
Betty Blue
I have always been this beautiful
And this dead.
Like pages ripped from a passionate book,
I have always been stitched
To the inside of someone’s greatcoat,
Someone’s tender cheek.
From my soft cot, I look only up,
Never out, glad
For the implacable pale blue of this room
Where I’m bundled and belted down,
Waiting for something that happened long ago—
Before medicine, before intermission,
Before that warm weight above me or below,
Breathing and saying my name.
The shapes of words enter and play
At making sense. A globe
Of daylight, like a cat, caught
In tree boughs.
I wanted a different kind of pain. For it to come
From inside and want out
And to rip its way there, howling that fat, flat way
Life does.
To lift up my skirt and forget for once
What to expect.
*
Betty Blue
Sono sempre stata così bella
e così morta.
Come pagine strappate da un libro appassionante,
sono sempre stata cucita
dentro il cappotto di qualcuno,
alla tenera guancia di qualcuno.
Dal letto morbido, guardo solo in alto
mai fuori, felice
del celeste implacabile di questa stanza
dove sono bloccata e impacchettata,
aspettando qualcosa accaduto tempo fa –
prima della medicina, prima dell’intervallo,
prima di quel peso caldo sopra di me o sotto,
che respira e dice il mio nome.
Le forme delle parole entrano e giocano
a dare senso. Una sfera
di luce diurna, come un gatto intrappolato
tra i rami di un albero.
Volevo un dolore diverso. Che venisse
dall’interno e volesse uscire fuori
e si facesse strada, ululando in modo pieno,
piatto, come fa la vita.
Sollevare la gonna e dimenticare per un attimo
cosa aspettarmi.
La domanda del corpo (Interno Poesia Editore, 2025), a cura di Elena Strappato
