I vertebrati e gli invertebrati protagonisti delle poesie di questo volume sono animali, vegetali, ma anche nuvole, stelle, bicchieri, tutto quanto di animato e inanimato popola il nostro mondo. La poesia di Giuseppe Grattacaso scopre relazioni profonde e affinità imprevedibili, nella convinzione che ogni essere e ogni cosa siano agli altri legati da un comune destino. Ne deriva la sorprendente rivelazione di essere parte di un universo disordinato e senza scopo, eppure in qualche modo denso di significati e di sorprese. Con un fraseggio musicale, scandito dal ritmo degli endecasillabi, e un lessico controllato, popolato di immagini visionarie che veicolano spericolate e solide riflessioni sulla nostra presenza nel mondo, i versi ci portano dentro un paesaggio in cui siamo costretti a smarrirci e a ritrovarci, a ignorarci e a uscire allo scoperto: «siamo, la margherita, la verbena / il giglio, l’erba, la lattuga, poi / la polvere dispersa che dimentica / d’essere stata un tempo l’esistenza / della mano, dell’occhio, ora minima / presenza, particella, micrometro, / che un giorno nel cammino incontrerà / asteroide o fango o nucleo di cometa / e si disperderà prossima al sole».
Noi siamo corpo umano e siamo assenza,
il mondo immateriale senza trama,
a tratti solo odore, noi la grazia
della pigra movenza vegetale
e del trasalimento siderale,
siamo il cammino sul filo della lama,
avviso o preveggenza sul discrimine,
colmo bagaglio di pluralità,
materia resistente e sospensione
che difetta di peso, l’attitudine
a non essere vita ineccepibile,
l’istante solitario e il moto eterno,
cosa da farsi, questione in divenire
tra l’alito e il macigno, tra la polvere
e lo stato animale, evanescente
luogo presente, vita traboccante.
*
In parte siamo forse già arenaria,
pietra che causa inciampo, il sedimento
argilloso, deposito marino
una volta ghiacciaio, goccia di quarzo
avventurata, oppure umido scoglio,
o solo il condimento, l’alga bruna,
le antiche diatomee o l’alga rossa
trasformate dal moto delle onde,
sprofondate in pensieri cavernosi,
noi dentro il mare vite fluttuanti,
o calcite, cristallo, sale amaro,
piuttosto la radice che sprofonda
e si ciba di terra e del rimpianto
della luna nascente o siamo il ramo
del carrubo ridente e le sue foglie,
il baccello dolciastro che commosso
respira l’aria che si raddolcisce
e freme d’api, la bottinatrice
siamo, la margherita, la verbena,
il giglio, l’erba, la lattuga, poi
la polvere dispersa che dimentica
d’essere stata un tempo l’esistenza
della mano, dell’occhio, ora minima
presenza, particella, micrometro
che un giorno nel cammino incontrerà
asteroide o fango o nucleo di cometa
e si disperderà prossima al sole.
*
Il cuore troppo cuore invertebrato,
scimmiesco cuore forse mai educato
a non essere costola che frena
o mascella che rumina, colonna
di vertebre che monta verticale,
il cuore che rimbalza sempre uguale,
muscolo in gabbia, cuore inesplorato,
accarezzato solo col pensiero,
il cuore senza cuore inaspettato,
flaccido cuore lì dimenticato.








