Aleksandr Blok


Tutto morirà sulla terra – e la madre, e la gioventù,
La moglie tradirà, e scomparirà l’amico,
Ma tu impara ad assaporare un’altra dolcezza,
Guardando al freddo circolo polare.

Prendi la tua barca, arriva al polo lontano
Su pareti di ghiaccio – e sommesso dimentica
Come là si amava, si periva e si lottava…
E dimentica l’antica terra delle passioni.

E ai sussulti del freddo lento
Abitua l’anima stanca
Affinché qui non le occorra niente
Quando da là sgorgheranno i raggi.

 

7 settembre 1909

Rivista “Poesia” (n. 60, marzo 1993), traduzione di Paolo Galvagni

Iosif Brodskij


Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno,
quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato
come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Poesie (Adelphi, 1986), a cura di G. Buttafava

Anna Achmatova

Il giorno d’estate

Anelo le rose di quel giardino unico,
dove sta la migliore cancellata del mondo,

dove le statue mi ricordano giovane,
e sull’acqua della Nevà io ricordo loro.

Nel silenzio fragrante, fra tigli regali,
quasi avverto il cigolio di alberi di nave.

E, innamorato della bellezza del suo sosia,
come prima il cigno, nuotando, solca i secoli.

E dormono esanimi mille e mille passi
di nemici e amici, di amici e nemici,

e non scorgi la fine del corteo di ombre,
dal vaso di granito alle porte del palazzo.

Là le mie notti bianche mi sussurrano
di un amore alto e segreto.

E tutto arde di madreperla, diaspro,
ma arcana e nascosta è la fonte di luce.

 

La corsa del tempo (Einaudi, 1992), trad. it. M. Colucci

Ol’ga Sedakova

Tu ricorda, io dico, ricorda
tu ricorda, ti dico e piango:
ogni cosa scompare e muta
e la stessa speranza uccide.

Non v’è oceano che torni nel fiume,
né fiume che risalga alle fonti,
né a chi il tempo sia misericorde –

ma ti amo, ti amo come
se tutto questo fosse stato e sia.

Rivista “Poesia” (N. 262, Crocetti), trad. it. A. Mainardi

Sergej Aleksandrovič Esenin


Versi miei, che cosa urlate a voce tanto alta?
O più nulla avete da offrire?
Io tento di intrecciarmi fra i capelli
i fili della quiete celeste.

Voglio essere severo e tranquillo,
studiare il silenzio dalle lontananze di una stella.
Ed è bello come i salici del viale
custodire la Russia addormentata:

è bello andare solo sull’erba
in questo autunno di luna,
raccogliere nella misera anima-sacca
qualche spiga trovata sulla strada.

Ma sempre chiama la pianura turchina.
Versi miei, devo buttarvi via?
Il mio lento viaggio carezza la sera
con una scopa dorata:

e mi dà gioia il grido ucciso dal vento
sulle cime del bosco:
«Anche col freddo tu vivi,
simile al biondo autunno dei tigli».

Poesie (CEI/Compagnia Edizioni Internazionali, 1968), trad. it. C. Ferrari.

Aleksandr Blok


Rus’

Anche nel sogno sei strana.
Non toccherò la tua veste.
Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,
e nel mistero tu riposi, Rus’.

Rus’, circondata di fiumi
e avviluppata di boscaglie,
con stormi di gru e con paludi,
e con torbido sguardo di stregone,

dove popoli di vario aspetto
di paese in paese, di valle in valle
intrecciano balli notturni
sotto il bagliore di villaggi in fiamme.

Dove indovini con fattucchiere
ammaliano le graminacee sui campi,
e le maghe trescano coi diavoli
nei vortici di neve delle strade.

Dove furiosa la tormenta avvolge
sino al tetto la fragile dimora,
e la ragazza affila nella neve
contro l’amico perfido una lama.

Dove tutte le strade e i crocevia
sono estenuati da una viva gruccia,
e il turbine, fischiando tra le nude
verghe, canta leggende del passato…

Così ho riconosciuto nel sopore
la povertà della terra natia,
e nascondo la nudità dell’anima
nei brandelli dei suoi stracci.

Mi sono aperto sino al camposanto
una mesta viottola notturna
e, passando la notte al cimitero,
per lungo tempo ho intonato canzoni.

Ed io stesso non so, non ho compreso
a chi quelle canzoni eran rivolte,
in quale Dio credevo ardentemente
e chi era la ragazza del mio amore.

Tu hai cullato, Rus’, l’anima viva
nello spazio delle tue distese,
ed ecco – essa non ha contaminato
la sua primordiale purezza.

Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,
e nel mistero riposa la Rus’.
Anche nei sogni essa è strana.
Non toccherò la sua veste.

Poesie (Ugo Guanda, 2000), trad. it. A. M. Ripellino.

Sergej Gandlevskij

C’è nella vita vegetativa di un poeta
Un periodo malefico, nel quale
Egli fugge la luce del cielo
E teme il giudizio degli uomini.
E dal fondo di un pozzo cittadino
Spargendo il miglio ai colombi
Con un orribile giuramento promette
Di vendicarsi alla prima occasione, ma,

Grazie a Dio, sulla veranda della dacia,
Dove il gelsomino arriva alla mano,
Abbiamo imparato a volare
Dal violino furioso di Vivaldi –
Ecco, il vuoto sale in alto,
Dall’altezza del vuoto l’anima
Cade a terra e si sente raggelare,
Ma i fiori toccano il gomito…

Non conosciamo nulla per bene,
Siamo vigliacchi, beviamo vodka,
Spezziamo i fiammiferi per l’agitazione
E rompiamo le stoviglie per debolezza,
Ci impegniamo a dire la cruda verità
Senza lusinghe, a bruciapelo.
Ma i versi non sono strumento di vendetta,
Bensí la fonte di un onore argenteo.

La nuova poesia russa (Crocetti Editore, 2003), trad. it. P. Galvagni

Osip Mandel’štam

Tristia

Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine. E mi piego al rito della notte
del gallo, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianger di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola “commiato”, sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito del gallo
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova
sulla cinta muraria le ali sbatte?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giù la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro mi vola!
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi. Tutto sarà di nuovo.
Solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma così sia: giace in un terso piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte da guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

Cinquanta poesie (Einaudi, 1998), trad. it. Remo Faccani

Arsenij Tarkovskij


I primi incontri

Ogni istante nei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.

Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: «Tu sia benedetta»,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo col rasoio in mano.

Stelle tardive (Giometti & Antonello, 2017), trad. it. G. Zappi.

Sergej Aleksandrovič Esenin

La blusa azzurra. Gli occhi celesti.
Con la mia donna non sono mai stato sincero.

Lei mi chiedeva: «C’è ancora tormenta?
Accendiamo la stufa, rifacciamo il letto.»

E io a risponderle: «Cara, adesso dall’alto
qualcuno sparge manciate di fiori bianchi.

Accendi tu la stufa, rimbocca il letto.
È nel mio cuore che grida la tormenta quando tu non ci sei.»

Poesie (CEI/Compagnia Edizioni Internazionali, 1968), trad. it. C. Ferrari.

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