“I Corpi Santi” esplora il legame tra esperienza del singolo e processi collettivi. Istituiti a fine ’700 e annessi alla città di Milano dopo l’Unità d’Italia, i Corpi Santi riunivano la fascia agricola intorno a Milano. Inglobati dalla metropoli, oggi ne costituiscono i punti nevralgici e gli snodi verso le periferie. Partendo da questo spunto, l’esordio poetico di Giuseppe Cavaleri, pubblicato in quanto vincitrice del premio “Ritratti di Poesia. Si stampi”, edizione 2024, si snoda lungo un sentiero organico che vuole restituire voce e presenza alla polifonia di corpi esclusi ed emarginati dalle narrazioni ufficiali. Suddivisa in tre sezioni la raccolta si snoda lungo tre diverse unicità spaziali e temporali: dal coacervo di vite e incontri di Milano, passando per la Catania bruciata dai ricordi dell’infanzia, fino alle cave della Necropoli di Pantalica abitate sin dai tempi dell’Età del bronzo. Testimonianza mai consolatoria della nuda vita e rielaborazione memoriale si intrecciano così in distesi canti narrativi, portando alla luce la pluralità di storie all’interno di una Storia, che non è mai unica, monolitica, ma si forma sempre dall’incrocio tra micro e macro, tra avvenimenti epocali e percorsi individuali.
La linea 93 dell’ATM Milano unisce Corvetto, Milano Sud, e Lambrate, un tempo comune a sé, adesso estremità est della città.
Nel tragitto riqualificazione e degrado si alternano al cielo.
A Corvetto due signore polacche
parlano e l’alba cresce tra le mani.
Non c’è per loro troppo freddo, anzi
le rivedi che tornano bambine,
con il bianco che entra negli occhi
e non altro che la neve per mesi.
In via Celoria sale una coppia.
Sbronzi, sono un riflesso che si scinde,
sbatte e si compone su un cartellone
dove un tizio salta su ali di carta,
circondato da un neon bianco che dice:
“They believe in rock! And you?”
La 93 è una ferita che raccoglie
la fame che taglia tutta Milano.
Nei minuti incerti tra buio e luce
i contorni sfumano e lo spazio
si fa una giostra di vite che migra
e prende la consistenza della luce,
che trema sugli oggetti e poi scompare.
Così nei viali uguali di Milano
appaiono figure incredibili:
uomini e donne venuti da stanze
della mente non ancora bruciate,
dove i giorni si vanno a schiantare,
fusi in un unico ponte spezzato.
Tu invece sembri esistere solo ora
mentre dormi e la luce si raduna
in una linea che ti mitraglia
schiena e gambe, ma risparmia i capelli.
Poi ti svegli e fingo di non guardarti
mentre ti agiti, stendi le gambe
e ti porti le mani sul viso, dichiarando
il peso, lo spazio che occupi nel mondo.
A Lambrate in estate le zanzare
le trovavi dovunque: nei bassi,
nelle cascine, appese ai platani.
In inverno invece solo nebbia,
che si divorava binari e ossa.
Oggi si trova poco del passato.
Hanno tirato su una farmacia,
un cohousing e i tram si perdono
tra le foglie secche mentre il Sanctuary
dispensa orge e droghe a prezzi sostenuti.
I pensieri si mischiano spesso alla terra,
si fanno le storie che compongono la Storia,
poi corpi che cadono su altri corpi,
fili che si legano ad altri fili.
Finché una mattina si trema
e il freddo appostato sugli usci
buca i portoni, ingannando la materia:
giorni si portano dietro altri giorni.
*
A sera noi umani torniamo agli alveari,
ricomponiamo i quadri, i modi,
il tempo che c’avanza dai nostri ruoli.
L’umido ci scivola sui marciapiedi
mentre le facciate abbracciano le ringhiere,
i portoni come soglie, come barriere.
Ma natura è l’ingranaggio del mondo
che nulla ti spiega e muta ci sputa.
Un tempo la cercavamo nei boschi,
sul durame bagnato dall’autunno.
Una volta però- era tardi e la stanchezza
cedeva già dalle palpebre alla sclera-
in penombra carne chiamava carne,
una finestra aspettava un ritorno,
dei gatti si leccavano in giardino.
Scagliati in un soggetto più grande,
siamo parte in un colosso che ingloba.
Cerchiamo il perché dell’essere luogo,
ma sono deittici gli unici indizi:
qui e ora, dove siamo stati gettati.









