René Char


Marta

Marta che questi vecchi muri non posson far propria, fonte dove si specchia la mia monarchia solitaria, come potrei dimenticarti dal momento che non ho da ricordarmi di te: tu sei il presente che s’accumula. Ci uniremo senza dover accostarci, prevederci, come due papaveri fanno in amore un anemone gigante.
Non t’entrerò nel cuore per limitarne la memoria. Non tratterrò la tua bocca per impedirle di schiudersi sull’azzurro dell’aria e sulla sete di partire. Voglio esser per te la libertà e il vento della vita che varca la soglia di sempre prima che la notte divenga introvabile.

Poesie (Einaudi, 2018), trad. it. G. Caproni.

Sergej Aleksandrovič Esenin


Versi miei, che cosa urlate a voce tanto alta?
O più nulla avete da offrire?
Io tento di intrecciarmi fra i capelli
i fili della quiete celeste.

Voglio essere severo e tranquillo,
studiare il silenzio dalle lontananze di una stella.
Ed è bello come i salici del viale
custodire la Russia addormentata:

è bello andare solo sull’erba
in questo autunno di luna,
raccogliere nella misera anima-sacca
qualche spiga trovata sulla strada.

Ma sempre chiama la pianura turchina.
Versi miei, devo buttarvi via?
Il mio lento viaggio carezza la sera
con una scopa dorata:

e mi dà gioia il grido ucciso dal vento
sulle cime del bosco:
«Anche col freddo tu vivi,
simile al biondo autunno dei tigli».

Poesie (CEI/Compagnia Edizioni Internazionali, 1968), trad. it. C. Ferrari.

Nicolás Guillén


I Caraibi

Nell’acquario del Grande Zoo
nuotano i Caraibi.
Questi animali
marittimi ed enigmatici
hanno un ciuffo di cristallo,
la groppa azzurra, la coda verde,
il ventre di spesso corallo,
grigie pinne di ciclone.
E sull’acquario, un’iscrizione:
«Attenti: mordono».

Elegie e canti cubani (Accademia Sansoni, 1971), trad. it. D. Puccini.

Aleksandr Blok


Rus’

Anche nel sogno sei strana.
Non toccherò la tua veste.
Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,
e nel mistero tu riposi, Rus’.

Rus’, circondata di fiumi
e avviluppata di boscaglie,
con stormi di gru e con paludi,
e con torbido sguardo di stregone,

dove popoli di vario aspetto
di paese in paese, di valle in valle
intrecciano balli notturni
sotto il bagliore di villaggi in fiamme.

Dove indovini con fattucchiere
ammaliano le graminacee sui campi,
e le maghe trescano coi diavoli
nei vortici di neve delle strade.

Dove furiosa la tormenta avvolge
sino al tetto la fragile dimora,
e la ragazza affila nella neve
contro l’amico perfido una lama.

Dove tutte le strade e i crocevia
sono estenuati da una viva gruccia,
e il turbine, fischiando tra le nude
verghe, canta leggende del passato…

Così ho riconosciuto nel sopore
la povertà della terra natia,
e nascondo la nudità dell’anima
nei brandelli dei suoi stracci.

Mi sono aperto sino al camposanto
una mesta viottola notturna
e, passando la notte al cimitero,
per lungo tempo ho intonato canzoni.

Ed io stesso non so, non ho compreso
a chi quelle canzoni eran rivolte,
in quale Dio credevo ardentemente
e chi era la ragazza del mio amore.

Tu hai cullato, Rus’, l’anima viva
nello spazio delle tue distese,
ed ecco – essa non ha contaminato
la sua primordiale purezza.

Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,
e nel mistero riposa la Rus’.
Anche nei sogni essa è strana.
Non toccherò la sua veste.

Poesie (Ugo Guanda, 2000), trad. it. A. M. Ripellino.

Eva Ström


La principessa dei canneti

Ma che tempo è questo, dimmi, quale luna
scivola rossa come sangue nel cielo giù tra le canne,

chi mise in guardia dal futuro, chi versò
stagno nell’acqua e trasse la sua carta divinatoria

chi andò a prendere una pietra nel mare, e trovò
un meteorite a forma di granchio

chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò
dagli alberi, per avere cura e consolazione

ancora la betulla ha le foglie, e il tiglio, l’ontano
il sambuco, il frassino; il nocciolo forma noci

e le canne cantano sotto giovani nuvole
il loro canto mattutino. Nel respiratore si aumenta

l’ossigeno e l’uomo di Omsk lotta
per la vita. Una fiamma brilla nelle pupille

della betulla. A quest’ora il mondo trattiene
il respiro davanti ai cattivi segni di un’ora di seta.

Voci di donne dal Nord (Crocetti, 2025), a cura di M.C. Lombardi.

Tomasz Różycki


Creoli, meticci

Se tu sei strana e sono strano anch’io
è cosa fatta: stupiremo il mondo
insieme e le famiglie nella via
ci segneranno a dito passeggiando.

Famosi e misteriosi, su di noi
inverosimili film gireranno
e allora noi di inverno in una tana
ci ritiriamo a far l’amore e basta.

Ci siam trovati in questo grande mondo
e ci riconosciamo dalla lingua.
Mostra, gattina, la lingua: una fiaba
ti narrerò. Staremo sempre insieme.

Ma ci tradisce la lingua e il mondo
uccide, trasforma in cenere e guazza.

Antimondo (Edizioni della Meridiana, 2009), trad. it. L. Masi e A. Ajres.

Isacco Turina

Ph. Gildo Nogueira Gomes

Sentirti passare nel buio
come un seme nel frutto. Prevedere
il momento in cui mancheremo, il dopo
delle piazze crollati i campanili
superbi. Ti trovo nel buio:
da una palude immensa come un occhio
emerge la pupilla che mi sfiora. Dobbiamo
amare in silenzio la terra che ama
i morti come un marmo le sue vene.

I destini minori (Il Ponte del Sale, 2017)

Jorie Graham

Siamo

già estinti? Chi ha
la mappa. Posso
guardare? Dov’è il mio
titolo. È verificabile

la mia storia? Ho
incluso la memoria
degli animali? Le memorie
degli animali. Sono

ancora qui loro? Siamo

soli? Guarda
spuntano
i filamenti. Di memorie. Di chi? Com’era
la terra?

Si muoveva
tramite noi? Qualcosa dice non-stop,
sei qui tu?
sono reali i tuoi

antenati hai un
corpo hai
te stessa in
mente puoi vedere le tue

mani? – lo hai rotto
il filo? – cerca di sentire lo
strappo dell’altro
capo – accertati dice che

i due capi siano
vivi quando tiri per
tentare di ri-entrare
qui. Un corvo

è arrivato mentre
trascrivo tutto
questo. In-
corporami

gracchia. Saltella
più vicino sul
muretto. Ti ricordi
il dolore il suo

avvicinarsi dice. Lo

guardo. Non avere
fretta dico ma
lui picchietta sul
muretto con il

becco. Il suo manto è
di sole. Mi guarda
lentamente perché
sono immobile &

impaziente. Fissa la mia

solitudine. Iniziano
le cicale. È un vero incontro
questo chiedo. Del vecchio
tipo? Quando c’erano

corvi. No
dice la luce. Tu
quasi non ci
sei. Il corvo è partito

tempo fa. Ora
segue il suo filo,
il suo percorso,
per sempre. Conosce

la corrente. Attraversa
le cicale, che tu non senti
ma che ti avvolgono ora. Ma
non è qui chiedo cercandolo

nelle mie strofe.
Non mi ha raggiunta
entrando qui?
Non è entrato qui

alla strofa otto? – & dove

va ora
quando se ne va,
quando ti dico il corvo è dorato,
quando ti dico ha preso il volo &

è partito, & è partito.

*

Are we

extinct yet. Who owns
the map. May I
look. Where is my
claim. Is my history

verifiable. Have I
included the memory
of the animals. The animals’
memories. Are they

still here. Are we

alone. Look
the filaments
appear. Of memories. Whose? What was
land
like. Did it move
through us. Something says nonstop
are you here
are your ancestors

real do you have a
body do you have
yr self in
mind can you see yr

hands – have you broken it
the thread – try to feel the
pull of the other
end – says make sure

both ends are
alive when u pull to
try to re-enter
here. A raven
has arrived while I
am taking all this
down. In-
corporate me it

squawks. It hops
closer along the stone
wall. Do you remember
despair its coming

closer says. I look

at him. Do not
hurry I say but
he is tapping the stone
all over with his

beak. His coat is
sun. He looks
carefully at me bc
I am so still &

eager. He sees my

loneliness. Cicadas
begin. Is this a real
encounter I ask. Of the old
kind. When there were

ravens. No
says the light. You
are barely here. The
raven left a

long time ago. It
is traveling its thread its
skyroad forever now, it knows
the current through the

cicadas, which you cannot hear
but which
close over u now. But is it not
here I ask looking up

through my stanzas.
Did it not reach me
as it came in. Did
it not enter here

at stanza eight – & where

does it go now
when it goes away
again, when I tell you the raven is golden,
when I tell you it lifted &

went, & it went.

2040 (Crocetti, 2025), trad. di A. Francini.

Nikola Madzirov

Quando qualcuno se ne va
tutto ciò che abbiamo fatto ritorna

a Maryan K.

Dall’abbraccio sull’angolo capirai
che qualcuno se ne va, da qualche parte.
È sempre così. Vivo fra due verità
come una luce al neon che tremola
in un corridoio vuoto.
Nel mio cuore c’è posto
per sempre più persone, perché ormai non ci sono più.
È sempre così. Passiamo un quarto della veglia
con gli occhi socchiusi. Dimentichiamo
le cose ancor prima di perderle – il quaderno
di calligrafia, per esempio.
Nulla è mai nuovo. Il sedile del bus
è sempre tiepido. Le ultime parole strascinate
come secchi sbilenchi a un falò estivo. Domani succederà
un’altra volta – il viso prima di sparire
dalla foto perderà le rughe.
Quando qualcuno se ne va
tutto ciò che abbiamo fatto ritorna.

Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025), a cura di P. Salabè

Dylan Thomas


A letter to my aunt
discussing the correct approach to modern poetry

To you, my aunt, who would explore
The literary Chankley Bore,
The paths are hard, for you are not
A literary Hottentot
But just a kind and cultured dame
Who knows not Eliot (to her shame).
Fie on you, aunt, that you should see
No genius in David G.,
No elemental form and sound
In T. S. E. and Ezra Pound.
Fie on you, aunt! I’ll show you how
To elevate your middle brow,
And how to scale and see the sights
From modernist Parnassian heights.

First buy a hat, no Paris model
But one the Swiss wear when they yodel,
A bowler thing with one or two
Feathers to conceal the view;
And then in sandals walk the street
(All modern painters use their feet
For painting, on their canvas strips,
Their wives or mothers minus hips).

Perhaps it would be best if you
Created something very new,
A dirty novel done in Erse
Or written backwards in Welsh verse,
Or paintings on the backs of vests,
Or Sanskrit psalms on lepers’ chests.
But if this proved imposs-i-ble
Perhaps it would be just as well,
For you could then write what you please,
Do not forget that ‘limpet’ rhymes
With ‘strumpet’ in these troubled times,
And commas are the worst of crimes;
Few understand the works of Cummings,
And few James Joyce’s mental slummings,
And few young Auden’s coded chatter;
But then it is the few that matter.
Never be lucid, never state,
If you would be regarded great,
The simplest thought or sentiment,
(For thought, we know, is decadent);
Never omit such vital words
As belly, genitals, and –,
For these are things that play a part,
(And what a part) in all good art.
Remember this: each rose is wormy,
And every lovely woman’s germy;
Remember this: that love depends
On how the Gallic letter bends;
Remember, too, that life is hell
And even heaven has a smell
Of putrefying angels who
Make deadly whoopee in the blue.
These things remembered, what can stop
A poet going to the top?

A final word: before you start
The convulsions of your art,
Remove your brains, take out your heart;
Minus these curses, you can be
A genius like David G.

Take courage, aunt, and send your stuff
To Geoffrey Grigson with my luff,
And may I yet live to admire
How well your poems light the fire.

*

Lettera a mia zia sul corretto approccio
alla poesia moderna

Per te, zia mia, che vorresti esplorare
Il Chankley Bore letterario,
Duro è il sentiero perché tu non sei
Un’ottentotta letteraria
Ma sei una colta e gentile signora
Che non conosce Eliot (a suo disdoro).
È un’onta, zia, che tu non scorga
Nessun talento in David G.
E nessuna armonia, nessuna forma,
In Ezra Pound e T. S. E.
È un’onta, zia! Ora ti mostrerò
Come elevare la mediocrità
E salire a vedere il panorama
Da una moderna altezza parnassiana.

Primo, compra un cappello,
Non un modello di Parigi
Ma di quelli che indossano gli svizzeri
Quando yodellano, una cosa a bombetta
Con qualche piuma per nascondere la vista;
E poi scendi in strade con i sandali
(I pittori moderni usano i piedi
Sopra strisce di tela per dipingere
Le loro mogli e madri meno i fianchi).

Forse sarebbe meglio che creassi
Qualcosa di nuovissimo,
Un romanzetto osceno scritto in erse
O in distici gallesi in senso inverso;
Oppure quadri sul dorso di giubbetti
O salmi sanscriti su lebbrosi petti.
Ma se ciò risultasse in-attuabile
Andrà bene lo stesso,
Potrai scrivere quello che ti piace,
E far versi moderni è alquanto facile.
Non dimenticare che «mignatta»
Fa rima con «mignotta» in questi tempi inquieti
E che le virgole sono il peggior delitto.
Pochi intendono Cummings, e pochi
I bassifondi mentali di Joyce,
E pochi le chiacchiere in codice
Del giovane Auden: d’altronde
Sono i pochi che contano.
Non essere mai chiara, non esprimere
Nessun pensiero o sentimento,
Se vuoi sentirti proclamare grande,
(Pensare, lo sappiamo, è decadente);
Non tralasciare parole vitali
Come pancia, (…) e genitali,
Perché son tutte cose che hanno parte
(E quale parte) in ogni buona arte.
Ricordati: ogni rosa è verminosa,
Ed ogni bella donna è contagiosa;
E ancora questo: l’amore dipende
Da come il guanto gallico pende.
Rammenta inoltre che la vita è inferno;
E il paradiso ha un tanfo
D’angeli putrescenti che su e giù
Fanno una gran baldoria dentro il blu.
Con questo in mente cosà fermerà
L’ascesa del poeta verso la sommità?

Un’ultima avvertenza: prima che ti comincino
Le convulsioni dell’arte,
Togliti il cuore, elimina il cervello;
Senza questo flagello, potrai sì
Essere un genio come David G.

Fatti coraggio, zia, e manda la tua roba
A Geoffrey Grigson con il mio «soffietto»,
E possa io vivere ancora
Per godere il successo dei tuoi versi
Nell’accendere il fuoco.

Poesie inedite (Einaudi, 1980), trad. it. A. Marianni.

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