Jean Soldini


In un senso e in senso contrario

Esercita il buon uso di sé, l’abitudine,
è il suo forte.
Eppure a volte esplode in ostilità sbilenche
tra case ocra, piante confuse e odorose,
sedimenti di sporcizia.

L’inconciliabile prima del cielo
e della striscia di mare,
prima dei muretti,
dello stuolo indolente di lampadine colorate.
Come le ore si susseguono,
ma attraversano la notte
in un senso e in senso contrario.

Prima del cielo e del mare (Interno Libri Edizioni, 2026)

Carla Ghisani

Da bambina credevo di essere un maschio
come tutti i miei pari,
fratelli, cugini, compagni di giochi fra i campi, lungo gli argini,
in caserma tutti erano maschi,
tranne le madri e pochi altri adulti,
e perché mai io no?

Adulta, non ero
Nemmeno dopo mezzo secolo lo sarei diventata

E scappavo veloce su bici con la canna,
salivo sugli alberi come un gatto,
tappandomi le orecchie ai richiami
sei femmina, scendi, chiudi le gambe

Sono esperta nell’arte di scappare
e scendere dagli alberi a gambe chiuse,
ve l’assicuro,
non è cosa,

non si può fare

La pazienza delle meduse (Interno Libri Edizioni, 2026)

Francesca Basso

Ph. Angelo Cimino

abito la pratica dello sbando
sconfino, non mi faccio trovare
sgraffigno ciondoli con le madonne
nel chiostro recito versi
di api carogne

smarco il centro
ci piscio dentro
cerco l’erba bagnata
il sole che sbatte
lanugine del regno

disincaglio lo sguardo
lo metto a servizio dei piedi
lascio le creste iliache al comando

disseppelisco madre stella
dal mondo di gelo, tolto il calzare
destino una fiducia nel nodo

mastico il dio negli spazi di luminanza
lui non è fatto a nostra immagine e somiglianza

stellacarogna (Interno Libri Edizioni, 2026)

 

Laura D’Angelo


L’amore per sempre

Piango di mare e piango di sale
piango di sonno e piango di boria
piango di nenia e piango di noia
piango il pianto di ieri,
il pianto di anni, giorni,
mesi, istanti
il pianto sbiadito di vecchi rimpianti.
Piango le me adolescente
la bambina paziente
l’innamorata perenne
la me inquieta, ingenua,
impaziente,
la me a suo modo ribelle
la me che non vuole la fine
la me del tutto che resta,
nonostante il dolore,
il rimpianto, lo sbaglio, lo stupore
piango perfino quella canzone.

Piango il segno sul viso,
il sapore svanito di un bacio
improvviso.
Piango perché la nostalgia
è un dolore gentile,
tutto quello che ha inizio
inizia a finire,
piango un segno
inclemente,
per me che piango i sogni
l’amore per sempre.

Mio amore (Interno Libri Edizioni, 2026)

Patrizia Baglione


Quando ero nuda nello specchio
per la prima volta ho visto una donna.
Aveva dita e bocca consumate,
quasi mozzate dalla fame e la pelle,
tutta la pelle era scura.
Le smagliature, come le pene,
percorrevano la sua assenza.
Era lì, davanti i miei occhi, eppure
non esisteva. Lo sentivo dalla
trasparenza dello sguardo:
me lo posava sopra e non aveva
nessun peso.

Bucaneve (Interno Libri Edizioni, 2026)

Mauro Liggi


Il volto di mia madre
è scolpito sull’acqua
quello sguardo
ad ogni mia febbre
sinopi raggi di sole
nei suoi occhi malachite
la pioggia ne disegna le rughe
perle di mare
ostrica la mia bocca
la fronte attracco
di vecchie parrucche
per un male mai vinto.

Il volto di mia madre
lenzuolo che tiene a galla.

Il cifrario della solitudine (Interno Libri Edizioni, 2026)

Giuseppina Biondo

Insegnami allora questo senso
del tempo, quello per cui bisogna
aspettare, prima di conoscersi davvero,
prima di scegliersi, dirsi due. La superficialità
che si addita durante questa attesa
è forse la formula più precisa
per avere una possibilità profonda
– dalla radice della terra, in unione,
alle piante dei nostri piedi nudi. Rimedi
sono il nostro ascolto e lo spogliarsi
nell’azzardo pieno, nel tuffo da uno scoglio
troppo alto per chiunque altro ci parli.
«Sul serio, che ne pensi? Se ascoltassi
il suono del bollitore in cucina e di questo
metronomo che scandisce la conoscenza
di me e di te, L.»

(11 maggio 2025, Milano)

Complemento di relazione (Interno Libri Edizioni, 2026)

Mario Giampaolo


Hai abitato il mio petto
come le case al mare
nei mesi sbagliati.

Pioggia per giorni
e nella mia testa
la tua cerata gialla
il diavolo a quattro.

Al primo sole ti allungavi
con lo stesso segreto
dell’erba alta
collezionavo quelle ombre
con l’ottimismo delle fioriture.

Ora il silenzio d’agosto
secca i gerani
e l’affetto
che spinge al pianto.

Settembre crescerà
in forma di reliquiario.
I marmi sono in viaggio.

Cronache primitive (Interno Libri Edizioni, 2026)

Danila Giancipoli


Solo dischi buoni

Dovevo andarmene, ma non ho fatto le valigie.
Invece cammino scalza mi ricordo che è estate
la pelle sola, la pelle calda.
Dovevo festeggiare ma maggio è finito.
Allora indosso poche cose, nemmeno lego i capelli.
Metto su un disco buono, i vicini capiranno.
Che tocca ballare bene da sole, ricordarsi del sangue che pompa
dei desideri da bambina.
Pure se ti hanno umiliato minacciato non amato
trovi le parole per le tue canzoni senza musica.
L’unica cosa che so fare è mettere su dischi buoni
aspettare notti migliori, scene nuove per questo film.
Eppure sembra che t’abbiano sparato in petto
rovine di una voragine e non sei più bambina.
L’amore che ti è capitato un po’ dannato,
oh, di nuovo ancora.

Lui era come
ascoltare Charlie Parker o sognare New York
ma scalza sotto la pioggia dicendo,
oh no, di nuovo ancora.
Ci ho creduto ho ballato a tempo tipo sassofoni e pianoforti.
Muovo la testa faccio un laccio a questo amore
non ditemi di smettere,
oh no, scelgo un disco buono prima che scenda il sipario.
Dimenticare è vile, risuoneranno melodie
famigliari
tornerò a casa
ci faccio qualcosa
con tutta questa roba, con tutta questa storia.
Un disco buono è tutto quello che serve.

Cinema all’aperto (Interno Libri Edizioni, 2024)

Riccardo Mey


Triangoli di libertà

La metafora della bolla è sopravvalutata
e dà adito a drammatici fraintendimenti.
– Vabbe’ dai, t’ho appena sfiorato e, poi,
insomma, è una bolla, che vuoi che sia?

Triangoli. Ecco una buona metafora.
Triangoli acuminati. Triangoli di libertà.

A parte che già a starci dentro, a un triangolo,
è cosa ben meno confortevole, rispetto a una bolla.
Si capisce subito che la libertà non è facile.
Che il cerchio non si chiude, e qualcosa non quadra.

I vertici del triangolo delle mie libertà sono
aguzzi. Sono punte di lancia.

Se mi prendo troppa libertà, rischio
di trafiggerti il costato. O quantomeno,
rischio di farti una di quelle mosse,
che al campetto chiamavamo la vecchia*.

O, ancora, rischio di perforarti un timpano
con la musica che il mio smartphone
vomita fuori a volume smodato.
Un volume che dovrebbe essere illegale.

Esattamente come lo smartphone
del gentile signore sulla sticazzina**
seduto qui a fianco, al tavolino
del bar di periferia.

Che codesta presa di libertà perforante,
appuntita, mi sta rovinando lo spettacolo
degli alberi in fiore che con i loro rami
misurano il cielo grigio che fa da cornice
alla casa di riposo qui di fronte.

Via d’uscita dov’egli andrà presto.
E dove io, un istante dopo, lo seguirò.

NOTE:
* “La vecchia” si verifica quando un/a giocatore/rice del campetto,
con più o meno involontarietà, colpisce con il proprio ginocchio
l’esterno coscia dell’avversario/a, causandogli/le un dolore lancinante,
improvviso ma non duraturo.

** “La sticazzina” è quella fascia d’età che potrà anche essere veneranda,
ma se ti comporti da cafone/a… be’, ‘sticazzi.

Letteralmente. Parole su carta (Interno Libri Edizioni, 2026)

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