Yehuda Amichai

Sguinzagliare ricordi

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Lea Goldberg


Beati coloro il cui sorriso sbocciò nella bufera
come luce di stella sulla furia delle onde,
beati coloro che si incontrano in giorni tristi
e la loro letizia splende nell’ombra.

Beato chi venne nel giorno dell’amarezza
e lume per l’amico fu il suo lume,
beato il nostro amore nei suoi patimenti,
è lui stesso ricompensa al patire.

Beata, me beata che nel cavo della mia mano
mi fu dato di riscaldare le tue dita
il giorno che mi apparve davanti la mia morte,

e una sola scintilla dal fulgore dei tuoi sguardi
alle mie tenebre portai come un monile.

Versi a Dio (Crocetti, 2024), trad. it. del testo a opera di P. Messori.

Chaím Guri


Ancora sulla pioggia

Ecco la pioggia senza schiarite che invocavi
dall’inizio di settembre.
Ed ecco ancora lampi su di te.
E come rispondendo al tuo richiamo torna a destarsi il tuono lontano
e sempre più ricorda e si approssima ad essere anche tuo.

Gerusalemme di pietre pesanti,
di ulivi e di tenebre.

E tu sai con certezza, fra la seconda e la terza veglia,
di essere solo un lungo silenzio,
di essere molta acqua,
e che sul tuo viso scorrono le cose indubitabili,
che furono sempre, che mai moriranno in te.

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

Sarai Shavit

Ph. Ido Lavie

 

Lingua madre

Quel che facciamo con la nostra lingua
non potremo farlo con i nostri figli
quel che facciamo con i figli
non potremo farlo con i genitori.
Quel che diciamo con la nostra lingua
rimane nella testa dei nostri figli.
Tempo fa mia mamma mi disse “un anello d’oro,
se cade nel fango,
rimane pur sempre
un anello d’oro”.

Poesia tradotta da Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano

Dalia Rabikovitch

dalia-rabikovitch

Ecc. ecc.

Cos’è l’amore? ho chiesto a Idò
e lui m’ha guardato brusco di traverso
e mi ha detto con rabbia e compassione:
se ancora non lo sai
non lo saprai mai più.
E allora io gli ho detto senza rabbia e senza compassione
ma con sguardo accattivante, un poco divertito
io lo so cos’è l’amore
volevo solo controllare la tua verbalità
la tua capacità di espressione in ebraico,
e poi volevo anche un pizzico di rabbia e compassione
per non perdere la tensione,
perché non si cominci ad annoiarci a vicenda
e non si bisticci e non ci si chieda scusa,
che poi mi ci rodo,
io lo so cos’è l’amore.
Amo te, per esempio.

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), a cura di A. Rathaus

Dalia Rabikovitch

Tre quattro ciclamini bianchi
e poi ho un vaso dovizioso di foglie
che non la smette più di scalare il soffitto
e ho risorse, tesori
e un piccolo segreto non tremendo
che filtra nella vena della mano
e tinge il mio sangue di fulgido rosso.
Ora sei tutto preso da molti calcoli
a me non pensi, non parli,
davvero nell’ètere sommo
librato
come una lieve nebbia che si mischia alle nubi
e con le loro gocce spande polvere di perle all’alba.
L’ho sempre saputo che m’avresti trattata così,
una storia da niente
senza alcun risvolto misterioso.
Ma quel monte digradante nel mare
a picco nel diafano turchino dell’acqua ti ha scordato,
quel monte è tutto mio
non tuo.

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

Natan Zach

Per la prima volta
comincio a dubitare
di riuscire davvero a raggiungere quaggiù
ciò che dentro di me
chiamai felicità.

Non ne avevo dubitato mai.
Ma una sera vuota di desiderio

mi insinua questo dubbio nel cuore.
Dubbio che certo conobbero anche
gli scalatori di alti monti

vedendo la bianca vetta innevata
con il petto vuoto di scalata,
vuoto di monti.

 

Sento cadere qualcosa (Einaudi, 2009), traduzione di Ariel Rathaus

Gad Kaynar

שפת אמי

 

כְּשֶׁנּוֹלַדְתִּי הָיְתָה שְׂפַת אִמִּי אֲסוּרָה

גַּם אִמִּי הָיְתָה אֲסוּרָה כִּי כְּשֶׁנּוֹלְדָה

נֶחְגְּגָה לֵדָתָהּ בְּשָׂפָה אֲסוּרָה.

וְהִיא מֵעַטָּה לֶאֱכֹל, וְהִשְׁתַּדְּלָה לָלֶכֶת

בַּצְלָלִים כְּדֵי לֹא לְהַטִּיל אֶת צִלָּהּ,

כְּדֵי שֶׁרְזוֹנָהּ לֹא יַזְכִּיר מֶה עָשׂוּ

אֵלֶּה שֶׁדִּבְּרוּ בִּשְׂפָתָהּ וּמֶה חָבָל

שֶׁלֹּא עָשׂוּ גַּם לָהּ.

וּכְשֶׁהָיִיתִי מִתְפָּרֵץ לַכְּבִישׁ וְהִיא

אָמְרָה תִּזָּהֵר בִּשְׂפָתָהּ הָאֲסוּרָה

הִכִּיתִי אוֹתָהּ

וְנָשַׁכְתִּי בִּבְשַׂר זְרוֹעָהּ כְּדֵי

לְקַעְקְעָהּ

כְּדֵי שֶׁיִּרְאוּ שֶׁאֲנִי לֹא

מִדּוֹבְרֵי הַשָּׂפָה הָאֲסוּרָה.

שֶׁדָּבָר אֵין לִי אִתָּהּ.

 

La lingua di mia madre

Quando sono venuto al mondo, la lingua di mia madre era vietata
e anche mamma era proscritta, poiché la sua nascita
era stata celebrata in una lingua bandita.
Mangiava poco e cercava di camminare
nell’oscurità perché non si vedesse alcuna ombra
perché la sua magrezza non rammentasse cosa avevano fatto
quelli della sua lingua e quale peccato fosse
che non l’avessero fatto anche a lei.
Quando mi buttavo in strada e lei
diceva Achtung nella sua lingua vietata
la picchiavo
e le mordevo la carne dell’avambraccio per
rimuovere il tatuaggio
e mostrare che non
è mia la lingua proibita.
E io e lei non abbiamo nulla a che spartire.

 

Traduzione in italiano di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano

Rachel Bluwstein

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה‭, ‬בְּדִידוּת‭ ‬חַיָה‭ ‬פְּצוּעָה
שָׁעוֹת‭ ‬עַל‭ ‬שָׁעוֹת‭ ‬אֶשְׁכַּב‭. ‬אַחֲרִישׁ‭.‬
הַגּוֹרָל‭ ‬בָּצַר‭ ‬בְּכַרְמִי‭ ‬אַף‭ ‬עוֹלֵלוֹת‭ ‬לֹא‭ ‬הוֹתִיר‭.‬
אַךְ‭ ‬הַלֵּב‭ ‬הַנִּכְנָע‭ ‬סָלַח‭.‬
אִם‭ ‬הַיָּמִים‭ ‬הָאֵלֶּה‭ ‬אַחֲרוֹנֵי‭ ‬יָמַי‭ ‬הֵם‭ ‬‮–‬
אֱהִי‭-‬נָא‭ ‬שְׁקֵטָה‭,‬
לְבַל‭ ‬יַדְלִיחַ‭ ‬מִרְיִי‭ ‬אֶת‭ ‬כָּחֳלוֹ‭ ‬הַשָּׁקֵט
שֶׁל‭ ‬שַׁחַק‭ ‬‮–‬‭ ‬רֵעִי‭ ‬מֵאָז‭.‬

*

 

Nella mia grande solitudine

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.
Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

Poesie (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sara Ferrari

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Natan Zach


Dal “Manuale del nomade”

Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire
non scordarti di chiudere la porta a chiave
non scordarti di baciare tua moglie sulla bocca e sull’orecchio
non scordarti di dondolare la piccola culla
senza spaventare il bambino.
Non scordarti la torcia elettrica
e portati dietro le batterie.
Tu sai quando parti
ma non quando tornerai.
Forse tornando la finestra sarà chiusa
e la porta di casa chiusa a chiave,
tua moglie non distinguerà i tuoi passi
e tuo figlio non saprà più chi sei.
Attento, o tu che parti per terre lontane,
non metterti in cammino se intendi
tornare.

 

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

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