Beatrice Zerbini

Io le so le case
che non abito più;

ci passo da fuori,
le guardo intimidita,
mancata per non so quale
fatalità
a un’altra vita.

Spersa, senza le chiavi,
saluto la vecchia me,
che chissà se
ora rotola
sul pizzicore dei tappeti
due palline,
o se seduta
su uno sgabello in cucina
ingoia contro voglia il senso
stopposo di un arrosto,
al posto
mio.

Io le so
le stanze senza quadri,
riviste da sotto;
so la tenda staccata,
l’aggiunta, la mancata
per un filo
e non c’è traccia
del benemerito trasloco, perché un poco
di me resta a bada.

Che sollievo che dai muri
non trasudi
una me distesa,
un pianto:

tutto conserva lo spazio
di qualche strazio, ma poi dimentica,
rivive, riaggiusta il lutto;

dove ho aspettato finisse tutto
ora qualcuno
inizia
a piegare un lenzuolo,
dà larghe pacche con i palmi
ai cuscini, ride come fosse
a casa sua.

Malinconie travestite da allegrie (Bompiani, 2026)

Forough Farrokhzad


Una notte

Una notte arriverò al tuo incontro
come astro che affiora dal buio:
verrò a cercarti,
cavalcando l’ala di venti giramondo.

Come i giorni incantevoli dell’estate,
inondata d’ebbrezza e vampe di calore
verrò a riempirti il costato
di anemoni selvatici di montagna.

Una notte sentirai bussare alla tua porta
i colpi del chiavistello, il cuore ti esploderà
in petto, e vedrai il mio corpo impaziente
scivolare fra le tue braccia calde.

In quei minuti che ci inebriano
non scorgerai più nei miei occhi
l’ombra della fuga, non vedrai più il mio sguardo, spento
e infantile, lottare contro il pudore.

Pronuncerai il mio nome una notte
e ti inviterò nel regno del sogno,
danzerò nelle onde del tuo ricordo
come ragazza degli abissi.

Una notte le mie labbra assetate
arderanno con passione nel fuoco delle tue labbra.
I miei occhi cercheranno speranzosi
il percorso del tuo sguardo.

Apprenderò da Venere,
divina seduttrice,
la dismisura e le regole dell’amare
per poi una notte accendere scintille
nel tuo rifugio come fossi luce
emersa dal cuore del buio.

Ah, tu che hai gli occhi fissi sul cammino
ascolta, sì, sarò io a venirti incontro,
sì, ti verrò a cercare,
cavalcando l’ala di venti giramondo.

Io parlo dai confini della notte. Tutte le poesie (Bompiani, 2023), a cura di D. Ingenito.

Pierre-Jean Jouve

Pierre-Jean Jouve

 

 

 

 

 

A se stesso

Scrivi adesso per il cielo
Scrivi per la curva del cielo
E che nessun piombo di lettera nera
Avvolga la tua scrittura

Scrivi per l’odore e per il vento
Scrivi per la foglia d’argento
Che nessuna sporca faccia umana
Abbia sguardo conoscenza respiro

Scrivi per il dio e per il fuoco
Scrivi per un amore di un luogo
E che nulla nell’uomo abbia posto
Nel vuoto che una fiamma raggela.

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985)

Gabriela Mistral

Sono discesa tra spazi
e aria e altra aria, scendendo,
senza richiami e chiamate
per impeto di passione,
e quanto più io scendevo
era dritto il mio cadere
e viva la mia allegria
e certo il mio indovinare,
e scaglio come una freccia
questo mio secondo corpo
nel punto in cui hanno inizio
Patria e Madre che ebbi in sorte.
E che fortunata corsa!
Mi stordisce ciò che vedo,
ciò che guardo o che indovino,
ciò che cerco e ciò che trovo;
ma poiché fui sempre un’altra
e ritorno assai diversa,
con timore scopro strade
e salite e precipizi,
il nuovo e lungo respiro,
i rumori e i loro echi.
O fu folle la partenza
o è folle ora il ritorno;
ma i piedi ormai hanno toccato
pianure, pendii, sentieri,
grazia timida delle erbe
e dei prati così soffici
che non vorrei calpestarli
né esaurire questo sogno
di vagare senza forma
sul dolce suolo, nel reame
che mi ha avuto sessant’anni
e mi abita come un’eco.

Procedo magra di nebbia
ma porto con me comunque
le fattezze del mio viso,
ciò che il peso ha devastato,
intatta la volontà
ma il volto mezzo cieco
e rispondo al nome mio
sebbene io non sia più quella.

Sillabe di fuoco (Bompiani, 2020), trad. it. M. Lefèvre

Franco Arminio


Per Rocco Scotellaro

Gramsci e il fischio del muratore,
Gobetti e la creta dove la rondine
pescava gli insetti,
Rosselli, Pisacane e i dirupi
dove il circo delle capre
si esibiva assieme ai suoi pastori.
Carlo Levi e Manlio Rossi Doria
nel pagliaio dell’umanesimo
che presto prese fuoco,
bruciato dal progresso
che seccò le radici greche
e mise una conca di plastica
dove era piantato il mito.
Ora non c’è niente nei fossi
dove seppellivano la neve,
forse un pipistrello graffia
la sua solitudine
dove De Martino e Scotellaro
temevano che la modernità
diventasse l’imperatrice
che svuota i vicoli,
che tira fuori l’asina dalla cantina.
Subito dopo la sua morte
i braccianti del Sud volarono via
dalle ossa di Rocco e diventarono operai.
Ora nell’aria c’è una sorpresa
per chi la sa vedere:
quel mondo abbandonato
è tornato necessario
a se stesso e agli altri.
Ora c’è bisogno di contadini
più che di commercianti,
non serve chi mette in giro il troppo,
ma chi sa usare il poco, il raro.
Ora più che mai sono freschissime
le parole di Rocco Scotellaro.

Canti della gratitudine (Bompiani, 2024)

Marguerite Yourcenar

Chiaroscuro: per Jean Cocteau

Chiaroscuro, ombra insidiosa
dove si muovono senza rumore statue,
una voce melodiosa
vi bisbiglia le cose taciute.

Enigmi che il cuore risolve,
segreti pagati molto caro,
ogni saggio è il discepolo di un folle,
ogni anima si ammaestra con la carne.

 

I doni di Alcippe (Bompiani, 1999), trad. it. M. Murzi

Jean Follain


Il tempo penetra le immagini
rendendo lontani i corpi
nudi o vestiti
sopra la tela ombrata
lo scarlatto di un mantello
getta la sua macchia come un pugno
un cubo si riempie d’acqua vibrante
una linea trasalisce
la mano che pettinava
non è più che ossa bianche.
Non ne possono più
né la chiave rimasta nella porta
né la pelle di un braccio illividito;
più nera delle altre
una nuvola
cambia la luce.

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), a cura di V. Accame

David Maria Turoldo


Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l’ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

Io non ho mani (Bompiani, 1948)

Gesualdo Bufalino


Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.

Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani, e la palma
nel cielo si meraviglia.

Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.

La festa breve (Bompiani, 2006)

Francis Jammes

Francis_Jammes
Preghiera per sposare una donna semplice

Mio Dio, fate che colei che potrà esser la mia sposa
sia umile e dolce e diventi per me una tenera amica;
che ci si possa addormentare tenendoci per mano;
ch’ella porti al collo, un po’ nascosta tra i seni,
una catena d’argento con una medaglia:
che la sua carne sia più liscia più tiepida e dorata
della prugna addormentata al declino dell’estate;
ch’ella diventi forte da vegliare sull’anima mia
come un’ape sul sonno di un fiore; e che,
il giorno in cui morrò, mi chiuda gli occhi
e per sola preghiera s’inginocchi,
congiungendo le dita sul mio letto,
con quel rigonfio di dolore che soffoca nel petto.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

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