Il libro
La collana «Interno Classici» ospita una selezione di sonetti tratti dalle Rime di Giovanni Boccaccio. La scelta dei componimenti tiene conto dell’apparizione più o meno sotterranea di Fiammetta, la ninfa-Musa ispiratrice del poeta. Si raccolgono in questo lavoro curato da Lucia Dell’Aia alcune tracce di questa esperienza fiammante, tenendo conto di fornire ai versi scelti una maggiore leggibilità per abbandonarsi alla narrazione amorosa, pur nella consapevolezza che Fiammetta altro non è che un fantasma poetico boccacciano. La sensuale e carnale ninfa che si incontra nelle Rime, soprattutto in quelle di ambientazione partenopea, fra le più originali della tradizione amorosa italiana, è per antonomasia l’oggetto d’amore della poesia. Si rivelerà in tanti atteggiamenti e in tante situazioni: in vita e in morte, innamorata e ostile, concreta ed eterea, dolce e aspra, in barchetta o alla finestra, a Baia o a Napoli.
L’autore
Giovanni Boccaccio (1313-1375) è uno dei più eminenti scrittori in lingua italiana. Fervido sperimentatore dei più vari generi letterari, è autore supremamente riconosciuto per la sua raccolta di novelle (il Decameron). Di famiglia fiorentina, ha ricevuto la sua formazione giovanile nell’amatissima città di Napoli, il cui ricordo è sempre rimasto vivo nelle sue opere. Ad un mitico amore giovanile, vissuto forse negli anni in cui è stato accolto presso la corte napoletana di re Roberto d’Angiò, è con ogni probabilità ispirata la figura metamorfica dell’amata musa ispiratrice, Fiammetta, che compare in molte sue opere in versi e in prosa. Instancabile lettore appassionato dei classici del mondo antico e curioso cultore di rarità letterarie, è, insieme all’amico Petrarca, mediatore di una nuova sensibilità verso gli studi umanistici. A lui dobbiamo il primo recupero e la prima fortuna di Dante come poeta sommo e massimo. Espertissimo conoscitore di miti, ha consegnato nelle sue opere intense immaginazioni, coltivando quella vivificante poesia che ha avuto come esclusiva passione di vita.
Quella splendida fiamma, il cui fulgore
m’aperse prima l’amorosa via,
m’incende sì, qualor l’anima mia
vola colà dove la chiama Amore,
che ‘l troppo lume el debile valore
degli occhi abbaglia sì, che la si svia
dal debito sentier, e dove sia
né sa, né vede, d’ogni ragion fuore.
E mentre così erra tremebonda,
fa di me rider chi allor mi vede,
e tal fiata alcun muove a pietate.
Laonde segue che ‘l desio, ch’abbonda,
discuovre ciò che nasconder si crede
la disviata fuor di libertate.
*
Com’io vi veggo, bella donna e cara,
così mi sento per gli occhi passare
una soavità, la qual mi pare
che del cor cacci ogni passione amara,
e pongavi un desio, el qual rischiara
ogni pensier turbato e che stimare
mi fa voi di bellezza trapassare
al mond’ogn’altra, sola, unica e cara.
E quivi lodo la fortuna mia
ed Amor che a voi mi fé subbietto,
come m’apparve la vostra figura.
Né più oltre la mia mente desia,
che di poter con onestà diletto
prestar a così bella creatura.
*
Grifon, lupi, leon, bisce e serpenti,
draghi, leopardi, tigri, orsi e cinghiari,
disfrenati cavai, tori armentari,
rabbiosi can, tempeste discendenti
folgori, tuoni, impetuosi venti,
ruine, incendi, scherani e corsari,
discorridori armati e sagittari
soglion fuggir le paurose genti:
ma io, che non son tal, perché discerno
com’orribil fuggirmi a chi non torna,
fuggita, se non vede dipartirme?
forse son io el diavol dell’inferno?
e crederrel s’io avessi le corna,
poiché così a costei veggio fuggirme!









