quando i batteri che ho saziato
mi vedranno giudicato
insorgeranno, pensandomi
avaro d’un corpo non mio,
e divoreranno
questi raffermi ricordi
già lacerati dall’aria
e presto o tardi
verranno a strappare
anche il lacerto della tua traccia
che ho già dimenticato,
contagiato dalla malattia
che non potrò mai sentire.
Allora forse diverrai
un’effimera fiamma
meditata da tutta la vita,
trattenuto sorriso.
Tu non lo potrai mai sapere
se la vita, quando vuole ferire,
sceglie la maschera più bianca
per sembrare la fine.
Con lo spuntare di quale ruga,
andrai via da me?
Già l’alba, scorticata,
ricuce il margine dei tetti:
un chiarore di calce,
un refolo che tenta la sua storia
altrove, misurando la distanza delle città,
la geometria dei giorni che non abitiamo.
Chiederemo all’aria
una versione più sobria del nostro fantasma,
restando lì, intenti a distinguere il respiro
dal suo sparire, con il presentimento
testardo che, a volte, la vita,
per assomigliarci, debba prima farsi
via di fuga.
C’è una grazia anche del modo
in cui si affonda il colpo
fatale: l’alveare
è una prigione dove mi portasti
il miele colava già dalle pareti
e dagli angoli dei tuoi occhi.
Tu parlavi come un bambino
che chiama gli oggetti
per la prima volta, lo stupore
di dire casa albero cane
poesia suicidio erotismo
per la prima volta.
Fu inclemente precipitare
da me a te.
Nell’arco di poche ore
invecchiammo.
Se m’infilo a slalom fra le auto,
in quel buco del traffico
d’un niente ti giuro mancato
dopo non ho più bisogno del miracolo
per finire il mio viaggio
E invece eccomi bloccato
nel vuoto di paesaggio
anche oggi in agguato
con la sua fila di cortili
e tutti quei rottami arrugginiti,
ridotti a catapecchie gli edifici
Rovina le tue amicizie
ma forse vuol dire
gli amici
trovo scritto su un muro
superato alla fine l’ingorgo
e raggiunto il solito centro
pieno di paccottiglie inutili
a un passo da dove lavoro
ma spiragli qua non ce ne sono
per uscire dal ghetto
delle nostre vite
inchiodato ciascuno al suo destino
e costretto come adesso a un refolino
perfido di freddo
Quando il tempo era la grande notte
i tronchi della foresta azzurri
il fuoco acceso nelle radure
io sedevo più vicina al cielo
e aspettavo di raggiungere Andromeda.
Non c’è altro posto per parlare coi morti.
Qui non vediamo i fotoni viaggiare
abbiamo paura di invecchiare.
Ma se per qualche strana questione di tempo
potessi tornare indietro e di colpo scombinare
tutti i tasselli che non ho saputo incastonare
nella fessura giusta, al momento più opportuno,
se potessi rivivere anche una sola volta ancora
tutte le notti insonni e le delusioni, le amicizie
perse per una virgola, gli amori malconci,
i miei tanti troppi errori, stringendo tra le mani
il potere di far quadrare finalmente il cerchio,
allora credo dovresti sapere che tu
se arrestassi di nuovo i passi ai piedi delle scale
della Sala Gnomo – Milano, Largo Gemelli numero uno –
con quel tuo compagno di studi sardo accanto
e Greta e altra gente che chissà chi era,
alzando lo sguardo verso i gradoni, le porte,
mi vedresti sempre e comunque scendere
col fiato corto e le gambe tremanti, i palmi sudati,
improvvisando il coraggio di chi sa tentare
mentre in testa tartaglio l’abc perfetto per dirti: esisto.
Non ho domani da darti in cambio
per provare le mie intenzioni, ho solo oggi
e idee sulle mani e una manciata
di buone ragioni. Offro la leggerezza
nell’inizio con l’ebbrezza
e lascio la consapevolezza del rischio
di continuare e non conoscere il resto,
come si fa quando si interra devozione
con la ferma convinzione
che non tutti i semi daranno frutto
ma che i migliori restituiranno foreste
e basterà la voglia per non perdersi,
basterà per appartenersi,
basterà per questo.
Il vento prenderà per me un ramo di salice
e io suonerò la sua chioma di smeraldo.
Le gemme inanellano la pioggia di trecce
tintinneranno come fermagli una volta aperte.
Solo due panchine in ascolto
una di fronte all’altra
un libro sfogliato da quella stessa mano
che dall’albero del fiume
mi fece gran dono del suo canto
Se è vero che li abbiamo perduti, è anche
vero che ovunque li chiamiamo, loro
si girano nel buio per rispondere.
Molto più fragili per dire come
la loro notte faccia un orlo nella nostra
e finisca di colpo per disincastrarsi e scivolare via,
non possiamo ripetere la paura ma spingerla
nello spazio, diminuirla da luce a luce,
tenere i nomi vicini come ossa, conchiglie.
Loro muoiono e noi continuiamo a sentirli.
Tra i vasi, le forchette, nel raschio
dei rami sulle finestre prima di dormire.
Chiesi di poterli guardare da vicino
e il cielo si aprì. Solo nuvole e lembi
di pioggia stretti intorno agli oggetti
che per l’ultima volta hanno toccato.
Tenevano la forma, tenevano la vita
prima di disperderla. Il cielo si aprì
senza distanza dal dolore e non c’era più niente
ma in quel momento seppi che era mio –
il cielo era interamente mio
e mia finalmente la loro morte
alta e perfetta come una punta di tempesta tra le stelle.
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