni di lavoro. E merito dell’editore Andrea Cati, che ha voluto con forza queste pagine. Pagine in cui appare luminoso il talento di un’autrice che alla poesia ha consacrato la sua intera vita, con una fedeltà quotidiana e nello stesso tempo assoluta: alla poesia Giovanna chiedeva tutto; e un poeta si giudica proprio dalla grandezza e dall’urgenza della sua domanda. Un ringraziamento infine a voi che leggete e iniziate il vostro cammino nelle parole di questo libro.» Milo De Angelis
L’autrice
Giovanna Sicari (Taranto, 1954 – Roma, 2003) è stata una delle voci poetiche più intense del secondo Novecento. Trasferitasi a Roma nel 1962, si laurea in lettere all’Università “La Sapienza” con una tesi su Officina e Il Politecnico. Esordisce nel 1982 sulla rivista Le Porte e pubblica poesie su Alfabeta, Linea d’Ombra, Nuovi Argomenti, tra le altre. Il suo primo libro, Decisioni, esce nel 1986. Insegna per dodici anni nel carcere di Rebibbia e fa parte della redazione di Arsenale. Nel 1990 sposa Milo De Angelis, con cui avrà un figlio. La sua opera poetica, segnata da una tensione civile e visionaria, è attraversata dall’esperienza della malattia, comparsa nel 1997. Nel 1999 partecipa al congresso della IPSA a New York. Si trasferisce a Milano nel 2002, ma nell’estate 2003 torna a Roma. Muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. Poco prima, riceve in dono la prima copia della sua ultima raccolta, Epoca immobile.
Potrei chiedere alla sibilla
di una sera tenera e infantile
quando dolce bolle l’acqua
del pozzo ma la sibilla
sono io, allora dico tutto,
delle sevizie e degli abbandoni,
di lettere infelici e infami
interi repertori di silenzi e biglie
quando i parenti erano l’autorità
e amavo ogni forestiero.
La maga dice: la legge incombe
la legge vuole, domani ti darà
la sua acqua. Cammino
in diagonale, ho mire e tuffi,
– dammi la forza, dammi il bene –
Il mare è tempesta pura,
i mendicanti sono fermi
sulla spiaggia di Sperlonga
tappeti e spalle curvi, ogni
cellula è lontana da quella
madre che tortura, ogni famiglia
è ferma in quella legge speciale
della fortuna, della scintilla
del lungomare, della cellula
che si ripete.
*
Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
Saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.
*
Ma che nessuno sappia dei mendicanti che tagliano la strada
quelli del principe felice, hanno occhi
solo per bambini e sanno del bene, del male
due entità pigre e deformi entrambe
con cuore di ferro, baracca e grattacielo
con questa ancora bambina viva il giorno di S. Valentino.
Lei, Luisa Vezzari, quella ragazza di Milano che amava i poeti.
È così cieco il bene così tremendo il male
fra l’attimo prima e quello dopo nella voce che annuncia:
voce telefonica, foto di madonnina incarnata in un punto
dove non ci sono che lacrime, lucide tane cupe.









