Il libro, l’autrice
In questo nuovo libro, Mariella Cerutti Marocco attraversa la sua attività di poeta, fin qui apparsa in tre rilevanti uscite mondadoriane: Nuvole di nulla (2003), La verità del dubbio (2008) e La devozione e lo smarrimento (2012). Cerutti Marocco riprende quella sua trilogia e da lì compone un mosaico del tutto nuovo fatto di poesie scelte e ripensate profondamente, con grande attenzione e consapevolezza. Ne viene così un’auto-antologia allestita per capitoli tematici, in cui però trovano posto anche testi inediti o apparsi fuori dalla trilogia, come è il caso dell’intenso intervallo poetico compreso nella raccolta di racconti Il dono inatteso, pubblicato da SEM nel 2021, dove sempre gioca un ruolo decisivo la relazione tra l’io lirico che accoglie il lettore e gli accidentati territori della memoria. Mariella Cerutti Marocco è anche autrice di un romanzo Fratelli allo specchio (Mondadori 2018) e presiede l’importante premio letterario biennale “Cetona Verde Poesia”.
Dalla postfazione di Vivian Lamarque
«Sedevi tra i passeggeri
composta e silenziosa.»
Di colori e toni delicati sfumati come questi suoi versi, ricordo Mariella Cerutti Marocco, che ho conosciuto prima della sua scrittura, delle sue poesie, dei suoi romanzi. L’ho conosciuta nel bel borgo toscano di Cetona (cui è dedicata un’intensa sezione del libro), borgo anch’esso di un’armonia discreta, dove ricordo che un pomeriggio, verso sera, mi apparve a un tratto l’ombra di Guido Ceronetti. Camminavano tutti e due rasenti un muro, l’uomo e la sua ombra, parevano un tutt’uno. Il giorno dopo, in una stradina, qualcuno mi indicò «quella è la sua finestra», la luce era protetta da imposte socchiuse. Se ricordo ora tutto questo è perché in queste poesie sono avvertibili quella mezza luce, quelle ombre, un simil-sottovoce rassicurante che pare appunto proteggerle.Al tempo stesso i versi sono però attraversati qua e là da altro, come se sempre quel Ceronetti fosse di passaggio, o come accade quando la più luminosa delle persone a un tratto con nostro stupore si rabbuia, ci si sottrae («nella notte di giugno. / Il vento ha spento la mia candela») […]
Questo dolore è una serpe sottile
che velenosa si annida nel mio cuore.
Io non la sento, il suo morso è improvviso
e porta uno spasmo senza rimedio.
I nostri giorni erano lieti, il tuo sguardo
rapido e affettuoso, la tua voce calma
mi confortava nell’oscurità.
Mi hai dedicato la vita e io
sono stata degna di te?
*
Se verrai, sarò lì ad aspettarti, sotto il tiglio
che il vento scuote lieve. Siederai
lontano da me, attento
come sempre a non sfiorarmi, fisserai
i miei occhi ed il mio corpo con lo sguardo
di calma indifferenza che conosco, poi
ti avvicinerai e con voce bassa e suadente
mi dirai: “L’abbiamo fatto altre volte, ricordi?”
Io sarò inerme, ti sorriderò
senza parlare, il fruscio delle fronde
sarà l’unica voce tra noi. Ma verrà infine
l’oscurità ed io aprirò per te le porte
della notte.
*
La rivedo bambina, soffocata
in quel cappotto pesante,
carta da zucchero, aperto
sul grembiule nero di scuola
in una dolce giornata di fine
inverno. Anche la maestra
sembrava sciogliersi un poco
tra quei fiori gialli, “le scarpette
della Madonna”, in un languore
strano.








