Franco La Cecla

San Francisco

Fin troppo brevi per essere dette
sfugge quasi la memoria
sono disteso dalla luce
entra – una immensa finestra
l’oceano appagato, solcato
da navi gialle.

Ancora qui col segno della Baia
come non credevo
l’America – il mal d’America
eppure questi giorni
un lampo di bellezza da non dire.
No – non dire – verrà
verrà da solo come i fiori del mattino:
Fort Mason e le vele
e i fili sottili degli alberi
dove siamo silenziosi
saggi più degli antenati.

Ci sono misteri
ma è meglio non dire,
il sentimento prevalente
è il chiarore
e il presente.

La terra negli occhi (Interno Poesia Editore, 2019)

Rossella Tempesta


Dal finestrino

Ho visto un albero immenso
il padre di tutti gli alberi
ho pensato ecco mio padre.

Ma mio padre è un esile faggio
il suo seme caduto a caso lontano dal filare
cresciuto sfasato, stranito dai venti.

Una volta vi facevano il nido gli uccelli giovani
poi sono volati troppo presto
gelati dalla sua silenziosa solitudine.

L’albero grande forse era il padre anche di mio padre
e aveva perso lontano questo suo figlio strano
cresciuto lungo e sottile
muto.

Avrei voluto che l’albero padre ci adottasse entrambi
me e mio padre
ci riabbracciasse nella sua corteccia di sughero
fino a riassorbirci nel tronco
a non darci più scampo
a riunirci per sempre.

 

Diario pendolare (Pietre vive, 2019)

Ted Hughes


Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende – sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori della finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

 

Lettere di compleanno (Mondadori, 1999), trad. it. A. Ravano

Jan Wagner


saggio sul sapone

ce n’era sempre un pezzo lì vicino,
seguiva le sue proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide;
ma ora riposa lucido e umettato,
come qualcosa d’emerso dal fondo
delle acque, prezioso per un istante,

sediamo tutti al tavolo:
notte illune, mani profumate.

 

Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Einaudi, 2019), a cura di Federico Italiano

Giovanni Giudici

Con lei

Con lei era difficile. Ma non rimpiangere
il giugno lontano, la parola cuore,
i denti come perle duri sul bacio inesperto,
la mano timorosa, il contemplato pudore.

A ripensarci, lei era poco più d’una sciocca,
oggi diresti che la mette giù dura,
e molto meno ti chiede colei che ripete:
cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca.

 

da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Beatrice Zerbini


Ogni giorno, perdo tutto
e tu con me
e te;
e si sfuocano
le colazioni,
si induriscono
i biscotti al burro;
perdo il quadro
che ride e vive,
la cornice delle tende,
le verità stupende
che non ho detto e
la stupidità
di avere paura.
Perdo tutto, ogni giorno;
la pelle nuova,
la ruga che ho sorriso,
la ruga che ho pianto,
la voce,
la mia e la tua,
il coro che sono,
l’assolo.

Perdo parole
che avremmo potuto dirci,
non dirci,
dire meglio.

Perdo possibilità
e una possibilità,
il ritmo del respiro,
la pazienza,
le sementi di un’idea.

E perdo le facce degli altri
in strada,
la mia su una vetrina buia.

Ogni giorno perdo
uno scorcio
carico di sole,
e la mia età
salda,
che mi ancora alla terra
come un macigno
o una nascita,
che mi seduce
e trascina,
che tracima;
perdo la speranza che
esonda sulla mia fretta,
sulla mia calma.

Perdo
il miracolo di un giorno,
l’elemosina del tempo,
lo scialacquio degli attimi,
con la risacca magra
di qualche
felicità.

Ogni giorno perdo tutto:
il significato,
la velleità del buio
e gli abbagli,
la vastità sul bivio
e l’ombra lunga
degli sbagli,
le rime,
le rime per te,
l’amore,
la bambina che crede,
la bambina in cui credi,
e un’ansia del petto
che può fremere
e domandare
e guardare
e regnare ogni giorno,
mentre perde.
E perde tutto.

Perdo giurisdizione
ed emozione;
si consuma,
si annebbia,
sbraita come un fumo
la mia vita,
che ogni giorno perde me,
mentre perdo tutto.

Perdo il timpano dolce
sotto le voci affettive
che sono un’ala,
a curarmi,
o macerie.

Ogni giorno,
poi,
mi sveglio –
se mi sveglio –
e tutto,
tranne te
e tu con me,
ritrovo.

 

In comode rate (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Enrico Maria Bertani

Michael Hofmann

Auden

but you would see faces that were worth a second look
GOTTFRIED BENN

It was another world, the world of turned collars and polished shoes,
Hairbrushes once a week laid facedown in what I thought was a specific
But was only a weak solution of shampoo in lukewarm water,
Jerseys were roughed up with a kind of knuckleduster of Sellotape,
Suitcases wore characterful labels and tags on their heavy, leather-effect cardboard

Who can imagine such a world not of cares, but of care,
Once we set ourselves to become unpressed, casualised, short-run, drip-dry,
Encased in thinking synthetics or flash suits, the human fiddler crab and his device
Emerging together from nail bars and tanning studios and whitening salons
Like so many gigolos, soccer managers, politicians, or molls,

Wearing our fewer, simpler, less restrictive garments more shabbily or dressily,
Having our manicures, our teeth whitened, our hair and beards repurposed
Every other day, owning either fewer things on they were let go to seed,
So intent on our personal grooming, we neglected impersonal grooming,
The care extended beyond ourselves, the aura of solicitude surrounding our appurtenance

The world of facecloths and napkin-rings and coal scuttles
And coir hall carpets and brass stair-rods and milk jugs and powered mustard
And shoe trees and tie racks and plumped down pillows and cufflinks and weskits and hats
And hardbound children’s books for our hardbound children
And malt vinegar and baking-soda to take off the worst of the dirt,

How careless, cheap, and profligate we have become,
We have stopped shaving against the grain and in cold water,
We didn’t eat or drink in the street in those days, flawed and freckled
An apple was taken for what it was, an undistinguished thing and a privilege,
Not chemistry at the top of its game, ester baby, breathing perfume and yet found fault with.

 

 

Auden

ma vedevi volti degni di una seconda occhiata
GOTTFRIED BENN

Era un altro mondo, mondo di baveri sollevati e scarpe lustre,
Spazzole per capelli messe una volta la settimana a testa in giù in ciò che io credevo specifico
Ma era solo una blanda soluzione di shampoo in acqua tiepida,
Maglie irruvidite con una specie di tirapugni di nastro adesivo,
Valige dai caratteristici portanomi e etichette sul pesante cartone effetto pelle

Chi si immagina un tal mondo non di preoccupazioni, ma di cura,
Una volta che ci apprestiamo a divenire non stirati, precari, breve termine, lava e indossa
Inglobati in pensieri sintetici o abiti accesi, l’umano granchio violinista e il suo strumento
Uscendo insieme da nail bar e solarium e sedute sbiancanti
Come tanti gigolò, manager del calcio, politici o puttanelle,

Indossando i nostri pochi, più semplici, meno rigidi indumenti in modo più trasandato o elegante,
Con le manicure, i denti sbiancati, barbe e capelli curati
A giorni alterni, possedendo meno cose o mandandole in malora,

Tanto intenti alla cura personale abbiamo trascurato la cura impersonale,
La cura estesa oltre noi stessi, l’aura di sollecitudine che circonda i nostri accessori,

Il mondo di asciugamani per il viso e porta tovaglioli e secchio del carbone
E tappeti d’ingresso in cocco e mancorrenti d’ottone e bricchi da latte e senape in polvere
E forme per le scarpe e portacravatte e cuscini sprimacciati gemelli e gilet e cappelli
E albi cartonati per i nostri bambini cartonati
E aceto di malto, bicarbonato di sodio per togliere lo sporco peggiore,

Come siamo diventati disattenti, ordinari e dissoluti,
Abbiamo smesso di raderci contropelo e in acqua fredda,
Non mangiavamo o bevevamo per strada a quei tempi, imperfetti e lentigginosi
Una mela era presa per quel che era, una cosa indistinguibile e un privilegio,
Non chimica al top della forma, un estere baby, respirando profumo e ancora trovando da ridire.

 

Trad. di Mia Lecomte e Andrea Sirotti
(da One Lark, One Horse, Faber&Faber, 2018)

 

Michael Hofmann (Friburgo, 1957) è un poeta e traduttore tedesco formatosi nel Regno Unito. È autore in inglese di due volumi di saggi e cinque raccolte poetiche, la più recente delle quali One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018). Tra le sue traduzioni: testi teatrali di Bertold Brecht e Patrick Süskind; poesie scelte di Durs Grünbein e Gottfried Benn; e romanzi e racconti, fra gli altri, di Franz Kafka, Joseph Roth, Peter Stamm, il padre Gert Hofmann, Thomas Bernhard.
Collabora regolarmente con la London Review of Books e la New York Review of Books, e insegna presso il dipartimento di inglese dell’Università della Florida.

Czesław Miłosz


Sempre ho desiderato una forma più capiente,
che non fosse troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di capirsi senza esporre nessuno,
né autore né lettore, a pene di più alto grado.

In sé la poesia è qualcosa di sconveniente:
esce da noi e non sapevamo che ci fosse,
dunque sbattiamo le palpebre, come se da noi fosse balzata
fuori una tigre, e stesse nella luce,
colpendosi i fianchi con la coda.

Perciò si dice giustamente che un dàimon detta la poesia,
pur se è eccessivo ritenere che sia di certo un angelo.
Difficile capire donde venga l’orgoglio dei poeti
se si vergognano quando traspare la loro debolezza.

Quale uomo assennato vorrà darsi in balìa dei dèmoni
che si muovono in lui liberamente, parlando mille lingue,
e non paghi di rubargli labbra e mano
tentano di mutare a proprio vantaggio il suo destino?

Poiché ciò ch’è morboso è oggi stimato,
qualcuno penserà che scherzo solamente
o che ho scoperto un altro modo
per lodare l’Arte tramite l’ironia.

Un tempo si leggevano soltanto saggi libri
che aiutavano a sopportare il dolore e la sventura.
Non è lo stesso, certo, sfogliare mille opere
provenienti da una clinica psichiatrica.

Ma il mondo è altro da come a noi appare
e noi non siamo come nel nostro farneticare.
La gente dunque conserva una tacita onestà,
acquisendo così la stima di parenti e vicini.

È questa l’utilità della poesia, che ci ricorda
com’è difficile restar sempre gli stessi,
perché la nostra casa è aperta, non c’è chiave alla porta
ed entrano ed escono ospiti invisibili.

D’accordo, quello che scrivo qui non è poesia.
Poiché poesia si può scrivere di rado, e non di propria voglia,
per coercizione intollerabile, e con la sola speranza
che buoni, non cattivi spiriti ci abbiano come strumento.

 

La fodera del mondo (Fondazione Piazzolla, 1966), trad. it V. Rosselli

1ª poesia più letta del 2019

di Costantino Kavafis

Quanto più puoi

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che diventi una straniera uggiosa.

 

53 poesie (Mondadori, 1996), traduzione di Filippo Maria Pontani

Poesia pubblicata il 23 gennaio 2019