Wendell Berry


How To Be a Poet
(to remind myself)

Make a place to sit down.
Sit down. Be quiet.
You must depend upon
affection, reading, knowledge,
skill—more of each
than you have—inspiration,
work, growing older, patience,
for patience joins time
to eternity. Any readers
who like your work,
doubt their judgment.

Breathe with unconditional breath
the unconditioned air.
Shun electric wire.
Communicate slowly. Live
a three-dimensioned life;
stay away from screens.
Stay away from anything
that obscures the place it is in.
There are no unsacred places;
there are only sacred places
and desecrated places.

Accept what comes from silence.
Make the best you can of it.
Of the little words that come
out of the silence, like prayers
prayed back to the one who prays,
make a poem that does not disturb
the silence from which it came.

From: Given (Shoemaker Hoard, 2005)

 

*

 

Come essere un poeta
(per mio promemoria)

 

 

Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.

Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.

Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.
 

trad. it. Vincenzo Perna

Anne Carson


Molte genti molti oceani ho attraversato –
arrivo, fratello, a questa povera sepoltura
per darti l’ultimo dono alla morte dovuto
e parlare (ma perché?) alle ceneri mute.
Ora che a me la fortuna ti ha strappato, tu
Oh povero fratello a me tolto,
ora ancora comunque questo – che distante abito d’avi
trasmesso come triste dono per la sepoltura –
accetta imbevuto di lacrime di un fratello
e per sempre, fratello, addio e addio.

Rivista Poesia (n.307, settembre 2015), traduzione di Patrizio Ceccagnoli

Carme 101 – Catullo

Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frate, ave atque vale.

Valerio Magrelli


Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

Le cavie (Einaudi, 2018)

Antonio Porta

a Edoardo Sanguineti

 

Se anche sapessi, e forse so,
che il destino nostro è niente
ma se una donna ascolto dietro una parete
o un suono dei passi sull’ultimo selciato
o una risata schietta, senza fretta
o bacio una bimba che dice: io non sono malata,
al gioco del massacro allora non ci sto,
preferisco del linguaggio quel che ha di divino
e non m’importa, amici, di ciò che direte,
parlo da ingenuo (come Freud), do per scontato
il male e cerco il bene, disperata-mente.

Yellow (Mondadori, 2002)

Tishani Doshi


Poesia d’amore

Alla fine, qualcosa ci farà
allontanare. Vorrei sperare in qualche grande
circostanza – la morte o un cataclisma.
Ma potrebbe anche non essere per niente così.
Potrebbe essere che tu esca
un mattino dopo aver fatto l’amore
per comprare le sigarette, e non tornare più,
o che io m’innamori di un altro.
Potrebbe essere un lento abbandono all’indifferenza.
Ad ogni modo, dovremo imparare
a sopportare il peso dell’eventualità
che qualcosa ci farà allontanare.
Allora perché non cominciare adesso, mentre la tua testa
riposa come una luna perfetta nel mio grembo
e i cani guaiscono sulla spiaggia?
Perché non strappare il cielo
di questa notte indiana, solo un po’,
così che inizi la caduta? Poiché dopo, incontrandoci
per le strade, dovremo guardare
dall’altra parte, dopo aver gettato
i frammenti negletti del nostro essere insieme
nei cassetti della camera da letto, quando l’odore
dei nostri corpi sta svanendo come la dolce
marcescenza dei gigli – allora come lo chiameremo,
quando non sarà più amore?

Dolce marcescenza (Paramankeni Press, 2005), traduzione di Carlo Pizzati

Octavio Paz


Archi

a Silvina Ocampo

Chi canta sulle sponde del foglio?
Chino, bocconi sul fiume
di immagini, mi vedo, lento e solo,
da me stesso allontanarmi: lettere pure,
costellazioni di segni, cesure
nella carne del tempo, oh scrittura,
rigo nell’acqua!

Vago fra verdi
intrecciati, vago fra trasparenze,
fiume che scivola via e non trascorre;
mi allontano da me stesso, mi trattengo
senza trattenermi a una sponda e discendo,
lungo il fiume, fra archi di intrecciate
immagini, il fiume di pensieri.
Proseguo, là mi attendo, mi vado incontro,
fiume felice che allaccia e scioglie
un istante di sole fra due pioppi,
sulla pietra liscia che si trattiene,
e si distacca da se stesso e discende,
lungo il fiume, all’incontro di se stesso.

 

Il fuoco di ogni giorno (Garzanti, 1992), traduzione di Ernesto Franco

Aldo Nove


Guarda, madre

Guarda, madre, sono arrivato
all’alba in cui la tua saliva,
ogni tuo umore,
raccogliendosi in globi azzurri,
formano i miei occhi
e nulla che in te non sia
futuro
io respiro, forte, fluttuando
con la consapevolezza
animale
che trattiene
e libera ogni segreto:
nelle tue vene
ancora tu sei
me. E tu lo sai, e
mi fai, e mi aspetti
nella fiducia universale
del tuo respiro mi fai!
Come ogni madre che fa un figlio.

Guarda, madre, quel luogo.
Quel luogo lontano. Lo vedi?
Prima che tu nascessi lo abitavamo.
Non io.
Non tu.
Allora non c’era separazione
e per una svolta del respiro,
del tuo respiro
adesso assieme
assieme
non mai separati
ci torniamo.

Ascolta, madre, le onde senza fine da cui proveniamo,
verso cui tu mi spingi al ritorno.
Io ti prendo con me. Le mie deboli mani,
il tuo debole corpo
sono ora la più grande forza del mondo,
sono il mondo che racconta a sé stesso
lo sforzo, lo sfarzo
del ciclamino, del quarzo,
della costellazione.
Madre che sei la mia vita
e la nostra ragione
reclamata dal tempo
che passa e ara
i volti
e le sere,
madre non vedi
come tutto è
miracolo?

[…]

Poemetti della sera (Einaudi, 2020)

Vincenzo Cardarelli


Largo serale

È l’ora dei crepuscoli estivi –
quando il giorno pellegrino
si ferma e cade estenuato.
Dolcezza e meraviglia di queste ore!
Qualunque volto apparisse in questa luce
sarebbe d’oro.
I riflessi di raso degli abitati sul lago.
Dolce fermezza di queste chiome
d’alberi sotto i miei occhi!
Alberi della montagna italiana.
Di paese in paese
gli orologi si cantano l’ora
percuotendosi a lungo nella valle
come tocchi d’organo gravi.

Poi più tardi nella festa notturna,
la lentezza dei suoni dura ancora…

 

Poesie (Mondadori, 1942)