Il libro
Per la prima volta in Italia l’opera di İlhan Berk, tra le voci più visionarie della poesia turca del Novecento, trova una forma compiuta in traduzione grazie alla curatela e alla traduzione di Nicola Verderame. Poeta della corrente “Secondo nuovo”, Berk attraversa linguaggi e tradizioni con una scrittura che è insieme sensuale, urbana e cosmica, capace di trasformare la città in materia viva e pulsante. In queste pagine, Istanbul non è solo un luogo, ma un organismo inquieto e contraddittorio: città di desiderio e rovina, di corpi, sogni e allucinazioni, sospesa tra sacro e profano. Le sue strade, i porti, i mercati e le figure che li abitano – marinai, vagabondi, amanti, santi e prostitute – diventano frammenti di un poema continuo, dove eros e memoria si intrecciano a una percezione acuta del mondo. Tra lirica amorosa e invenzione visionaria, Berk costruisce un universo poetico in cui ogni elemento partecipa a un’unica, vertiginosa tensione verso il senso. Una poesia che sfugge alle categorie e rinnova continuamente se stessa, portando il lettore dentro una lingua che è insieme corpo, storia e sogno. Un libro che introduce al pubblico italiano uno dei grandi maestri della modernità poetica europea, in una selezione che ne restituisce la forza innovativa e l’irriducibile libertà.
L’autore
İlhan Berk è stato uno dei principali esponenti del “Secondo nuovo”, l’avanguardia modernista che ha rivoluzionato la poesia turca del secondo Novecento. Nato nel 1918 a Manisa, nella Turchia sud-occidentale, ha lavorato come insegnante di francese e traduttore. Dal 1970 fino alla morte nel 2008 ha vissuto a Bodrum, l’antica Alicarnasso. Poeta, traduttore e pittore di fama, in settant’anni di attività artistica ha pubblicato ventuno raccolte di versi e decine di libri tra saggi critici, traduzioni e diari. La scrittura di Berk, sin dalle prime raccolte poetiche, è ricca di folgorazioni e suggestioni quasi oracolari, e con gli anni si fa sempre più scarnificata e sibillina. Ma nella sperimentazione di Berk due direttrici restano costanti: uno sguardo da flâneur verso la città di Istanbul, straniante palinsesto di storie e popoli, e l’attenzione al sentimento amoroso, alla sensualità e alla fisicità. D’amore e d’Istanbul propone un viaggio – il primo in lingua italiana – nella visionaria opera dell’enfant terrible della letteratura turca contemporanea.
Finalmente dopo notti di pioggia fredda e sozza
La gente finisce il turno, si siede e si riposa
Si asciuga il sudore uscita dal nuovo lavoro
Passano locomotive vetture uomini
Si preparano per un nuovo lavoro
Istanbul è a giorni di distanza
Da giorni di distanza, con mani minute e un’aria evanescente
Dalle vie dalle case dai negozi
Da un’aria calda e stanca
All’improvviso mi vieni in mente tu
Non c’è dubbio, anche là dev’essere mattina
I negozi si aprono uno dopo l’altro
Hai svoltato l’angolo, sei di fronte alla fabbrica
Ancora non ha fischiato l’inizio del turno
Ancora arrivano a frotte dietro di te
Quale stasi ammanta adesso Istanbul
Non l’avevo mai vista così
Si ritiri a vivere così, in disparte
Sapevo quanto amava il pane e l’amore
Mai e poi mai l’avrei immaginata così
Se mi accendo una sigaretta dici che mi ricorderò meglio
Di te, del Ponte, in breve di Istanbul?
Mi passeranno davanti, in fila, gli operai di Cibali
I caffè di Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar
Vedrò il mare d’Istanbul spazzato dallo scirocco?
È sempre così brulicante la Salita Mercan?
È iniziata l’asta al mercato del pesce?
Mi arriva un rumore, ecco
Avranno aperto il ponte
Senza dubbio sono loro a passare
Che folla in queste strade
Dici che hanno impiccato qualcun altro?
Cosa ti prende, perché quell’umore
Ecco, la gente è così
Non riesce a smettere d’amare il mondo
Gli operai seduti fino a un attimo fa si alzano
Sulla riva sono pronti i vaporetti
Con braccia così non c’è da temere il mare
Il vento pare attenderli
Adesso si metteranno quasi a cantare
–
Nihayet soğuk pis yağmurlu gecelerden sonra
Paydos vakti oturmuş dinleniyor insanlar
Yeni bir işten çıkmışlar terlerini siliyorlar
Lokomotifler arabalar adamlar geçiyor
Yeni bir işe hazırlanıyorlar
Günlerce ötede İstanbul
Günlerce öteden ufacık ellerin havai halinle
Sokaklar evler dükkânlar arasından
Sıcak yorgun bir havanın içinden
Birdenbire aklıma geliveren sen
Hiç şüphesiz orada da sabah olmalıdır
Dükkânlar birer birer açılıyor
Sen sokağı döndün, fabrikanın önündesin
Daha iş başı düdüğü çalmadı
Daha geride yığın yığın gelenler var
Bu ne durgunluk İstanbul’un üstündeki
Ben onu hiç böyle görmemiştim
Böyle bir kenara çekilsin yaşasın
Onu ben ekmeğe aşka düşkün bilirdim
Bu halini hiç ama hiç aklıma getirmezdim
Bir cıgara yaksam daha iyi hatırlar mıyım dersin
Seni, Köprü’yü kısaca İstanbul’u
Geçerler mi önümden sırasıyla Cibali işçileri
Fatih, Şehzadebaşı, Küçükpazar kahveleri
Görür müyüm lodoslu denizini İstanbul’un
Hep öyle tıklım tıklım mı Mercan Yokuşu
Mezat başladı mı ki Balıkpazarı’nda
Bir gürültüdür geliyor
Köprü açılmış olmalı
Şüphesiz onlar bu geçenler
Bu ne kalabalık caddelerde
Yine birini mi astılar dersin
Ya sana ne oluyor nedir bu halin
Böyledir işte insanlar
Bir türlü sevmeyi bırakmazlar dünyayı
Demin oturan işçiler kalktı şimdi
Motorlar hazır sahilde
Denizden korkulmaz bu kollar varken
Rüzgâr onları bekliyormuş
Şimdi neredeyse bir şarkıya başlayacaklar
*
Io e te condividiamo la stessa storia. Stessi soli
Stessi venti. Attraversiamo le stesse vendemmie.
La solitudine di un ruscello solitario
Le voci dei bambini che giocano nel cortile della scuola.
Il sorgere, il viavai, l’improvviso di un mattino;
L’infinitezza e la finitudine di una rosa.
La stessa pioggia, il diluvio, le tribù nomadi del vento
L’identità incancellabile di un’alba.
–
Biz seninle aynı tarihi paylaşıyoruz. Aynı güneşleri
Aynı rüzgârları. Aynı bağbozumlarını geçiyoruz.
Yalnızlığını, yalnız bir suyun
Bir okulun bahçesinde oynayan çocukların seslerini.
Ağışını, gelgitlerini, birdenbireliğini bir sabahın;
Bitimsizliğini ve sonluğunu bir gülün.
Aynı yağmur, aynı sel, yel aşiretlerini
Aynılığını ve yok edilmezliğini bir şafağın.









