Fruttero & Lucentini

Epigrafica e metafisica

XIII

Quel pallido tempo ideale, dicevo, è oggi trascorso.
Varia da luogo a luogo il Tempo dell’universo,
né c’è più modo di giungere, tra i tempi locali, a un accordo
valido a tutti gli effetti e sotto qualsiasi riguardo.
Discrono, in altre parole, è diventato il Tutto,
né alcuno, per quanto pantòptes, può più a un dato istante
tutto tenerlo sott’occhio. Non basta infatti una mente
avere vasta abbastanza, quando è appunto l’istante dato
quello che manca. Teniamoci visti, viandante:
ché siamo d’una domanda terrificante sull’orlo
per quanto riguarda l’inizio, il D-Day, l’Ora Zero del Mondo.

L’idraulico non verrà (Einaudi, 2026)

Francesca Mannocchi

Ph. Chiara Pasqualini-Mpl
Abitare

è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
                 potesse trattenere il vento,
che un fuoco
                 potesse addomesticare la notte,
che una porta
                 potesse difendere la promessa del mattino.

Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.

La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:

«Io sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».

La guerra non distrugge le case.

Disfa l’idea di casa.

Spezza il verbo che ci fonda:

Resto, quindi sono.

La guerra toglie la possibilità della durata.

L’uomo che è costretto a fuggire
non lascia una stanza:

perde la grammatica del quotidiano,
il libro degli atti minimi
che tengono insieme il pensiero:

apri,
       chiudi,
             lava,
                  posa,
                        attendi...

resta.

In tempo di guerra, abitare non significa ripararsi:

significa non essere cancellati.

Abitare diventa insurrezione silenziosa:

continuare a disporre il pane
anche quando il pane non c’è.

Continuare a dire «qui»
a chi ci vuole altrove.

Anche in una tenda

(che è già esilio).

Anche in un campo profughi

(che di quell’esilio è l’atlante).

Ho camminato fra tende tutte uguali.

Le abitazioni temporanee
della burocrazia quando nomina il dolore.

Io le ho viste farsi città:

centomila vite piantate nel vento,
un’urbanistica di sopravvivenza.

Nei campi la casa non è un luogo,

è una costellazione di oggetti sopravvissuti:

una tanica d’acqua,
                   un lembo di coperta,
                                     un chiodo piantato nel nylon.

Oggetti con una liturgia:

si lava ciò che si può,
si mangia ciò che non marcisce,
si dorme in diagonale
              perché il corpo impari
                          a essere meno del necessario.

Nel campo, ogni mancanza diventa invocazione:

sapone,
            calore,
                     luce,
                            pudore.

Il corpo, quando non può pulirsi,
si ricopre di memoria.

Ogni assenza si fa preghiera:

«Dio, dacci oggi il nostro sapone quotidiano».

E se il sapone non c’è,
ci si lava con la memoria.

La notte il freddo passa sotto le tende
e sembra un animale che cerca qualcosa da divorare.

I bambini si stringono ai corpi delle madri,
e i corpi delle madri si fanno muro,
una muraglia di carne che dice: resisti!

Ho visto donne contare i minuti tra un pasto e l’altro.

Non il tempo del giorno,
                                      ma il tempo della fame.

Perché nei campi il tempo non scorre,
si misura in distanza dalle cose necessarie.

Abitare in guerra

è dire:

«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».

È l’atto politico più nudo,

resistere con i gesti:

                 con le mani che lavano,
                       con il pane che manca,
                             con il corpo che insiste sulla terra.

Abitare è dire alla violenza:

«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».

                      Abitare
                      è la prima forma di fede.

                      Restare
                      è la seconda.

Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Anna Achmatova

Il giorno d’estate

Anelo le rose di quel giardino unico,
dove sta la migliore cancellata del mondo,

dove le statue mi ricordano giovane,
e sull’acqua della Nevà io ricordo loro.

Nel silenzio fragrante, fra tigli regali,
quasi avverto il cigolio di alberi di nave.

E, innamorato della bellezza del suo sosia,
come prima il cigno, nuotando, solca i secoli.

E dormono esanimi mille e mille passi
di nemici e amici, di amici e nemici,

e non scorgi la fine del corteo di ombre,
dal vaso di granito alle porte del palazzo.

Là le mie notti bianche mi sussurrano
di un amore alto e segreto.

E tutto arde di madreperla, diaspro,
ma arcana e nascosta è la fonte di luce.

 

La corsa del tempo (Einaudi, 1992), trad. it. M. Colucci

Marcello Fois

Ph. Alessandro Treves

Canzone della Famiglia per scelta
Queer edition, Capodanno 2024

Hanno sottili incastri le famiglie
Tra il tacere e dire troppe cose
Posson restare a galla le quisquilie

La nostra è tutta vera senza pose
Fatta persino di silenzi e sguardi
E pur di aspettative rumorose

Ci siamo scelti con carezze e dardi
Parenti stretti: rovi con le more
Mai tarati legittimi o bastardi

Conviene coltivar questo splendore
Dell’essere famiglia nel diletto
Piuttosto che rientrare nel difetto
Dell’essere famiglie nel dolore.

Ogni cosa vede noi (Einaudi, 2026)

Carmen Gallo

Ph. Dino Ignani

Ad aprile sono arrivate le rondini, velocissime.
Nella luce arancione disegnavano
cerchi nello spazio. Nello slargo della piazza
si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo,
sfiorando di fretta balconi e finestre
mentre un frastuono, non un canto,
ricopriva ogni altra voce della città.
Si posavano il tempo di una spinta
tra le pietre di tufo e di piperno,
un attimo, prima di tornare a sgolarsi
nel coro infuriato delle altre, come a margine
di una tragedia o di una commedia
allestita nel vuoto dell’aria.
Troppo prese, loro, troppo indaffarate
per morire o fare del male.

Procne machine (Einaudi, 2026)

Ingeborg Bachmann


Penso a Ivan.
Penso all’amore.
Alle iniezioni di realtà.
Alla loro durata, solo poche ore.
Alla prossima iniezione, più forte.
Penso in silenzio.
Penso che è tardi.
È irreparabile. È troppo tardi.
Ma sopravvivo e penso.
E penso, non sarà Ivan.
Qualunque cosa avvenga sarà qualcosa di diverso.
Vivo in Ivan.
Non sopravvivo a Ivan.

Nuovi poeti tedeschi (Einaudi, 1994)

René Char


Marta

Marta che questi vecchi muri non posson far propria, fonte dove si specchia la mia monarchia solitaria, come potrei dimenticarti dal momento che non ho da ricordarmi di te: tu sei il presente che s’accumula. Ci uniremo senza dover accostarci, prevederci, come due papaveri fanno in amore un anemone gigante.
Non t’entrerò nel cuore per limitarne la memoria. Non tratterrò la tua bocca per impedirle di schiudersi sull’azzurro dell’aria e sulla sete di partire. Voglio esser per te la libertà e il vento della vita che varca la soglia di sempre prima che la notte divenga introvabile.

Poesie (Einaudi, 2018), trad. it. G. Caproni.

Alessandro Fo

 

Di volo

Apro il pc e mi appare una foto,
una fra le fornite di default.
È una bella baia thailandese
vista dall’alto. Colpiscono le masse
di quei rilievi soffiati nell’aria,
«spettacolari faraglioni carsici,
lussureggianti foreste di mangrovie,
con acque cristalline».
È il modesto villaggio di Ko Panyi.
Un porticciolo, con le sue casupole,
e tutto sa di semplice e pacifico.
Guardando meglio, minuscolo, in un punto
si sorprende il ricamo
di corpo e torri di un edificio sacro
(cosí parrebbe, almeno).
Chissà come lo vede, là dov’è, Dio…
Se gli fa effetto, che da lí si levino
preghiere e canti di venerazione.
O invece se, un po’ quasi intenerito,
sorride all’infinita piccolezza
di costruzioni e voti degli umani.

Luci e eclissi © 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.

Erri De Luca

Prontuario per il brindisi di Capodanno

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,

allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,

a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

L’ospite incallito (Einaudi, 2008)

4ª poesia più letta del 2025

@contrasto

di Patrizia Cavalli –

Ecco il giorno e l’aspetta settembre,
il suo immobile ardore un po’ fiaccato,
la languida estiva sbavatura. Eccomi.

Ai minuti, al facile perdono,
ai mercati scintillanti di materia,
all’invito innocente del mattino,
alla corsa, al gentile riposo.

Nell’aria imbambolata
facce bellissime passano per strada,
perduti amici miei li riconosco.

Il tempo senza tempo di settembre
si ripete, estate e infanzia
sono ancora insieme.

Vita meravigliosa (Einaudi, 2020)

Poesia pubblicata l’1 settembre 2025

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