Thierry Metz


Elle è amoureuse
mais retenue dans la lumière
avec moi
par un silence
don’t je ne sais rien
sinon qu’il sera le seul
après nous
encore en vie.

 

Tel que c’est écrit (L’Arrière-Pays, 2012)

*

 

Lei è innamorata
ma trattenuta nella luce
con me
da un silenzio
di cui non so nulla
se non che sarà il solo
dopo di noi
ancora in vita

 

Traduzione di Mia Lecomte

Roger Robinson


A Portable Paradise

And if I speak of Paradise,
then I’m speaking of my grandmother
who told me to carry it always
on my person, concealed, so
no one else would know but me.
That way they can’t steal it, she’d say.
And if life puts you under pressure,
trace its ridges in your pocket,
smell its piney scent on your handkerchief,
hum its anthem under your breath.
And if your stresses are sustained and daily,
get yourself to an empty room – be it hotel,
hostel or hovel – find a lamp
and empty your paradise onto a desk:
your white sands, green hills and fresh fish.
Shine the lamp on it like the fresh hope
of morning, and keep staring at it till you sleep.

*

Paradiso Portatile

E se parlo di Paradiso,
allora sto parlando di mia nonna
che mi disse di portarlo sempre
sulla mia persona, nascosto, così
che nessun altro sapesse tranne me.
Così non riescono a rubartelo, diceva.
E se la vita ti mette sotto pressione,
traccia i suoi crinali in tasca,
senti il suo profumo di pino nel fazzoletto,
canticchia il suo inno sotto al respiro.
E se hai stress forti e quotidiani,
vattene in una stanza vuota- albergo,
ostello o capanna- trova una lampada
e svuota il tuo paradiso su un tavolo:
le tue spiagge bianche, le verdi colline e il pesce fresco.
Fai risplendere la lampada come fresca speranza
del mattino, e continua a fissarlo sino a che non dormi.

Traduzione di Stefania Zampiga

Luciano Cecchinel

madre perduta

lontana oscura madre
per lungo latte
di strane cantilene
in me come in mancato grembo
quante vite fuggite
nell’assonnato limbo
di tante altre
tinnenti ninnenanne

dietro a te, madre
che ora torni da oceani di bruma,
con la bandierina
e la tenera assidua cantilena:
my country ‘tis of thee,
grand land of liberty

per i lampi di vene deflagrate,
madre perduta e oscura,
dove ancora, spasmodiche comete,
vite perdute
si sfanno incandescenti in stelle
come dentro gli occhi a fessura
le tue pupille
accese, dilatate

 

Lungo la traccia (Einaudi, 2005)

Eugenio Montale


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Tutte le poesie (Mondadori, 2005)

Luca Alvino


Un bacio cambierebbe la mia vita

Se io potessi darti un bacio breve
di certo la mia vita cambierebbe.
Un bacio solamente basterebbe,
ma dato bene, ma come si deve.

La bocca tua soave si dovrebbe
aprire lenta mentre mi riceve,
alle labbra assetate sembrerebbe
un frutto molle che si schiude lieve.

Stringendo la tua nuca con le dita
vorrei gustare tutta la dolcezza
del volto tuo e dell’anima sontuosa.

Dentro di me l’essenza più preziosa
terrei per sempre della tua bellezza,
e certo cambierebbe la mia vita.

 

Inedito

Fatos Arapi


Si S’të Desha Pak Më Shumë

Unë e desha përtej vdekjes,
Ashtu dashurova unë
Edhe prap s’ia fal dot vetes:
S’i s’e desha pak më shumë…
Pak më shumë ku shpirti thyhet,
T’i them ndarjes: – Prit, ca pak…
Të gënjejmë mallin që s’shuhet,
Kujtimin të gënjejmë pak.
Përtej vdekjes, përtej botëve,
Atje ku nis “ca pak” tjetër,-
Asaj që më rri mes Zotave:
“Si s’të desha pak më tepër…”.

 

*

 

Come ho fatto a non amarti un po’ più forte

Eppure l’ho amata molto oltre la morte,
solo così, io riuscivo ad amarla,
e comunque non posso perdonarmi
di non averla amata un po’ più forte.
Un po’ più forte dove l’anima si frattura,
chiederò: “un poco, ancora” a quanto ci separa,
per ingannare la nostalgia che non cede,
i ricordi insieme, inganneremo, per poco.
Oltre la morte, oltre tutti gli universi,
là dove inizia un altro “ancora un poco”
per te sola, che siedi in mezzo agli déi:
come ho fatto a non amarti un po’ più forte.

 

Traduzione di Julian Zhara

André Breton


Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già piú
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

 

Poesie (Einaudi, 1967) trad. it. G. Falzoni

Giuseppe Piccoli


Ah, la cara bocca baciata:
appena fu toccata apparve il suo viso
e nelle mani fu stretto un ricordarsi
e la lingua parlò che bello è il sorriso
sorpreso negli occhi. Nuova vita allora
mi coglie se vesto il mio corpo di foglie
per apparirti come albero in primavera.
La sera è tenue quando ti abbraccio
e l’andare si fa più breve
se pur solitario ripenso a quanto di baci
offriva la nostra comunione di allora
e nello specchio quelle figure mostrano
di nuovo il nostro inverno di ora
che cogliamo un poco d’eterno
del grembo dell’essere quaggiù
sperduti e quasi irrisi
e si scopre pace alla finestra illuminata
prima scordata che scrivevo versi di male.

Chiusa poesia della chiusa porta (Bertani, 1987)

Vittorio Sereni


Le sei del mattino

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

 

Poesie e prose (Mondadori, 2013)