Franco Busca


Per Sergej Esenin

Chiusa la bettola nel cortile di betulla
una scatola di vento è sotto la pioggia
scandalo crocefisso in cinghie di cuoio
ora attraversi la campagna con mani contadine
le stesse che diedero forme notturne alle tue strade di carta
le stesse che giunsero al soffitto
a sbucciare l’arancio di una lampadina

Poesie da viaggio (Crocetti, 2026), a cura di Nicola Crocetti e Jovanotti

Eva Ström


La principessa dei canneti

Ma che tempo è questo, dimmi, quale luna
scivola rossa come sangue nel cielo giù tra le canne,

chi mise in guardia dal futuro, chi versò
stagno nell’acqua e trasse la sua carta divinatoria

chi andò a prendere una pietra nel mare, e trovò
un meteorite a forma di granchio

chi dormiva nel labirinto di granito, chi andò
dagli alberi, per avere cura e consolazione

ancora la betulla ha le foglie, e il tiglio, l’ontano
il sambuco, il frassino; il nocciolo forma noci

e le canne cantano sotto giovani nuvole
il loro canto mattutino. Nel respiratore si aumenta

l’ossigeno e l’uomo di Omsk lotta
per la vita. Una fiamma brilla nelle pupille

della betulla. A quest’ora il mondo trattiene
il respiro davanti ai cattivi segni di un’ora di seta.

Voci di donne dal Nord (Crocetti, 2025), a cura di M.C. Lombardi.

Louis Aragon


Nulla appartiene all’uomo né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore e quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati inerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
Ma è il nostro amore di noi due

Poesie d’amore (Crocetti, 2000), trad. Francesco Bruno

Jorie Graham

Siamo

già estinti? Chi ha
la mappa. Posso
guardare? Dov’è il mio
titolo. È verificabile

la mia storia? Ho
incluso la memoria
degli animali? Le memorie
degli animali. Sono

ancora qui loro? Siamo

soli? Guarda
spuntano
i filamenti. Di memorie. Di chi? Com’era
la terra?

Si muoveva
tramite noi? Qualcosa dice non-stop,
sei qui tu?
sono reali i tuoi

antenati hai un
corpo hai
te stessa in
mente puoi vedere le tue

mani? – lo hai rotto
il filo? – cerca di sentire lo
strappo dell’altro
capo – accertati dice che

i due capi siano
vivi quando tiri per
tentare di ri-entrare
qui. Un corvo

è arrivato mentre
trascrivo tutto
questo. In-
corporami

gracchia. Saltella
più vicino sul
muretto. Ti ricordi
il dolore il suo

avvicinarsi dice. Lo

guardo. Non avere
fretta dico ma
lui picchietta sul
muretto con il

becco. Il suo manto è
di sole. Mi guarda
lentamente perché
sono immobile &

impaziente. Fissa la mia

solitudine. Iniziano
le cicale. È un vero incontro
questo chiedo. Del vecchio
tipo? Quando c’erano

corvi. No
dice la luce. Tu
quasi non ci
sei. Il corvo è partito

tempo fa. Ora
segue il suo filo,
il suo percorso,
per sempre. Conosce

la corrente. Attraversa
le cicale, che tu non senti
ma che ti avvolgono ora. Ma
non è qui chiedo cercandolo

nelle mie strofe.
Non mi ha raggiunta
entrando qui?
Non è entrato qui

alla strofa otto? – & dove

va ora
quando se ne va,
quando ti dico il corvo è dorato,
quando ti dico ha preso il volo &

è partito, & è partito.

*

Are we

extinct yet. Who owns
the map. May I
look. Where is my
claim. Is my history

verifiable. Have I
included the memory
of the animals. The animals’
memories. Are they

still here. Are we

alone. Look
the filaments
appear. Of memories. Whose? What was
land
like. Did it move
through us. Something says nonstop
are you here
are your ancestors

real do you have a
body do you have
yr self in
mind can you see yr

hands – have you broken it
the thread – try to feel the
pull of the other
end – says make sure

both ends are
alive when u pull to
try to re-enter
here. A raven
has arrived while I
am taking all this
down. In-
corporate me it

squawks. It hops
closer along the stone
wall. Do you remember
despair its coming

closer says. I look

at him. Do not
hurry I say but
he is tapping the stone
all over with his

beak. His coat is
sun. He looks
carefully at me bc
I am so still &

eager. He sees my

loneliness. Cicadas
begin. Is this a real
encounter I ask. Of the old
kind. When there were

ravens. No
says the light. You
are barely here. The
raven left a

long time ago. It
is traveling its thread its
skyroad forever now, it knows
the current through the

cicadas, which you cannot hear
but which
close over u now. But is it not
here I ask looking up

through my stanzas.
Did it not reach me
as it came in. Did
it not enter here

at stanza eight – & where

does it go now
when it goes away
again, when I tell you the raven is golden,
when I tell you it lifted &

went, & it went.

2040 (Crocetti, 2025), trad. di A. Francini.

Nikola Madzirov

Quando qualcuno se ne va
tutto ciò che abbiamo fatto ritorna

a Maryan K.

Dall’abbraccio sull’angolo capirai
che qualcuno se ne va, da qualche parte.
È sempre così. Vivo fra due verità
come una luce al neon che tremola
in un corridoio vuoto.
Nel mio cuore c’è posto
per sempre più persone, perché ormai non ci sono più.
È sempre così. Passiamo un quarto della veglia
con gli occhi socchiusi. Dimentichiamo
le cose ancor prima di perderle – il quaderno
di calligrafia, per esempio.
Nulla è mai nuovo. Il sedile del bus
è sempre tiepido. Le ultime parole strascinate
come secchi sbilenchi a un falò estivo. Domani succederà
un’altra volta – il viso prima di sparire
dalla foto perderà le rughe.
Quando qualcuno se ne va
tutto ciò che abbiamo fatto ritorna.

Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà (Crocetti, 2025), a cura di P. Salabè

Jon Fosse


In acqua

perché quando le mani si sono aperte
facendosi pietra
che cade e noi andiamo
giù e giù finché tu
e io siamo in acqua, calmi, decisi, quasi

siamo divertenti
mentre
sguazziamo nell’acqua, con
le pietre nelle mani, con le mani come
pietre
l’uno nell’altra, tu e io

come pietre
in acqua, dentro e l’uno per l’altra

Ascolterò gli angeli arrivare (Crocetti, 2024), trad. it. di A. Romanzi.

Giorgos Seferis


Una parola sull’estate

Siamo tornati all’autunno; l’estate,
come un quaderno su cui siamo stanchi di scrivere, resta
pieno di cancellature, disegni astratti
e punti interrogativi sul margine; siamo tornati
all’epoca degli occhi che guardano
nello specchio alla luce elettrica,
labbra serrate e persone estranee
nelle stanze, nelle vie sotto gli schini
mentre i fari delle auto uccidono
migliaia di maschere pallide.
Siamo tornati; partiamo sempre per tornare
alla solitudine, un pugno di terra, alle mani vuote.

Eppure un tempo amai il viale Singrù
il duplice ondeggiare della grande strada
che ci lasciava miracolosamente al mare
eterno per lavare i nostri peccati;
ho amato alcuni sconosciuti
incontrati all’improvviso sul morir del giorno,
parlavano da soli come capitani di una flotta affondata,
indizi che il mondo è grande.
Eppure ho amato le strade di qui, queste colonne;
anche se sono nato sull’altra sponda, vicino
a giunchi e canneti, isole
che avevano acqua sulla sabbia per dissetare
il rematore, anche se sono nato vicino
al mare che avvolgo e svolgo con le dita
quando sono stanco-non so più dove sono nato.

D’estate rimane ancora il distillato giallo,
e le tue mani che sfiorano meduse sull’acqua,
i tuoi occhi improvvisamente svelati, i primi
occhi del mondo, e le grotte marine;
piedi nudi sulla terra rossa.
D’estate rimane ancora l’efebo di marmo biondo,
un po’ di sale seccato nel cavo di uno scoglio
alcuni aghi di pino dopo la pioggia
sparsi e rossi come reti rotte.

Non li capisco questi volti, non li capisco,
a volte imitano la morte, poi di nuovo
brillano dell’umile vita di una lucciola
di uno sforzo limitato, senza speranza
serrato tra due rughe
tra due tavolini macchiati di un caffè
si uccidono a vicenda, diminuiscono,
s’incollano come francobolli ai vetri
i volti dell’altra stirpe.

Abbiamo camminato insieme, abbiamo spartito il pane e il sonno
provato la stessa amarezza della separazione
costruito le nostre case con le pietre che avevamo
abbiamo preso le navi per l’estero, siamo tornati,
abbiamo trovato le donne ad aspettarci
ci hanno riconosciuto a stento, nessuno ci riconosce.
E i compagni hanno indossato le statue, hanno indossato le sedie
nude e vuote dell’autunno, i compagni
hanno ucciso i loro volti; non capisco queste cose.
D’estate rimane ancora il deserto giallo,
onde di sabbia in fuga fino all’ultimo cerchio
un ritmo di tamburo spietato, interminabile
occhi infuocati che sprofondano nel sole
mani con movenze di uccelli che solcano il cielo
salutando file di morti sull’attenti
mani perse in un punto che non controllo e mi governa;
le tue mani che sfiorano l’onda libera.

Le poesie (Crocetti, 2020), trad. di N. Crocetti

Jacques Werup

Jacques Werup

 

Il lavoro

Ci piace quel presagio
di morte che ci coglie
nel viaggio verso casa dal lavoro.

Il volto allora muta: questo si vede
dal mio volto ugualmente cambiato
che d’un tratto se ne sta più comodo

quando penso: anch’io, fra poco.
Una volta in una grande città ne parlai
con uno che visse per poco ancora.

Attraversammo una grande piazza,
fra resti di penne di piccioni
i nostri dolori lasciarono dei segni

sul terreno umido
alla fine del quale le case
sembravano scogliere di pioggia.

Nel separarci ci sembrò di essere molti
che tornavano a casa, ognuno alla sua,
dopo un lungo discorso. Il tribuno incomprensibile.

Il treno mi prese. Nel tempo sprofondò la città.
E ora quando dormo dopo il lavoro
vedo quella piazza.

E quando non so più chi vede la piazza
so che sto dormendo.
Forse è così morire, o forse è più come il lavoro.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson

Yehuda Amichai

Sguinzagliare ricordi

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Olav H. Hauge


Non navighiamo sullo stesso mare,
eppure cosí sembra.
Grossi tronchi e ferro in coperta,
sabbia e cemento nella stiva,
io resto nel profondo, io avanzo con lentezza,
a fatica nella tempesta,
urlo nella nebbia.
Tu veleggi in una barca di carta,
e il sogno sospinge l’azzurra vela,
cosí dolce è il vento, cosí delicata l’onda.

La terra azzurra (Crocetti Editore, 2008) trad. it. F. Ferrari

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