Cairn. Poesie e prose dalla natura scozzese

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Autrice: Kathleen Jamie
Curatela e traduzione: Giorgia Sensi
Collana: Interno Books
ISBN: 9791281315563
Data di pubblicazione: 15 maggio 2026
Pagine: 176
Formato: 13×19 cm

Il libro
Cairn
di Kathleen Jamie è un libro di confine, sospeso tra poesia e prosa, tra osservazione del mondo naturale e interrogazione del tempo presente. Come il cairn – cumulo di pietre che segna un passaggio o una direzione – queste pagine sono tracce, appunti, frammenti che orientano lo sguardo dentro un paesaggio in trasformazione. Attraverso scene minime e luminose, Jamie attraversa le coste e le isole scozzesi, ma anche gli spazi domestici e della memoria, intrecciando vita privata e destino collettivo. Il tempo della natura, profondo e millenario, si scontra con l’urgenza del presente: il cambiamento climatico, la fragilità degli ecosistemi, la consapevolezza della fine. Eppure, dentro questa precarietà, ogni dettaglio – una pietra, un uccello, una luce sul mare – diventa occasione di attenzione e resistenza. Con uno stile limpido e meditativo, capace di unire precisione e stupore, Cairn invita il lettore a rallentare, osservare, riconoscersi parte di un mondo più vasto e vulnerabile. Un libro che non offre risposte, ma orienta: come un segnavia nella notte, indica la possibilità di abitare il presente con maggiore consapevolezza.

L’autrice
Kathleen Jamie
è uno dei maggiori poeti contemporanei in lingua inglese e tra i più apprezzati ‘nature writer’, una pioniera in questo genere. Ne fa fede la sua trilogia in prosa, Findings 2005, Sightlines 2012, Surfacing 2019. È autrice di numerose, acclamate raccolte poetiche; per citarne solo alcune The Treehouse 2004, The Overhaul 2012, The Bonniest Companie 2015, The Keelie Hawk 2024. È stata Makar, poeta nazionale della Scozia, nel triennio 2021-2024. Vive nel Fife. Il libro si chiama Cairn perché è composto di pezzi brevi, micro-saggi – li chiama l’autrice nel Prologo – nella sua intensa, e leggera, prosa poetica, con una manciata di poesie qua e là, per formare un tutto, un landmark, un segnavia: ricordi, riflessioni, momenti che hanno attratto la sua attenzione, osservazioni, testimonianze. Distillazioni. E poi gli uccelli a lei cari, rondoni, corvi, gheppi, chiurli, e sule, balene, nuvole, fiori, alberi, passeggiate nel paesaggio scozzese. Una profonda meditazione sulla precarietà del nostro pianeta. Un’accumulazione di momenti, un cairn.

 

Quartz Pebble

Let me give you this quartz pebble. It comes from the track they scoured across the hill to serve the forestry plantations and the new pylons. God knows how long it’s lain below ground, but today here it is, washed out during last week’s deluge. It meets itself in the colour of snow, receding on distant summits. In tones of December cloud.
We can’t resist, can we? The impulse to claim what we fancy and pocket it. It defines us! Forever the lookout for the knap-worthy or the beautiful. If you’re Paleolithic, a chance find might mean a tanged point, a pendant, even magic: struck together, quartz crystals generate sparkling light. Neolithic farmers raised megaliths of quartz. You still see quartz decorating graves. No harm, surely, in this urge to appropriate and use: till the whole thing escalates and new technologies are discovered, and a stone in the hand becomes a lithium mine here and a tar sand plant there. And now, it’s as you said: like winter daylight intensifying behind the shutters, a fear growing as we find those shapes we hold dear – the seasons’ round, birdsong, lyric poems – all wavering out of true.
But a quartz pebble. Volcano spit. Stuff of the earth. A stone like a blind seer’s eye. Please weigh it up and warm it in your hand – you might even ask it, what do you want, now you’re exposed, now you have been taken up?
It might want you to hurl it as far as you can, away from us, back into oblivion, on into the unknown.


Sasso di quarzo

Lascia che ti dia questo sasso di quarzo. Viene dal sentiero che hanno scavato attraverso la collina per servire le piantagioni boschive e i nuovi piloni. Lo sa solo iddio per quanto tempo è rimasto là sotto, ma oggi eccolo qui, ben lavato durante il diluvio della settimana scorsa. Riprende il colore della neve quando si ritira sulle cime lontane. Ha i toni delle nuvole di dicembre.
Non riusciamo a resistere, vero? All’impulso di reclamare ciò che ci piace e mettercelo in tasca. Ci definisce! Sempre alla ricerca della cosa da infilare in bisaccia, oppure del bello. Se sei nel Paleolitico, un ritrovamento casuale potrebbe significare una punta di freccia, un ciondolo, perfino un amuleto: uniti insieme i cristalli di quarzo generano una luce scintillante. Nel Neolitico gli agricoltori innalzavano megaliti di quarzo. Si possono ancora vedere decorazioni di quarzo sulle tombe. Niente di male, ovviamente, in questa voglia di appropriazione e uso: finché il tutto non passa il segno e si scoprono nuove tecnologie, e un sasso in mano non diventa una miniera di litio qui e un giacimento di sabbia bituminosa là. E ora, è come hai detto tu: come luce invernale che si intensifica dietro le persiane, una paura che aumenta quando troviamo che quelle forme che ci sono care – l’alternarsi delle stagioni, il canto degli uccelli, le poesie liriche – tutte tendono a snaturarsi.
Ma un sasso di quarzo. Sputo di vulcano. Roba della terra. Una pietra come l’occhio di un veggente cieco. Ti prego soppesalo e scaldalo in mano – potresti anche chiedergli, cosa vuoi, ora che sei stato scoperto, ora che sei stato raccolto?
Potrebbe chiederti di lanciarlo il più distante possibile, lontano da noi, di nuovo nell’oblio, ancora nell’ignoto.

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