
Triangoli di libertà
La metafora della bolla è sopravvalutata
e dà adito a drammatici fraintendimenti.
– Vabbe’ dai, t’ho appena sfiorato e, poi,
insomma, è una bolla, che vuoi che sia?
Triangoli. Ecco una buona metafora.
Triangoli acuminati. Triangoli di libertà.
A parte che già a starci dentro, a un triangolo,
è cosa ben meno confortevole, rispetto a una bolla.
Si capisce subito che la libertà non è facile.
Che il cerchio non si chiude, e qualcosa non quadra.
I vertici del triangolo delle mie libertà sono
aguzzi. Sono punte di lancia.
Se mi prendo troppa libertà, rischio
di trafiggerti il costato. O quantomeno,
rischio di farti una di quelle mosse,
che al campetto chiamavamo la vecchia*.
O, ancora, rischio di perforarti un timpano
con la musica che il mio smartphone
vomita fuori a volume smodato.
Un volume che dovrebbe essere illegale.
Esattamente come lo smartphone
del gentile signore sulla sticazzina**
seduto qui a fianco, al tavolino
del bar di periferia.
Che codesta presa di libertà perforante,
appuntita, mi sta rovinando lo spettacolo
degli alberi in fiore che con i loro rami
misurano il cielo grigio che fa da cornice
alla casa di riposo qui di fronte.
Via d’uscita dov’egli andrà presto.
E dove io, un istante dopo, lo seguirò.
NOTE:
* “La vecchia” si verifica quando un/a giocatore/rice del campetto,
con più o meno involontarietà, colpisce con il proprio ginocchio
l’esterno coscia dell’avversario/a, causandogli/le un dolore lancinante,
improvviso ma non duraturo.
** “La sticazzina” è quella fascia d’età che potrà anche essere veneranda,
ma se ti comporti da cafone/a… be’, ‘sticazzi.
Letteralmente. Parole su carta (Interno Libri Edizioni, 2026)
