Paolo Febbraro


Venezia

Avevano tentato coi palloni,
l’avevano appesa a enormi tiranti,
provato a sostenerla
con sgraziate strutture d’acciaio.
Ma nulla, Venezia affondava,
più niente da fare,
Venezia affogava
nel mare melmoso,
piccola, rattrappita,
sommersa da un peso più grande di sé.
Più radi si fecero
lo scalpiccìo dei passanti,
il tramenìo dei turisti,
i traffici, i commerci.
Già i banchi nuotavano,
il mare lavava i marmi,
lambiva gli affreschi
e in un giorno di nuvole e piogge
Venezia fu lasciata anche dagli ultimi,
fu lasciata vuota e sola.
Nessuno calcò più le calli,
il mare nei campi
si fece silenzioso lago.
E al venir della notte,
quando nemmeno la luna
volle in lei più specchiarsi,
come svegliandosi, senza fatica,
Venezia si volse
verso la sua laguna
e senza il più piccolo scricchiolìo
si tolse all’abbraccio del mare
e volò via,
schivò i satelliti-spia,
piegò verso Sirio
poi a destra
in pochi secondi
scomparve alla vista.

Elenco di cose reali (Valigie Rosse, 2018)

Foto di Dino Ignani

José Hierro


Otoño

Otoño de manos de oro.
Cenizas de oro tus manos dejaron caer al camino.
Ya vuelves a andar por los viejos paisajes desiertos.
Ceñido tu cuerpo por todos los vientos de todos los
siglos.

Otoño, de manos de oro:
con el canto del mar retumbando en tu pecho infinito,
sin espigas ni espinas que puedan herir la mañana,
con el alba que moja su cielo en las flores del vino,
para dar alegría al que sabe que vive
de nuevo has venido.
Con el humo y el viento y el canto y la ola temblando
en tu gran corazón encendido.

(da Alegría, 1947)

 

*

 

Autunno

Autunno dalle mani d’oro.
Ceneri d’oro le tue mani lasciarono cadere sulla strada.
Già ritorni a camminare per i vecchi paesaggi deserti.
Stretto il tuo corpo per tutti i venti di tutti i
secoli.

Autunno, dalle mani d’oro:
con il canto del mare che rimbomba nel tuo petto infinito,
senza spighe né spine che possano ferire il mattino
con l’alba che bagna il suo cielo nei fiori del vino,
per dare allegria a chi sa che vive
di nuovo sei venuto.
Con il fumo e il vento e il canto e l’onda tremante
nel tuo grande cuore acceso.

 

Traduzione di Francesco Accattoli

William Bronk


L’era dell’automobile

Verso la fine, ciò che spaventa non è la morte ma la vita
che era sembrata, come si dice, un’auto che guidavamo
o in cui viaggiavamo; ma ora l’auto – usata –
viene cannibalizzata nel cimitero delle automobili
e ad ogni modo non è che prima andasse da qualche parte.

 

Motori diVersi (Crocetti, 2001), a cura di D. Piccini

Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Corrado Govoni


Le cose che fanno la domenica

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestibuli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.

 

Gli aborti. Le poesie d’Arlecchino. I cenci dell’anima (San Marco dei Giustiniani, 2008)

Ilaria Grasso

Le braccia si rinfrescano al vento di ponente
in mezzo a uno spazio verde privo di aghi.

Il vento alza le gonne e rinfranca le donne
nei giorni dei mesi estivi.

Il talco incrosta il sangue sul collo
e le cortecce dei pini
ci passano orizzontali alle narici.

Attorno a noi aiuole decadenti
e vociare urbano di uomini e motori
ci ricorda delle fasi della vita
mentre in alto una luna s’ingrossa
o si smagrisce nell’avvicendarsi dei cicli.

 

Inedito

Foto di Andrea Annessi Mecci

Ana Blandiana


Non sostituirmi,
non mettere al mio posto
un altro essere
che tu possa pensare
che sia sempre io
e non lasciare
che indossi le mie parole.
Abbi pietà di loro
se non hai pietà di me,
non costringermi a sparire
di fronte a un’estranea
che porta il mio nome
senza ritegno,
che almeno mi imiti
quasi come se
non mi avesse mai conosciuto.
Non provare a esigere
che sia io, pur cambiata,
non umiliarmi
cancellandomi dagli specchi,
lasciandomi solo in fotografia.

 

L’orologio senza ore (Elliot, 2018), a cura di B. Mazzoni

Moniza Alvi


The Tree

It was a tree in two halves –

one half a mango
and the other an oak.

You were perched
somewhere in the middle

though in your last months
you favoured the mango.

It took you such a long time to fall,
gripping and gripping the branch.

You must have landed with a thud.
Perhaps you even heard it.

Sad departure – or the relief of arrival.

The day you dropped
from the tree like a fruit.

 

*

 

L’albero

Era un albero in due metà –

una metà mango
e l’altra quercia.

Stavi posato
da qualche parte nel mezzo

sebbene nei tuoi ultimi mesi
preferissi il mango.

Ti ci è voluto così tanto tempo per cadere,
aggrappato stretto stretto al ramo.

Mi sa che sei atterrato con un tonfo.
Forse l’hai persino sentito.

Triste dipartita – oppure il sollievo dell’arrivo.

Il giorno in cui sei caduto
dall’albero come un frutto.

 

Blackbird, Bye Bye (Interno Poesia, 2019), a cura di Pietro Deandrea

Renzo Gherardini

Tu che mi parli, anche se non ti nomino,
racchiuso nel mistero entro cui vivi
della terra, degli alberi, del cielo,
ma nel silenzio chiuso anche dell’anima
che ti dà vita e vita in sé riceve
dal tuo silenzio. Che non sei dolore
perché da questo non può uscir la pace
che irrimediabilmente mi consola
solo ad essermi accanto nella mente.
Non cessar di parlarmi, resta qui
davanti, come statua la cui pietra
parole e sguardi dal suo sé fermenta
com’eco dalla tua anima, e sola
resti memoria di te stesso, in questa
silenziosa presenza nella mente.

 

Poesie. 2002-2011 (Le lettere, 2018)

Camillo Sbarbaro

 

 

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Portami ancora per mano – Poesie per il padre (Crocetti, 2001)