Martina Germani Riccardi


long time lava

non mi basta nessun passo.
rivoglio tutto
quello che non ho avuto.

una cartella vuota che porta il mio nome
i treni
con una direzione.

intanto ho espresso
un desiderio complesso,
ho gridato aiuto.

mi hai detto per il tuo cuore grazie
ti ho detto mi manchi anche tu, e ti amo
da quest’isola

 

Le cose possibili (Interno Poesia Editore, 2016-2019)

Foto di Assunta D’Urzo

Intervista al poeta: Guido Catalano

Guido Catalano nasce a Torino alle 8.50 del mattino del 6 febbraio del 1971. A 17 anni decide che vuole diventare una rockstar, più tardi ripiega sulla figura di poeta professionista vivente, che ci sono più posti liberi. Tiene spettacoli di poesie in tutta Italia da molti anni e ha collaborato con molti musicisti, tra i quali Federico Sirianni, Dente, Dario Brunori. Cura una rubrica di posta del cuore sul Corriere della Sera, edizione Torino. Ha pubblicato 7 libri di poesie e 2 romanzi, oggi tutti editi per Rizzoli: I cani hanno sempre ragioneSono un poeta, cara; MotosegaTi amo ma posso spiegarti; Piuttosto che morire m’ammazzo; La donna che si baciava con i lupi; D’amore si muore ma io no (romanzo); Ogni volta che mi baci muore un nazista; Tu che non sei romantica (romanzo).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Dal mio piccolo punto di osservazione direi che se ne vede di più in giro. Nelle librerie gli scaffali si stanno allargando e ogni tanto si vedono raccolte di poeti non morti. Non nel senso di zombi o vampiri, dico, gente viva, magari anche sotto i settanta.
Si moltiplicano i reading e le persone vanno a vedere i poeti declamare i loro versi.
I ragazzi e le ragazze del poetry slam stanno facendo un ottimo lavoro, malgrado ogni tanto esca fuori qualche povero di spirito che afferma che lo slam faccia del male alla Poesia, alla Società, a Dio, al Mondo.
Poi c’è il discorso social. La poesia viene condivisa parecchio anche se la qualità per lo più è bassa, molto bassa o sotto il livello di accettabilità (LDA).
Rispetto a quando ho iniziato ad andare in giro a leggere poesie e a pubblicare i miei primi libri, sicuramente qualcosa si sta muovendo.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Speravo che non mi avresti fatto questa domanda ma ormai l’ho letta e mi tocca rispondere.
La poesia, quando sei fortunato è un incantesimo e il libro di poesie è un libro magico (Spell Book in inglese). Dunque il poeta è un mago.
Quando la poesia funziona ha, come succede con gli incantesimi, un effetto.
Un mago può lanciare palle di fuoco dalle mani.
Un poeta può cambiare le cose con i suoi versi.
Può cambiare l’umore delle persone. Può far vedere loro cose che prima non vedevano. Può eccitare, immalinconire, divertire, innamorare, far pensare, spaventare.
Io una volta con una poesia ho piegato un cucchiaio di metallo.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Woody Allen, Charles Bukowski, Charles M. Shulz, Jaques Prévert, Stephen King, Lucio Battisti con Mogol, Jacovitti, e tanti altri.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non so se si possa diventare poeta.
In ogni caso occorre leggere molto, ascoltare molto e avere una necessità che viene dal di dentro, tipo una mano che ti stringe lo stomaco e quando scrivi allenta la stretta, cioè a me stringe lo stomaco ad altri magari stringe qualcos’altro, tipo la gola o le palle.
Detto questo, secondo me poeta non ci si diventa a tavolino.
Come i maghi, d’altronde.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Probabilmente perché abbiamo il record europeo di analfabetismo funzionale.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Da bambino, alle elementari, usavano farmi imparare le poesie a memoria e io odiavo questo tipo di esercizio perché allora come oggi ho gravi problemi di memorizzazione. Ho impiegato parecchio a riconciliarmi con la poesia che ritenevo uno strumento di tortura medievale.
Per il resto la questione della poesia che non viene letta ha a che fare con il concetto di profezia che si auto-adempie. A forza di dirlo accade. Una sorta di auto-sfiga. C’è gente che ci campa da anni, anche se non ha senso.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Portarla in giro, farla uscire, con tutti i mezzi possibili. Far capire alle persone che la poesia è come la musica, la canzone ed altre forme d’arte. Non ti mangia, non è pericolosa, può essere tutt’altro che noiosa e incomprensibile. Un libro di poesie può essere un compagno di viaggio meraviglioso. Le poesie possono essere usate, condivise. Con la poesia si limona un sacco.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Perché no? Se sei un giovane curioso può succedere. Io non sono tecnicamente un Instapoet ma scrivo roba che tende alla semplicità, cose piuttosto dirette, forse pop. Mi è capitato spesso che giovani o giovanissimi mi scrivessero dicendo: “io non leggo poesia, mai letta poesia ma dopo aver letto le tue adesso ho iniziato a leggerne”. Bella notizia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non lo so, spero di sì.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso”.

[ De Andrè – Bubola ]

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Monia Pavoni

Domenico Brancale


Me vulisse fa’ crede ca si turnere lla
andò cchiù pésele di na fronne
’ggi state ngullate allu viente

– o parole mucche so’ mattutine
ppi rivegghié o muorte

truvere angòre tutte chille cose ca ’ggi vessute
senz’ u pinziere de vive
quanne u tiempe canosce sule u presente
passate o future ca sìie.

Mo, mo, mo! Accussi si ghìnghiene o recchie.
Mo i’è ’a garámme andò s’addrùpene o suonne nuoste.

Me vullisse fa’ crede ca abbevèsce angòre culle paise
o pedecate nu mumente prime de ll’ombre.

 

*

 

Vorreste farmi credere che se tornassi là
dove più leggero di una foglia
sono stato incollato al vento

– le parole in bocca sono aurora
che svegliano i morti

troverei ancora tutto quello che ho vissuto
senza avere il pensiero di vivere
quando il tempo conosce solo il presente
passato o futuro che sia.

Ora, ora, ora! Di questo si riempiono le orecchie.
Ora è il precipizio della memoria in cui precipitano i sogni.

Vorreste farmi credere che esiste ancora quel paese
le mie orme un attimo prima dell’ombra.

Scannaciucce (Mesogea, 2019)

Eleonora Rimolo

Quell’abbraccio te lo sei preso tutto,
lo hai sentito premere tra le scapole:
un bene semplice che non ti raggiunge.
È una trincea la casa materna dove mi ospiti,
in cui i morti spiano le mie voglie, i tuoi gesti
misurati: non eccedi in niente, emargini
ai miei occhi le stanze più intime, chiedi scusa
per il disordine e poi dici di no, pronunci
le parole vuoto e fermo per intendere una fine,
per benedire nel sonno dopo la fatica
questo uso incosciente dell’affetto.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Daniele Ferroni

Marcel Proust


Lasciate piangere il mio cuore tra le vostre mani refrattarie,
il cielo scolorito fa appassire lentamente
il fiore dei vostri occhi chiari che quietamente
abbassa sul mio cuore le sue corolle affascinate.

Che le vostre ginocchia mi siano pacifico giaciglio,
vestito dei vostri sguardi avrò caldo per la notte
e, sorvegliante magico, il vostro afflato terrà lontano
tutto ciò che insudicia e ciò che schernisce e ciò che nuoce.

Il porto e i campi sono neri; dopo il giorno beffardo
la consolante notte viene intrisa di lacrime
e permeando di dolcezza la nebbia dispersa
i fuochi del desiderio di te si accendono nel mio cuore.

Poesie d’amore (Mimesis, 2018), a cura di R. Bertoldo

Patrick Kavanagh


Aprile

Adesso è l’ora di ammucchiare le ceneri
dei fuochi fatui accesi dall’inverno.
Questo vecchio tempio deve cadere,
non oseremo lasciarlo in piedi
buio, disadorno, deserto.
Al suolo! Radetelo al suolo!
Qui stiamo costruendo una città nuova e luminosa.

E’ morta quella vecchia zitella malaticcia
che ci sfamò di carne cruda,
e nei campi verdi la Vergine della Primavera è incinta
per opera dello Spirito Santo.

 

Andremo a rubare in cielo (Ancora, 2009), cura e traduzione di Saverio Simonelli

Nicolas Cunial


hardnoressia

a digiuno di sguardi da mesi domandi:
cosa mangiamo stasera?
(per vomitarlo domani?)

hai la pelle che si rapprende
alle collane di ossa
ti fa da coperta scomoda stretta
ed è più fredda di qualunque bilancia
che nessuna accurata misura
dei falsi grammi d’aria che mangi
può darti. sei senza una fame precisa
rigetti ogni cosa riversa sul cesso
che odora di vomito stanco
ma è acqua e poco altro.

quasi ho paura se ci si scopa
che tu possa ingoiarmi e pentirti
oppure spaccarti strapparti a metà
o romperti in due: tra te madre e un figlio inatteso
non avrei che il desiderio di un lampo
decesso. perché
lo ammetto: non sono in grado
di darti alcun nutrimento
(sai io che confesso la mia disfatta
mi sembro più uomo che parassita)

e tu sei felice così lo so
ma il tuo baricentro è l’assurdo
a stento ti appoggi con un occhio all’istinto
(che smorzi a morsi e poi lo risputi)
e l’altro rivolto a te specchio: cruna dell’ego
in attesa famelica che il tuo riflesso
sia più sottile del tuo sogno maniaco
fino al punto finale
di vederti sfilare attraverso:
un fantasma di carne da setacciare
su terra magrissima

 

Black in / Black out (Interno Poesia Editore, 2019)

Intervista al libraio: Giorgio Santangelo

Giorgio Santangelo: (Foggia, 1990), studi letterari alle spalle ed esperienze in alcune librerie italiane all’estero, è uno dei due soci fondatori della libreria – cafè – winebar “La confraternita dell’uva”, aperta a Bologna nel dicembre 2016, in omaggio a John Fante. Ama molto viaggiare, il cinema e la letteratura americana.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di libraio?

Significa fare della mia passione più grande il mio lavoro.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Cosa mi rende molto felice: poter far leggere a qualcuno un libro che mi ha in primis sconvolto o emozionato particolarmente. Far provare a qualcuno quel che ho già provato io, è quella la molla che mi spinge.
Cosa no: non mi piace la mancanza di meritocrazia che spesso circola nell’industria del libro: non vengono premiati i libri più belli o che meritano di circolare di più, ma quelli che devono circolare per motivi puramente utilitaristici e di commercio.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: sei un lettore di poesia?

Leggo poesia ma è un mondo che non sento di conoscere appieno. Cerco di rimediare leggendone sempre un po’ ogni giorno.

 

4. Quanti titoli di poesia ospita tra gli scaffali la tua libreria?

Non troppi e un po’ me ne pento. La nostra sezione dedicata di testi di poesia è però in continua espansione.

 

5. Ospitate presentazioni dedicate alla poesia?

Sì, specialmente di autori contemporanei. Per me è come andare a scuola, ho modo di conoscere sempre meglio la scena odierna e di rinfoltire il reparto di libri di poesia con tanti italiani interessanti.

 

6. E come vanno le presentazioni, le vendite, in generale quanto seguito ha la poesia nella tua libreria?

La poesia è un mondo strano, attrae gente che ruota solo intorno alla poesia. Ci sono presentazioni molto partecipate ma quel pubblico lo si vede solo durante gli incontri di poesia, mai negli altri. Inoltre di solito le vendite di poesia sono minori rispetto a quelle di narrativa.

 

7. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Non so se la poesia si legga di meno ma noto che molti giovani poeti italiani puntano molto su tecnicismi e virtuosismi linguistici che rendono la materia ostica a chi non ne mastica molta. Penso all’America dove invece ci sono tantissimi poeti che riescono a mantenere platee intere con il fiato sospeso grazie anche alla loro capacità interpretativa.

 

8. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Secondo me ci sarebbe bisogno di sdoganare il mondo della poesia, ai miei occhi molto spesso chiuso su se stesso e un po’ autoreferenziale. Far capire che la poesia non è qualcosa di noioso relegato a circoli di soli appassionati ma può essere un fuoco sconvolgente. C’è bisogno di apertura per un ricambio continuo.

 

9. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non penso. Mi sembrano un prodotto fine a sé stesso che, può attrarre qualche occasionale che, oltre a questa lettura, non leggerà molto altro durante il resto dell’anno. É lo stesso ragionamento dell’ebook: se i non lettori non leggono, non lo inizieranno a fare solo perché gli si dà una nuova tecnologia per farlo.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Eccoli qui, i primi versi di una poesia – forse la più famosa – di un poeta italiano non troppo conosciuto. Sono tratti dal libro Un solitario amore, edito da Fandango. Me l’ha fatto scoprire apprezzare un amico scrittore.

Beppe Salvia, Cuore

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Stanislav Magay

Bartolo Cattafi

cattafi

A mio padre

Moristi nel marzo ventidue
non ti conobbi nacqui
quattro mesi dopo
per te lontano inerte sconosciuto
la mia pietà s’inceppa
un amore astratto
mi mette in moto fredde fantasie
parto dalle zone scure della foto
occhi baffi capelli color seppia.

 

18 dediche (All’insegna del pesce d’oro, 1978)

Anita Guarino


Tutto era già pronto per il reading di poesie.
Nella Vineria, il vino rosso le arrossava il volto e
i discorsi s’intrecciavano tra le persone.
Lui si esibì per primo, ma uniformava i pensieri del pubblico con
i suoi versi e la voce tremante: la sua lettura era
un lento scorrere di tempo uguale.
Il Poeta si alternava a lui nell’esibizione.
Le labbra di lei erano evidentemente gonfie di tristezza.
Lui non scandiva i momenti e gli spettatori si distraevano e
ricominciava a diffondersi il vociare di frasi sconnesse.
Il Poeta aspettava, seduto, paziente, il suo turno tra
i frammenti dei discorsi che udiva.
Poi si alzò e diffuse il suono dei suoi versi nell’ambiente.
La sua presenza solida e la voce più
sicura riuscirono a zittire il pubblico insensibile.
Una ragazza, con i suoi occhi, se ne stava seduta nell’angolo,
senza mostrare segni di insofferenza e
sorseggiava distratta il vino, poi si alzò e
si appoggiò al muro per essere più concentrata.
Dolcemente, ancora una volta, la voce di lui cominciò la lettura,
soffocando le incertezze, per il finale.
Ma al ritorno era ubriaco e deluso sulle scale.
Diceva d’aver scritto un’altra poesia e
non la ricordava più, proprio ora che voleva recitarla!
-“Io ti tormenterò e tu mi amerai!”, disse, infine, socchiudendo
gli occhi dritto sul volto del passante inconsapevole.

 

Poeti italiani nati negli anno ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)