Camillo Sbarbaro

 

 

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Portami ancora per mano – Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

Roberto Amato


Mi ci sono voluti diciannove anni per leggere questo quaderno di appunti.
Sono settantasette paginette mi pare in ottavo.
Certo era molto giovane Flaubert,
gli si può perdonare tutto.
Soprattutto l’innocente incoerenza.

Io non sono mai stato molto giovane e, da subito,
colpevolmente coerente,
mi sono messo a progettare questo
Trattato sui principi luminosi delle latebre
che quasi certamente non vedrà mai la luce.

Ecco, tra me e Flaubert c’è una bella differenza.
Lo deve ammettere Dottore.

Le attitudini terrestri (Elliot, 2018)

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Leonard Cohen


Non cercarlo
Negli algidi ruscelli di montagna:
Sono troppo freddi per qualunque dio;
E non esplorare i fiumi rabbiosi
In cerca di brandelli del suo morbido corpo
Non rivoltare i sassi sulla spiaggia in cerca del suo sangue;
Ma nel caldo oceano salato
Egli discende attraverso falesie
Di lenta verde acqua
E i pesci colorati che vi sono sospesi
Baciano il suo corpo percosso dalla neve
E costruiscono i loro nidi segreti
Nel suo fluttuante sudario.

 

Poesie / 1 (Minimum fax, 2018)

Valerio Magrelli


Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

 

Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992)

Foto di Dino Ignani

Margherita Guidacci


Davanti a te la mia anima è aperta
come un atlante: puoi seguire con un dito
dal monte al mare azzurre vene di fiumi,
numerare città,
traversare deserti.

Ma dai miei fiumi nessuna piena ti minaccia,
le mie città non ti assordano con il loro clamore,
il mio deserto non è la tua solitudine.
E dunque cosa conosci?

Se prendi la penna, puoi chiudere in un cerchio esattissimo
un piccolo luogo montano, dire: «Qui fu la battaglia,
queste sono le sue silenziose Termopili.»

Ma tu non sentisti la morte distruggere la mia parte regale,
né salisti furtivo
col mio intimo Efialte per un tortuoso sentiero.
E dunque cosa conosci?

 

Neurosuite (Neri Pozza, 1970)

Foto di Dino Ignani

Anne Sexton


Gesù dormiente

Gesù dormiva immobile come un giocattolo
e in sogno desiderò Maria.
Il Suo pene ululava come un cane
ma Egli si rivoltò bruscamente da quella posa,
come una porta che sbatte.
Quella porta Gli spaccò il cuore
perché il Suo era un bisogno dolente.
Del Suo bisogno Egli fece una statua.
Col Suo pene per scalpello
scolpì la Pietà.
Voleva un solo e unico desiderio.
Solo questa morte, tenacemente.
Egli scolpì questa morte, alacremente.
Morì e rimorì.
Verso lei alta risalì la corrente di un tubo,
respirando acqua dalle Sue branchie.
Nuotò attraverso la pietra.
Nuotò attraverso la natura divina.
E poiché non conobbe Maria
Essi si unirono alla Sua morte,
la donna e un cruciato,
in un abbraccio finale:
fissati per sempre in quella posa,
come un centrotavola.

 

Poesie su Dio (Le Lettere, 2003), a cura di R. Lo Russo

Hans Magnus Enzensberger

La vista

Tu dici:
apro gli occhi e vedo quel che c’è
per esempio là sulla parete ‘sta donna nuda
o qui davanti ‘sta misera matita
o l’occhio che non smette di fissarmi – da ammattire
Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è

È così semplice
sei così facile da ingannare

In realtà sta a capo all’ingiù la realtà
anche la tua testa anche il cinema nella tua testa

Come lo sai che l’occhio si muove e l’immagine è ferma
o che l’occhio è fermo e si muove l’immagine?

Sicuro è soltanto che lo scomparso non è scomparso
e il qui davanti non è qui davanti

Tu vedi il cinema oppure il film
l’occhio oppure l’immagine

Ed ecco perché non smetti di fissare la donna nuda
che non si muove
con gli occhi sbarrati – da ammattire
la donna che non c’è
e guardi a occhi chiusi ‘sti miseri occhiali

 

La musica del futuro (Einaudi, 1997)

Franco Marcoaldi

Il peggior veleno

In sogno ho incontrato un vecchio
saggio al quale ho domandato:
“Sapresti dirmi, tra tanti
sentimenti, quello che più di ogni
altro avvelena l’esistenza?”
“Ahimé, lo spettro è ampio. Però
dovendo scegliere, per quanto
ti riguarda, direi l’ambivalenza”.

 

Il tempo ormai breve (Einaudi, 2008)

Foto di Dino Ignani