Luigi Di Ruscio


Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta, pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

Poesie scelte 1953-2010 (Marcos y Marcos, 2019), a cura di M. Gezzi

Jean Soldini


In un senso e in senso contrario

Esercita il buon uso di sé, l’abitudine,
è il suo forte.
Eppure a volte esplode in ostilità sbilenche
tra case ocra, piante confuse e odorose,
sedimenti di sporcizia.

L’inconciliabile prima del cielo
e della striscia di mare,
prima dei muretti,
dello stuolo indolente di lampadine colorate.
Come le ore si susseguono,
ma attraversano la notte
in un senso e in senso contrario.

Prima del cielo e del mare (Interno Libri Edizioni, 2026)

Carla Ghisani

Da bambina credevo di essere un maschio
come tutti i miei pari,
fratelli, cugini, compagni di giochi fra i campi, lungo gli argini,
in caserma tutti erano maschi,
tranne le madri e pochi altri adulti,
e perché mai io no?

Adulta, non ero
Nemmeno dopo mezzo secolo lo sarei diventata

E scappavo veloce su bici con la canna,
salivo sugli alberi come un gatto,
tappandomi le orecchie ai richiami
sei femmina, scendi, chiudi le gambe

Sono esperta nell’arte di scappare
e scendere dagli alberi a gambe chiuse,
ve l’assicuro,
non è cosa,

non si può fare

La pazienza delle meduse (Interno Libri Edizioni, 2026)

Francesca Basso

Ph. Angelo Cimino

abito la pratica dello sbando
sconfino, non mi faccio trovare
sgraffigno ciondoli con le madonne
nel chiostro recito versi
di api carogne

smarco il centro
ci piscio dentro
cerco l’erba bagnata
il sole che sbatte
lanugine del regno

disincaglio lo sguardo
lo metto a servizio dei piedi
lascio le creste iliache al comando

disseppelisco madre stella
dal mondo di gelo, tolto il calzare
destino una fiducia nel nodo

mastico il dio negli spazi di luminanza
lui non è fatto a nostra immagine e somiglianza

stellacarogna (Interno Libri Edizioni, 2026)

 

Valentina Colonna

Ph. Daniele Ferroni
Taranto ha un dolore per le strade che si tengono
strette con i ponteggi in ferro
da settant’anni in lotta per reggere la storia.

Lei scorre in tini d’acqua calanti dal balcone
in un pianto di bambini che scrutano i passanti
mentre giocano a pallone in calzoncini corti.

La decadenza sorride con le ginocchia sbucciate.
È un paniere di segreti che scende la ringhiera
pescando ad occhi chiusi in questo mare-porto.

Le ciminiere all’orizzonte fumano e non guardano
anche nell’ora della siesta, quando ancora le città
sono in potere dei gatti – padroni veri del sole.

Tralicci come cipressi affilano il cielo del cimitero
e le pale corrono al vento come il cane nel grano,
nel teatro abbandonato tra gli ulivi infuocati.

Le civiltà sommerse bruciano le radici che non vedi:
brucia il tempo affondato che chiami dimenticanza,
le ombre che calpesti nel brusio che fanno gli occhi.

Nelle radici (Nino Aragno, 2026)

Aristeidis Kalàrgalis


α΄
Αγάπησα το παρελθόν
Κυνηγώντας το μέλλον
Έτσι λησμόνησα
Το σήμερα

β΄
Μια ρυτίδα
Στις μέρες του χρόνου
Ορίζει τη ζωή
Που διάβηκες

γ΄
Οι μέρες ασπρίζουν ολοένα
Απομακρύνονται
Σαν φύλλα ημερολογίου
Γεμάτα διαγραφές

*

1
Ho amato il passato
Inseguendo il futuro
Così ho dimenticato
L’oggi

2
Una ruga
Sui giorni del tempo
Delimita la vita
Che hai attraversato

3
I giorni s’imbiancano via via
Si allontanano
Come pagine di un diario
Pieno di cancellature

Traduzione di Viviana Sebastio

Ágota Kristóf


Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

 

Chiodi (Casagrande, 2018), trad. it. di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Francesca Mannocchi

Ph. Chiara Pasqualini-Mpl
Abitare

è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
                 potesse trattenere il vento,
che un fuoco
                 potesse addomesticare la notte,
che una porta
                 potesse difendere la promessa del mattino.

Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.

La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:

«Io sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».

La guerra non distrugge le case.

Disfa l’idea di casa.

Spezza il verbo che ci fonda:

Resto, quindi sono.

La guerra toglie la possibilità della durata.

L’uomo che è costretto a fuggire
non lascia una stanza:

perde la grammatica del quotidiano,
il libro degli atti minimi
che tengono insieme il pensiero:

apri,
       chiudi,
             lava,
                  posa,
                        attendi...

resta.

In tempo di guerra, abitare non significa ripararsi:

significa non essere cancellati.

Abitare diventa insurrezione silenziosa:

continuare a disporre il pane
anche quando il pane non c’è.

Continuare a dire «qui»
a chi ci vuole altrove.

Anche in una tenda

(che è già esilio).

Anche in un campo profughi

(che di quell’esilio è l’atlante).

Ho camminato fra tende tutte uguali.

Le abitazioni temporanee
della burocrazia quando nomina il dolore.

Io le ho viste farsi città:

centomila vite piantate nel vento,
un’urbanistica di sopravvivenza.

Nei campi la casa non è un luogo,

è una costellazione di oggetti sopravvissuti:

una tanica d’acqua,
                   un lembo di coperta,
                                     un chiodo piantato nel nylon.

Oggetti con una liturgia:

si lava ciò che si può,
si mangia ciò che non marcisce,
si dorme in diagonale
              perché il corpo impari
                          a essere meno del necessario.

Nel campo, ogni mancanza diventa invocazione:

sapone,
            calore,
                     luce,
                            pudore.

Il corpo, quando non può pulirsi,
si ricopre di memoria.

Ogni assenza si fa preghiera:

«Dio, dacci oggi il nostro sapone quotidiano».

E se il sapone non c’è,
ci si lava con la memoria.

La notte il freddo passa sotto le tende
e sembra un animale che cerca qualcosa da divorare.

I bambini si stringono ai corpi delle madri,
e i corpi delle madri si fanno muro,
una muraglia di carne che dice: resisti!

Ho visto donne contare i minuti tra un pasto e l’altro.

Non il tempo del giorno,
                                      ma il tempo della fame.

Perché nei campi il tempo non scorre,
si misura in distanza dalle cose necessarie.

Abitare in guerra

è dire:

«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».

È l’atto politico più nudo,

resistere con i gesti:

                 con le mani che lavano,
                       con il pane che manca,
                             con il corpo che insiste sulla terra.

Abitare è dire alla violenza:

«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».

                      Abitare
                      è la prima forma di fede.

                      Restare
                      è la seconda.

Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Laura D’Angelo


L’amore per sempre

Piango di mare e piango di sale
piango di sonno e piango di boria
piango di nenia e piango di noia
piango il pianto di ieri,
il pianto di anni, giorni,
mesi, istanti
il pianto sbiadito di vecchi rimpianti.
Piango le me adolescente
la bambina paziente
l’innamorata perenne
la me inquieta, ingenua,
impaziente,
la me a suo modo ribelle
la me che non vuole la fine
la me del tutto che resta,
nonostante il dolore,
il rimpianto, lo sbaglio, lo stupore
piango perfino quella canzone.

Piango il segno sul viso,
il sapore svanito di un bacio
improvviso.
Piango perché la nostalgia
è un dolore gentile,
tutto quello che ha inizio
inizia a finire,
piango un segno
inclemente,
per me che piango i sogni
l’amore per sempre.

Mio amore (Interno Libri Edizioni, 2026)

Nino Iacovella

Io credo in un solo Io, creatore del ceto e della guerra,
credo nel capitale finanziario, nei paradisi fiscali,
nella massimizzazione del valore per gli azionisti,
nella terra come fattore produttivo
destinato al lavoro degli immigrati,
credo nei meno abbienti destinati alle periferie
nella marginalizzazione del conflitto sociale
che ci rafforza nella competizione globale

Credo nella flessibilità del lavoro,
nell’esercito di mano d’opera di riserva,
nella trickle down economy

Credo nel mercato, che ci rende liberi
di scegliere
, credo nei rider
nuovi cavalieri del lavoro, avventurieri
di un’epoca senza epica, imprenditori
di sé stessi fuori dalla noia operaia

Credo nella catena globale del valore,
nella produzione dislocata nei paesi
senza diritti e a basso salario

Credo nella dislocazione della produzione
come la celere disloca la spalla del manifestante
quando è a terra, inerme, battuto

Credo nella debolezza della forza contrattuale
dei lavoratori, così come credo nella forza
della propaganda e dell’immagine pubblicitaria

Io credo in un solo Io, nella classe media assuefatta
al limpido calore dell’acqua, alle nostre estati in vacanza,
alle acque termali che ci lessano come rane bollite

Io credo in te, dio Io che hai la mia stessa faccia,
credo nella mia generazione che ha eretto
cattedrali egotiche e scavato fossati comuni
per difenderci dagli assedi della morte

Credo in un solo Io, nel mostro interno
che ci vive dentro,
come nel dipinto di Goya
dove Saturno, con occhi alieni, divora il figlio
strappando a brandelli la carne
della propria carne.

La parte arida della pianura (Pietre Vive, 2026)

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