Robert Frost


Ottobre

O silenzioso, mite mattino d’ottobre,
le tue foglie sono mature per la caduta;
il vento di domani, se impetuoso,
dovrà spazzarle tutte via.
Sopra la foresta i corvi gracchiano;
domani forse si raduneranno e partiranno.
O silenzioso, mite mattino d’ottobre,
fa’ che le ore di questo giorno inizino lente,
fa’ che il giorno ci sembri meno breve.
Cuori non avversi a lasciarsi ingannare,
ingannaci nel modo che solo tu conosci;
lascia cadere una foglia allo spuntar del giorno,
a mezzogiorno lasciane cadere un’altra,
una dai nostri alberi, un’altra lontano;
ritarda l’alba con una dolce nebbia,
incanta la terra con l’ametista.
Piano, piano!
Per il bene dell’uva, non per altro,
i cui pampini già bruciano nel gelo,
i cui grappoli andrebbero perduti–
per il bene dell’uva lungo il muro.

*

October

O hushed October morning mild,
Thy leaves have ripened to the fall;
To-morrow’s wind, if it be wild,
Should waste them all.
The crows above the forest call;
To-morrow they may form and go.
O hushed October morning mild,
Begin the hours of this day slow,
Make the day seem to us less brief.
Hearts not averse to being beguiled,
Beguile us in the way you know;
Release one leaf at break of day;
At noon release another leaf;
One from our trees, one far away;
Retard the sun with gentle mist;
Enchant the land with amethyst.
Slow, slow!
For the grapes’ sake, if they were all,
Whose leaves already are burnt with frost,
Whose clustered fruit must else be lost—
For the grapes’ sake along the wall.

The Collected Poems (Vintage, 2013), traduzione in italiano di Andrea Cati

Sylvia Plath


Sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nella terra
Che succhia minerali e amore materno
Per brillare ogni marzo in foglie,
Né sono la bellezza di un’aiuola
Che attira la sua parte di ooh, spettacolarmente dipinta,
Ignara di dover presto sfiorire.
Confronto a me, un albero è immortale
E il capolino di un fiore non è alto, ma più sorprendente
E io desidero la longevità dell’uno e l’audacia dell’altro.

Stanotte, nell’infinitesima luce delle stelle,
Gli alberi e i fiori spargono i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno se ne accorge.
A volte penso che è quando dormo
Che somigli loro più perfettamente–
Con i pensieri fiochi.
È più naturale per me stare distesa.
Allora il cielo e io siamo in una conversazione aperta,
E sarò utile quando sarò distesa per sempre:
Forse allora per una volta gli alberi mi toccheranno,
E i fiori avranno tempo per me.

*

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimallight of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them–
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

Collected Poems (Faber, 2002), traduzione in italiano di Andrea Cati

2ª poesia più letta del 2024

(Ph. Ruven Afanador for The New York Times)

di Sharon Olds –

Ritorno al maggio 1937

Li vedo davanti ai cancelli dei loro college,
vedo mio padre che esce
sotto l’arco di arenaria ocra,
le piastrelle rosse che brillano come
piatti insanguinati dietro di lui,
vedo mia madre con qualche libro leggero al suo fianco
in piedi vicino al pilastro di mattoni,
il cancello di ferro battuto ancora aperto dietro di lei,
le punte di spada nere che brillano nell’aria di maggio,
stanno per laurearsi, stanno per sposarsi,
sono ragazzi, sono ingenui, tutto ciò che sanno è che sono
innocenti, non farebbero mai del male a nessuno.
Vorrei andare da loro e dire fermatevi,
non fatelo—lei è la donna sbagliata,
lui è l’uomo sbagliato, farete cose
che non potete nemmeno immaginare,
farete cose terribili ai vostri figli,
soffrirete in modo inimmaginabile,
vi augurerete la morte. Vorrei
andare da loro in quella luce di fine maggio e dirglielo,
il bel viso affamato di lei rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
il bel viso arrogante di lui rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
ma non lo faccio. Voglio vivere.
Li prendo come il maschio e la femmina delle bambole di carta
e li sbatto insieme contro i fianchi,
come schegge di selce, come per
far scoccare scintille, dico:
fate quello che state per fare, io lo racconterò.

 

*

 

I Go Back to May 1937

I see them standing at the formal gates of their colleges,
I see my father strolling out
under the ochre sandstone arch, the
red tiles glinting like bent
plates of blood behind his head, I
see my mother with a few light books at her hip
standing at the pillar made of tiny bricks,
the wrought-iron gate still open behind her, its
sword-tips aglow in the May air,
they are about to graduate, they are about to get married,
they are kids, they are dumb, all they know is they are
innocent, they would never hurt anybody.
I want to go up to them and say Stop,
don’t do it—she’s the wrong woman,
he’s the wrong man, you are going to do things
you cannot imagine you would ever do,
you are going to do bad things to children,
you are going to suffer in ways you have not heard of,
you are going to want to die. I want to go
up to them there in the late May sunlight and say it,
her hungry pretty face turning to me,
her pitiful beautiful untouched body,
his arrogant handsome face turning to me,
his pitiful beautiful untouched body,
but I don’t do it. I want to live. I
take them up like the male and female
paper dolls and bang them together
at the hips, like chips of flint, as if to
strike sparks from them, I say
Do what you are going to do, and I will tell about it.

 

Strike Sparks: Selected Poems 1980-2002, traduzione in italiano di Andrea Cati

 

Poesia pubblicata il 29 maggio 2024

Sharon Olds

(Ph. Ruven Afanador for The New York Times)

Ritorno al maggio 1937

Li vedo davanti ai cancelli dei loro college,
vedo mio padre che esce
sotto l’arco di arenaria ocra,
le piastrelle rosse che brillano come
piatti insanguinati dietro di lui,
vedo mia madre con qualche libro leggero al suo fianco
in piedi vicino al pilastro di mattoni,
il cancello di ferro battuto ancora aperto dietro di lei,
le punte di spada nere che brillano nell’aria di maggio,
stanno per laurearsi, stanno per sposarsi,
sono ragazzi, sono ingenui, tutto ciò che sanno è che sono
innocenti, non farebbero mai del male a nessuno.
Vorrei andare da loro e dire fermatevi,
non fatelo—lei è la donna sbagliata,
lui è l’uomo sbagliato, farete cose
che non potete nemmeno immaginare,
farete cose terribili ai vostri figli,
soffrirete in modo inimmaginabile,
vi augurerete la morte. Vorrei
andare da loro in quella luce di fine maggio e dirglielo,
il bel viso affamato di lei rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
il bel viso arrogante di lui rivolto verso me,
il suo tenero, bellissimo corpo intatto,
ma non lo faccio. Voglio vivere.
Li prendo come il maschio e la femmina delle bambole di carta
e li sbatto insieme contro i fianchi,
come schegge di selce, come per
far scoccare scintille, dico:
fate quello che state per fare, io lo racconterò.

 

*

I Go Back to May 1937

I see them standing at the formal gates of their colleges,
I see my father strolling out
under the ochre sandstone arch, the
red tiles glinting like bent
plates of blood behind his head, I
see my mother with a few light books at her hip
standing at the pillar made of tiny bricks,
the wrought-iron gate still open behind her, its
sword-tips aglow in the May air,
they are about to graduate, they are about to get married,
they are kids, they are dumb, all they know is they are
innocent, they would never hurt anybody.
I want to go up to them and say Stop,
don’t do it—she’s the wrong woman,
he’s the wrong man, you are going to do things
you cannot imagine you would ever do,
you are going to do bad things to children,
you are going to suffer in ways you have not heard of,
you are going to want to die. I want to go
up to them there in the late May sunlight and say it,
her hungry pretty face turning to me,
her pitiful beautiful untouched body,
his arrogant handsome face turning to me,
his pitiful beautiful untouched body,
but I don’t do it. I want to live. I
take them up like the male and female
paper dolls and bang them together
at the hips, like chips of flint, as if to
strike sparks from them, I say
Do what you are going to do, and I will tell about it.

Strike Sparks: Selected Poems 1980-2002, traduzione in italiano di Andrea Cati

Intervista all’editore: Giuliano Ladolfi

Giuliano Ladolfi (1949) ha pubblicato quattro raccolte di poesia. Ha fondato la rivista di poesia, critica e letteratura «Atelier» (1996). Si è occupato in modo particolare di poesia del Novecento con circa 70 monografie. Ha curato L’opera comune, antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (1999). Per Interlinea ha pubblicato 15 studi, tra cui Per un’interpretazione del Decadentismo, Guido Gozzano Postmoderno e il saggio di estetica Per un nuovo umanesimo letterario. Nel 2010 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome e nel 2015 ha pubblicato il saggio La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà (5 tomi).
Per AltitaliaTV ha curato per dieci anni diverse rubriche televisive. Collabora con la pagina della cultura del quotidiano Avvenire.

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Per me il mestiere di editore significa trovare un altro mezzo per diffondere la visione della letteratura propugnata dalla rivista «Atelier». Mi spiego. «Atelier» è stata ideata nel 1996 con obiettivi precisi: a) per proporre una poesia “a misura d’uomo” combattendo il vuoto sperimentalismo, il tardo romanticismo, il postermetismo, l’avanguardismo di maniera; b) per proporre una critica in grado di offrire giudizi motivati, collocando lo strutturalismo, il formalismo entro ambiti certi, per combattere l’omertà della critica che, invece di valutare, spesso si limitava a presentare l’autore (pubblicità); c) per valorizzare autori lasciati ai margini del circuito riviste-università-case editrici, soprattutto giovani ed esordienti, spezzando una spirale devastante tutt’oggi presente; d) per porre attenzione ai testi e non al nome dell’autore; e) per introdurre chiarezza a livello di pubblicazioni e di critica.
Oltre al lavoro di rivista, abbiamo promosso convegni, incontri e pubblicazioni di collane di poesia, di traduzione e di critica letteraria. Ci siamo però accorti della difficoltà di veicolare i contenuti della nostra riflessione critica e le nostre proposte poetiche mediante un’Associazione Culturale. Quindi, nel 2010 è stata fondata la casa editrice che porta il mio nome.

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice soprattutto il contatto e l’amicizia con molte persone. Ogni testo inviato in lettura per me rappresenta la confidenza di chi mi affida una parte sacra della sua intimità. E quando, come spesso accade, sono costretto a rifiutare il lavoro, cerco di non urtare la sensibilità di chi mi ha fatto questo prezioso dono. Coloro poi con i quali si giunge alla pubblicazione, diventano collaboratori del sogno di diffondere una letteratura di qualità “a misura d’uomo”, una letteratura che parli della nostra condizione, che affronti, in maniera diversa, i quesiti esistenziali e che sappia “rivelare” il vero volto della nostra epoca.
Mi riesce difficile sopportare la saccenteria e l’arroganza di chi non accetta i propri limiti. Nessuno, e io per primo, può pretendere l’infallibilità, ma ogni valutazione dovrebbe diventare motivo di ripensamento: può essere accettata o rifiutata con precise argomentazioni. Mi riesce pure difficile accettare l’improvvisazione e la superficialità, le quali troppo spesso si uniscono alla situazione precedente, producendo una miscela esplosiva, di fronte alla quale preferisco il silenzio, dopo aver educatamente espresso il mio parere.

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di molte vite come di un solo istante… Racchiudere in una formula un concetto così grande mi riesce difficile, ma ci proverò, anche perché è un problema con il quale mi scontro quotidianamente allargando la prospettiva all’intero dominio dell’arte.
Oggi non è più il tempo di creare arte solo con il fine di rappresentare la bellezza e di procurare un piacere estetico, oggi ci si deve proporre il fine di produrre un tipo di conoscenza “olocrematica” (÷loj «che forma un tutto intero» e cr≈ma «cosa che si usa, utensile»), onnistrumentale (non “onnicomprensiva” ossia che deve comprendere tutto) nel senso che adopera la totalità degli strumenti gnoseologici umani. Di conseguenza, è la conoscenza (la scoperta di una nuova apertura sul reale) che produce il piacere estetico, non il piacere estetico che produce la conoscenza. Nulla vieta di considerare l’armonia artistica come strumento di intelligibilità del complesso, del molteplice e del caotico, sempre restando nell’ambito di un’impostazione gnoseologica. Ho parlato di arte “olocrematica” perché nei suoi risultati più convincenti è presente il segno dell’intero essere umano, del suo trovarsi nel presente, del suo essere storia, individuo, cultura e civiltà, della sua attitudine a progettare il futuro e soprattutto della sua necessità di interrogarsi sui quesiti esistenziali, della relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Questa forma suprema di conoscenza si invera non per mezzo di concetti, ma in un “oggetto” che può essere il marmo, la parola, il colore, il suono, la fotografia, la ripresa cinematografica ecc. La filosofia, come la scienza, servendosi della razionalità, “de-finisce” la realtà, le dà forma, la pone in ordine, la cataloga, la anatomizza, la viviseziona; l’arte, invece, è conoscenza di realtà in-formale, in-definita, non caotica però, molteplice, complessa, multiforme, contraddittoria, in divenire.
L’artista, pertanto, non è un filosofo, che organizza il suo pensiero secondo i princìpi di non contraddizione, di coerenza e di consequenzialità e neppure produce in modo in-effabile quasi fosse ispirato da una divinità, come pensavano gli antichi. Il processo di conoscenza artistica presenta tali e tante interconnessioni che è veramente arduo solo pensare di descrivere precise procedure, perché è il risultato della partecipazione dell’intero essere umano in tutte le sue componenti: fisiche (il poieén), mentali, percettive, emotive, sentimentali, consce, inconsce, progettuali, memoriali, individuali, relazionali e collettive (l’uomo è storia), per cui ogni de-finizione esclude parti consistenti di questo processo.
Ogni conoscenza è arte? L’arte rappresenta una, la più qualificante, modalità di conoscenza e la validità di un’opera sarà proporzionale all’ampiezza e alla profondità della sua portata conoscitiva. L’arte del “novecento”, immersa nella crisi di un pensiero che, scisso il significante dal significato, non poteva comunicare se non la negazione di ogni possibilità gnoseologica, si è prevalentemente concentrata su se stessa a descrivere gli strumenti (parola, segno, colore, forma, suono ecc.) fino alla propria negazione. Ma può essere considerata arte la negazione di se stessa? Può essere considerato cibo la negazione di ogni elemento commestibile?
Alla luce di tale aporia va affrontato anche il problema del rapporto tra stile e contenuto. Lo stile è il dasein, l’“esserci” dell’opera, della cosa, di una scultura, di un libro, di un quadro, di una sinfonia. Non confondiamo, però, il progetto con l’attuazione, perché esiste sempre uno scarto tra intenti e risultati. «Lo scultore pensa in marmo», sostiene Oscar Wilde. E la diversità di risultati non consiste nell’armonia, nella precisione, nella bellezza o nell’ingegno, ma nella resa, nell’effetto, nella potenza di una rappresentazione che nel veicolo stilistico riesce a fissare per mezzo della Weltanschauung individuale quella di un’epoca.
Ma l’arte non è solo conoscenza. Se, come afferma giustamente Dewey, l’arte è sempre più che arte, con Pareyson concludiamo che l’arte è sempre più che conoscenza:
Per la molteplicità degli atti e intenti e scopi dell’uomo, essa è sempre insieme professione di pensiero, atto di fede, aspirazione politica, atto pratico, offerta di utilità sia spirituale che materiale. Nel far arte, l’artista non solo non rinuncia alla propria concezione del mondo, alle proprie convinzioni morali, ai propri intenti utilitari, ma anzi li introduce, implicitamente o esplicitamente, nella propria opera, nella quale essi vengono assunti senza essere negati, e, se l’opera è riuscita, la loro stessa presenza si converte in contributo attivo e intenzionale al suo valore artistico, e la stessa valutazione dell’opera esige che se ne tenga conto. Anzi, l’arte non riesce ad essere tale senza la confluenza di altri valori in essa, senza il loro contributo e il loro sostegno, sì che da essa s’emani una molteplicità di significati spirituali e s’annunzi una varietà di funzioni umane. La realizzazione del valore artistico non è possibile se non attraverso un atto umano, che vi condensa quella pienezza di significati con cui l’opera agisce nel mondo e suscita risonanze nei più diversi campi e nelle più varie attività, e per cui l’interesse destato dall’arte non è soltanto una questione di gusto, ma un appagamento completo delle più diverse esigenze umane.
Il filosofo, quindi, affida agli artisti non solo di dire “come” è il mondo nel modo più completo, autentico e umano possibile, ma anche di “pro-gettare” il mondo, perché l’arte è arte non malgrado la filosofia, la teologia, la sociologia, la morale, la retorica, la scienza, la linguistica, la tradizione, i generi letterari, la storia, la biologia, la fisica, l’astronomia ecc., ma perché le diverse discipline proprio nella loro “sostanzialità” particolare sono dal genio “trans-formate” in arte. Come la “datità” umana non può essere scomposta nelle sue componenti (fisiche, chimiche, storiche, psichiche, sociali, culturali ecc.), così l’arte fa convergere in sé l’intera vita, l’intera realtà dell’artista, soggetto unico ed irripetibile e contemporaneamente uguale all’intera specie umana.

4. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Sul tema “La poesia e la società contemporanea”, la rivista «Atelier» ha dedicato due convegni: il primo svolto a Palazzo Medici Riccardi di Firenze il 6 febbraio 2017, e il secondo alla “Sormani” di Milano il 12 aprile 2018, Nel capoluogo toscano la riflessione ha coinvolto i gruppi letterari, le case editrici, l’università e le riviste; nel centro lombardo si è inteso analizzare il rapporto tra poesia contemporanea e mass media.
Un tempo la scrittura in versi apparteneva alla Cultura Alta, inevitabilmente elitaria, chiaramente distinta dalla Cultura Popolare. La diffusione dell’istruzione permise a strati sempre maggiori della popolazione di raggiungere il gradino superiore. Nel frattempo i mass media, e soprattutto la televisione, riuscivano a costituire un legame tra le due posizioni nella Midcult, nella vana ricerca di proporre le stesse caratteristiche dell’Alta Cultura, dal momento che il tentativo di diffonderne i canoni ha prodotto l’effetto di stemperarli in una sorta di limbo. E la poesia contemporanea, in Italia almeno, è stata attratta nell’orbita di tale ambito con tutte le conseguenze facilmente immaginabili. Con questo non si intende deprezzare assolutamente la poesia popolare che nei secoli scorsi ha rappresentato una, se non la più importante, forma di cultura della maggior parte della popolazione. Ma la situazione attuale è radicalmente cambiata rispetto ai tempi passati grazie alla completa scolarizzazione della popolazione. Ora si tratta di gettare fasci di luce di comprensione e di interpretazione del fenomeno poetico che si è sottratto alla posizione che rivestiva fino agli Anni Settanta del secolo scorso.
Più volte abbiamo denunciato l’«omertà della critica» (Marco Merlin). E oggi, ancora più di vent’anni fa al tempo della nascita della rivista, questa latitanza costituisce uno dei motivi del declassamento della poesia. Sono finite le ideologie, sono finite le analisi strutturaliste e formaliste, ma rimane indispensabile formare studiosi di letteratura, docenti universitari, docenti di scuole superiori, scrittori in versi e lettori, a uno spirito personalmente critico. Se manca un simile elemento di consapevolezza, continueremo in una spirale di degrado di difficile soluzione.
Questa è l’inquietudine di coloro che non si limitano a produrre o a diffondere cultura, dal momento che abbiamo a cuore la presenza della critica nelle forme e nei processi pratici della poesia.
E il pericolo più preoccupante va rintracciato nel fatto che in un simile «livellamento meccanico» della percezione estetica vadano perdute, non viste, dimenticate le opere importanti che oggi vengono pubblicate, le quali da una parte sanno decrittare in modo “intensivo” la condizione attuale dell’essere umano e dall’altra riescono a prospettare orizzonti alternativi.
Scrive Tzvetan Todorov nell’ultimo suo libro, L’arte nella tempesta, a proposito della vicenda degli artisti russi all’epoca della rivoluzione sovietica: «I detentori del potere sono capaci di annientare quelli che vogliono sottomettere, ma non hanno alcuna presa sui valori estetici, etici e spirituali, provenienti da questi artisti […]. Senza queste opere l’umanità non potrebbe sopravvivere né allora né oggi».
La poesia ha superato le prove della dittatura comunista, fascista e nazista. Riuscirà a superare le difficoltà che sta incontrando nella civiltà di massa? Purtroppo nel mare magnum della cultura acritica si smarriscono le differenze e ogni testo entra nell’asettico grigiore dell’indifferenza.

5-6. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori? Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Quando alla fine degli Anni Sessanta ho affrontato l’esame di maturità, ho portato come programma di letteratura Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, poeti viventi oppure da poco scomparsi. Oggi, nella quasi totalità dei casi, questi sono ancora gli stessi poeti che i nostri giovani conoscono. Eppure sono passati cinquant’anni. La riforma Gentile tra poco compirà cento anni, ma i docenti non hanno ancora cambiato la scansione dei programmi delle materie di carattere storico. È fondamentale, ripetevo durante gli incontri di aggiornamento, che i nostri giovani escano da una scuola superiore con le conoscenze che arrivano al “giorno prima” dell’esame. Per questo abbiamo fondato «Atelier», per questo abbiamo organizzato corsi di aggiornamento con la pubblicazione degli atti, per questo ho inserito nei programmi dei corsi abilitanti per docenti la poesia e la narrativa contemporanea.
Quali i motivi di questo scollamento? Dopo gli Anni Settanta si è verificato un progressivo distacco tra il lettore e la poesia contemporanea, come pure tra l’università e la poesia contemporanea, producendo una frattura con la tradizione, al punto che Marco Merlin parla di “anello che non tiene”, al punto che negli Anni Novanta si parlava di “morte della poesia” e della convinzione che nessuno più scrivessero più versi. Toccò al critico argomentare che in realtà si trattava soltanto di mancanza di visibilità, perché la poesia continuava a essere praticata con cura e con amore. I suoi studi sono stati raccolti nel volume pubblicato nel 2005 da Interlinea Poeti nel limbo. Studio sulla generazione perduta e sulla fine della tradizione.
Quali i motivi? Ne indicherò alcuni: la corrente dell’Ermetismo e del conseguente sottobosco postermetico con tutta una serie di oscurità secondo la falsa convinzione che quanto più un testo è incomprensibile tanto più è profondo e questo ha allontanato il lettore comune; le Neoavanguardie che in pratica hanno giustificato ogni tipo di espressione; la critica strutturalista, incapace di formulare giudizi di valore, il disinteresse progressivo delle grandi case editrici che puntavano sul romanzo come terreno economicamente più redditizio e soprattutto il distacco degli studi universitari dalla produzione attuale. Quest’ultima causa ha prodotto una negativa reazione a catena: i docenti, usciti dalle università, non conoscono la poesia contemporanea e quindi non ne trasmettono la passione agli studenti.
Ma la poesia è più forte di ogni problema contingente e continua a essere amata, per cui risorge in forme diverse, anche perché lo studio e l’amore per i classici non è mai venuto meno. Si calcola infatti che circa tre milioni di Italiani abbiano scritto almeno un testo di poesia, mentre i lettori di testi contemporanei non arrivano ai diecimila.

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Se, come crediamo, la poesia “rivela” lo “spirito” di un periodo storico, la situazione attuale assume tinte veramente preoccupanti. La parabola iniziata con la distruzione dell’eredità, operata dalle Avanguardie, oggi sta giungendo alla “soluzione finale”: la tecnologia, supportata dal mercato, chiusa nella dimensione di un puro e semplice presente, impedisce la formazione di una scala di valori: tutto è equivalente.
Che fare? Come salvare la poesia e il suo messaggio di umanità?
In primo luogo, denunciando il pericolo, opponendosi a un tipo di letteratura “consumistica”, ma soprattutto coinvolgendo tutti coloro che ancora credono negli ideali di una poesia, di una letteratura, di un’arte “a misura d’uomo”.
Occorre, pertanto, un sforzo comune da parte di tutti coloro che credono nel valore “umanistico” della grande poesia per obiettivi comuni:
a) predisporre i corsi universitari di letteratura moderna e contemporanea sui più importanti autori del Secondo Novecento e attuali;
b) ugualmente la scuola superiore con trattazioni adeguate e non solo con accenni;
c) i compilatori di testi scolastici con presentazioni degne degli autori significativi e non soltanto con due paragrafi e tre testi;
d) i mass media (televisione compresa) con uno spazio alla poesia, e non solamente alle “icone” pubblicitarie;
e) la critica con un coraggioso canone, pur provvisorio;
f) le grandi case editrici con la pubblicazione di testi in base al valore e non alle previsioni commerciali;
g) i centri culturali, le associazioni con il rifiuto dei criteri di autorefenzialità;
h) le riviste di poesia ugualmente con il rifiuto dei criteri di interesse e di autoreferenzialità;
i) tutti coloro che hanno a cuore il salvataggio della grande poesia, con la diffusione di un messaggio chiaro e non equivoco sul valore della scrittura in versi.
E queste sono solo indicazioni. Sono certo che ci sono molte altre possibilità-
Ci riusciremo? Non so, so soltanto che «Atelier» non smetterà di lottare per la grande poesia e continuerà a fare appello a tutte le forze che in essa credono.

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Il convegno di Milano ha posto in luce che esiste una vera e propria “fame di poesia”, ma anche che la situazione attuale non aiuta a sollevare neppure in parte il “sottobosco” a un livello accettabile. Parlo di alcuni festival, letture collettive, blog, pubblicazioni senza scelta preventiva.
La permeabilità tra i due mondi è senza dubbio un fatto naturale. Oggi poi la “liquidità” culturale in cui viviamo crea sovrapposizioni di aree molto più ampie, grazie soprattutto alle estetiche pseudoromantiche e avanguardistiche.
Anche nel passato troviamo figure analoghe, come i “librettisti” del melodramma. Metastasio fu poeta e librettista; ad altri, come Da Ponte o come Eugène Scribe, risulta difficile attribuire la qualifica di poeta, proprio perché le parole venivano strutturate in funzione della musica e nessuno, almeno fino a oggi, si è permesso di paragonare Parini con uno di questi due artisti. Questo non significa che i testi delle poesie non possano essere musicati: pensiamo all’incontro di Dante, descritto nel canto II del Purgatorio, con l’amico Casella, il quale inizia a cantare una lirica del poeta: «Amor che ne la mente mi ragiona / cominciò elli allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona». Personalmente ricordo di aver cantato in coro melodie scritte su poesie del Petrarca, del Tasso e anche del Carducci.
Ma, al di là di ogni coincidenza, è importante ribadire che la poesia “umanistica” possiede orizzonti e strumenti e stile diversi dalla poesia “sottobosco”, perché, a nostro parere, rappresenta, insieme alle altre arti, il più completo modo di conoscenza.
Come ho scritto e chiarito più volte, ogni forma di manifestazione che avvicini il pubblico alla poesia, va sostenuta e valorizzata, a condizione che… ripeto… a condizione che ci si renda conto dei limiti. Il problema riguarda la misura, le pretese e la consapevolezza. Nessun testo va disprezzato, nel modo più assoluto, ma nessun autore si arroghi la presunzione dell’eccellenza.
Già Petronio all’inizio del Satyricon si lamentava che ut quisque versum pedibus instruxit sensumque teneriorem verborum ambitu intexuit, putavit se continuo in Heliconem venisse, e cioè che, non appena una persona avesse raggiunto la capacità di strutturare un verso e di esprimere il proprio sentimento in un modo più tenero del solito, immediatamente pensava di aver raggiunto l’eccellenza in poesia.
Ai nostri giorni il problema è ancora più semplificato, da una parte perché non c’è bisogno di imparare la metrica e dall’altra perché non è necessario un sentimento un po’ più tenero; basta andare a capo ogni tanto! I gusti sono così personali, le eccentricità sono così esaltate che qualsiasi prodotto troverà estimatori e critici (?) favorevoli. Viviamo nella stagione di vero e proprio “dilettantismo arrogante”, che impedisce un misurato spirito di umiltà che aiuterebbe anche a migliorare se stessi, a ricercare un livello superiore e a far tesoro della lezione dei classici.

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Mi auguro proprio che in futuro si legga ancora poesia e me lo auguro condividendo il parere di Alfonso Berardinelli: «La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale». E il pericolo del quale è veramente urgente prendere consapevolezza consiste nel fatto che «la cattiva letteratura “serve” a mettere in ombra quella buona, quella che merita di essere letta» diventando dannosa, perché inevitabilmente crea contagio e produce nefaste conseguenze. «Ma il “libro-svago” e il “libro-non problematico” annunciano la fine (desiderata?) dello spirito critico e della cultura come critica dell’esistente: annunciano cioè “un mondo senza libertà”. E quando le società democratiche aspirano a fuggire dalla libertà, quando danno segni di preferire qualche forma di servitù volontaria, la democrazia comincia a morire in spirito, anche se le istituzioni continuano a fingerne l’esistenza» (Alfonso Berardinelli, Vargas Llosa tra romanzo e democrazia, «Avvenire», 18 gennaio 2019).

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Mi metto in gioco anch’io nella consapevolezza dei miei limiti:

da Attestato (2015)

La terra è ancora dura
nell’alba della Pasqua:
impregnato di neve
sferza le piante
il vento lungo la pianura.
I ciliegi si sfaldano
mentre attendi il calore.
Tu squadra le parole
piatte, insipide, pagina per pagina…
Riuscirà mai a ritornare
l’estate anche quest’anno?
Perfida estate,
estate senza mare.

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Guido Catalano

Guido Catalano nasce a Torino alle 8.50 del mattino del 6 febbraio del 1971. A 17 anni decide che vuole diventare una rockstar, più tardi ripiega sulla figura di poeta professionista vivente, che ci sono più posti liberi. Tiene spettacoli di poesie in tutta Italia da molti anni e ha collaborato con molti musicisti, tra i quali Federico Sirianni, Dente, Dario Brunori. Cura una rubrica di posta del cuore sul Corriere della Sera, edizione Torino. Ha pubblicato 7 libri di poesie e 2 romanzi, oggi tutti editi per Rizzoli: I cani hanno sempre ragione; Sono un poeta, cara; Motosega; Ti amo ma posso spiegarti; Piuttosto che morire m’ammazzo; La donna che si baciava con i lupi; D’amore si muore ma io no (romanzo); Ogni volta che mi baci muore un nazista; Tu che non sei romantica (romanzo).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Dal mio piccolo punto di osservazione direi che se ne vede di più in giro. Nelle librerie gli scaffali si stanno allargando e ogni tanto si vedono raccolte di poeti non morti. Non nel senso di zombi o vampiri, dico, gente viva, magari anche sotto i settanta.
Si moltiplicano i reading e le persone vanno a vedere i poeti declamare i loro versi.
I ragazzi e le ragazze del poetry slam stanno facendo un ottimo lavoro, malgrado ogni tanto esca fuori qualche povero di spirito che afferma che lo slam faccia del male alla Poesia, alla Società, a Dio, al Mondo.
Poi c’è il discorso social. La poesia viene condivisa parecchio anche se la qualità per lo più è bassa, molto bassa o sotto il livello di accettabilità (LDA).
Rispetto a quando ho iniziato ad andare in giro a leggere poesie e a pubblicare i miei primi libri, sicuramente qualcosa si sta muovendo.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Speravo che non mi avresti fatto questa domanda ma ormai l’ho letta e mi tocca rispondere.
La poesia, quando sei fortunato è un incantesimo e il libro di poesie è un libro magico (Spell Book in inglese). Dunque il poeta è un mago.
Quando la poesia funziona ha, come succede con gli incantesimi, un effetto.
Un mago può lanciare palle di fuoco dalle mani.
Un poeta può cambiare le cose con i suoi versi.
Può cambiare l’umore delle persone. Può far vedere loro cose che prima non vedevano. Può eccitare, immalinconire, divertire, innamorare, far pensare, spaventare.
Io una volta con una poesia ho piegato un cucchiaio di metallo.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Woody Allen, Charles Bukowski, Charles M. Shulz, Jaques Prévert, Stephen King, Lucio Battisti con Mogol, Jacovitti, e tanti altri.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non so se si possa diventare poeta.
In ogni caso occorre leggere molto, ascoltare molto e avere una necessità che viene dal di dentro, tipo una mano che ti stringe lo stomaco e quando scrivi allenta la stretta, cioè a me stringe lo stomaco ad altri magari stringe qualcos’altro, tipo la gola o le palle.
Detto questo, secondo me poeta non ci si diventa a tavolino.
Come i maghi, d’altronde.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Probabilmente perché abbiamo il record europeo di analfabetismo funzionale.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Da bambino, alle elementari, usavano farmi imparare le poesie a memoria e io odiavo questo tipo di esercizio perché allora come oggi ho gravi problemi di memorizzazione. Ho impiegato parecchio a riconciliarmi con la poesia che ritenevo uno strumento di tortura medievale.
Per il resto la questione della poesia che non viene letta ha a che fare con il concetto di profezia che si auto-adempie. A forza di dirlo accade. Una sorta di auto-sfiga. C’è gente che ci campa da anni, anche se non ha senso.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Portarla in giro, farla uscire, con tutti i mezzi possibili. Far capire alle persone che la poesia è come la musica, la canzone ed altre forme d’arte. Non ti mangia, non è pericolosa, può essere tutt’altro che noiosa e incomprensibile. Un libro di poesie può essere un compagno di viaggio meraviglioso. Le poesie possono essere usate, condivise. Con la poesia si limona un sacco.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Perché no? Se sei un giovane curioso può succedere. Io non sono tecnicamente un Instapoet ma scrivo roba che tende alla semplicità, cose piuttosto dirette, forse pop. Mi è capitato spesso che giovani o giovanissimi mi scrivessero dicendo: “io non leggo poesia, mai letta poesia ma dopo aver letto le tue adesso ho iniziato a leggerne”. Bella notizia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non lo so, spero di sì.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso”.

[ De Andrè – Bubola ]

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Monia Pavoni

Intervista al poeta: Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 è uscita la sua nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore. Vive e lavora a Milano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

So di andare controcorrente rispetto all’opinione comune degli addetti ai lavori, ma a me pare che oggi la poesia goda di ottima salute. Indubbiamente poesia e poeti non beneficiano più, nelle nostre opulente società occidentali dove la riuscita economica è il valore predominante, e il ruolo divenuto centrale dell’immagine ha scalzato quello della parola, dello status e del prestigio avuto in altre epoche storiche, ma la poesia continua a circolare e ad essere richiesta e fruita, e molti sono i luoghi dove la si può incontrare, oltre alla tradizionale pagina stampata dei libri. Ha larghissima diffusione sui social, dove per esempio è nato il fenomeno degli Instapoets, autori che esordiscono in rete e solo successivamente, grazie al largo seguito ottenuto, approdano all’editoria tradizionale. E’ il caso di Tyler Knott Gregson, giovane poeta americano che deve la sua fama a Instagram e Tumblr, o della indo-canadese Rupi Kaur, best seller internazionale, o della giovanissima Lang Leav, poetessa di origini thailandesi che vive in Nuova Zelanda. Ciascuno di loro si avvale della semplicità e immediatezza del testo, sfrondato da orpelli retorici e complessità ermeneutica, per arrivare al lettore. Il fenomeno ha in Italia il suo esponente più rappresentativo in Guido Catalano, che si è esibito anche in tournées teatrali insieme a Dente, un cantautore che ha delle contiguità espressive con il genere poesia. Del resto, è ancora fresca l’attribuzione del Nobel della letteratura a Bob Dylan, e, come noto, la poesia delle origini era cantata (in ebraico, la parola “shir” designa sia il canto che la poesia).
Ma, se i social sono uno strumento a doppio taglio, che da un lato mantiene vivo il genere ma dall’altro rischia di snaturarlo abbassandolo di livello, è anche vero che la poesia colta continua a esistere nelle tradizionali collane di marchi editoriali storici come Einaudi e Mondadori (la Collana bianca, Lo specchio) e non solo, penso per esempio a editori “di nicchia” ma non meno prestigiosi come Aragno e Crocetti, editore anche del mensile Poesia, giunto al trentesimo anno di vita. E ha più di vent’anni di vita anche il trimestrale Atelier di Giuliano Ladolfi editore, che con Poesia è la rivista cartacea più seguita e apprezzata. La collana di poesia della Marcos y Marcos, “Le ali”, è ormai una realtà consolidata, come la “Gialla” di Pordenonelegge, e nuove realtà editoriali fanno capolino, come l’ottimo lavoro che sta facendo Amos edizioni con la collana di poesia A27 diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra, o la recente collana “Lyra giovani” di Interlinea, promossa da Franco Buffoni.
C’è la multiforme realtà della rete, ovvero blog e portali dedicati a letteratura e poesia, e nuove realtà editoriali strettamente connesse con la rete, sia per le modalità adottate di vendita sia per la coesistenza di una branca online… Mi riferisco a Samuele editore di Alessandro Canzian, con il corrispettivo online dei “Laboratori di poesia”, e a Interno Poesia di Andrea Cati, con l’omonimo blog.
Un capitolo a parte è la poesia performativa, e le sue contiguità con i festival letterari, irrinunciabili appuntamenti per i suoi fan, e il teatro, penso in Italia a un capostipite del genere come Lello Voce (nomen omen) o al più giovane Dome Bulfaro, o a un narratore abitato lateralmente dalla poesia, e straordinario performer con lo strumento-corpo, come Tiziano Scarpa. Ma anche alle carismatiche letture di Mariangela Gualtieri, originariamente drammaturga del Teatro Vadoca, negli anni diventata un fenomeno di culto… O a fenomeni, all’estero, come quello di Kate Tempest, poetessa che mescola cadenze rap con la poesia colta.
Come si può vedere, un panorama ricco, variegato ed estremamente vitale, pur essendo la poesia un mondo di piccoli numeri e risorse limitate.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è uno dei linguaggi possibili, è il luogo del privilegio assoluto della parola e di una primaria necessità espressiva.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Su un piano storico, le ineguagliabili suggestioni di testi millenari come la “Torà” o il “Daodejing”, e, risalendo in ambito nazionale, la poesia toscana due-trecentesca, Leopardi, per arrivare al Novecento di Montale e poi Sereni e poi Raboni, che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare ai tempi in cui lavoravo per Einaudi. Amo molto la poesia ebraica, Yehuda Amichai in primis, e la poesia americana, dai giganti dell’Ottocento Dickinson e Whitman alle grandi poetesse novecentesche e contemporanee, Anne Sexton, Jorie Graham, Adrienne Rich e soprattutto Sharon Olds.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Talento. Consapevolezza di averne. Umiltà e preparazione. Passione ed energia, come per qualsiasi tipo di arte.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Direi perché siamo più individui che nazione.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La colpa è dei modelli socioculturali che non la comprendono.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Occorrerebbero dei buoni maestri.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

In questo senso mi sento di essere ottimista.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non so se più o se meno ma se ne leggerà sempre, perché soprattutto la poesia, fra i generi letterari, è quella che esprime l’interiorità dell’uomo, parla di sentimenti comuni e universali e come tale è terapeutica e taumaturgica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati”.

Milo De Angelis

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Dino Ignani

Intervista al libraio: Antonio Migliore

Antonio Migliore è nato a Modica. Dopo aver studiato e vissuto a Siena e a Roma, da qualche anno vive a Milano. Lavora da Verso.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di libraio?

Fare il libraio vuol dire selezionare, sistemare, consigliare e comunicare nel miglior modo possibile (anche attraverso diversi mezzi) bei libri e belle storie.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Non mi annoio mai e qualche volta mi piacerebbe annoiarmi un po’ di più. Non stare fermo un attimo, questo mi diverte, non sopporto chi entra in libreria e non saluta.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: sei un lettore di poesia?

Qualche volta leggo o rileggo anche libri di poesia. Szymborska, Giacomo Leopardi. Tra le ultime scoperte Velimir Chlebnikov, poeta russo e la raccolta 47 poesie facili e una difficile. Mi piacciono molto anche quelle opere meno canoniche, come la raccolta Bonus, del poeta e scrittore islandese Andri Snær Magnason, ambientata in una catena di supermercati.

 

4. Quanti titoli di poesia ospita tra gli scaffali la tua libreria?

Una cinquantina di titoli.

 

5. Ospitate presentazioni dedicate alla poesia?

Sì, almeno due, tre al mese, tutte molto partecipate.

 

6. E come vanno le presentazioni, le vendite, in generale quanto seguito ha la poesia nella libreria Verso?

Le presentazioni di raccolte poetiche, così come i reading, vanno sempre molto bene. Il pubblico è sempre molto coinvolto. Si vendono più i libri e le opere dei poeti classici (Baudelaire, Merini, Dickinson), si fatica un po’ di più con le nuove voci, ma attraverso eventi e presentazioni riusciamo a proporre anche raccolte e opere di poeti e poetesse giovani, o comunque non molto conosciuti.

 

7. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

A me sembra, da libraio e da quel che vedo e sento tutti i giorni in libreria, che c’è molto interesse per la poesia. Almeno un paio di persone al giorno domandano dove si trova lo scaffale coi libri di poesia. E una su due va via con un libro. Non mi piace affibbiare responsabilità, ma mi piace guardare alle cose positive: ho l’impressione che si legga in generale un po’ di più, anche poesia, grazie anche ai social media. Ci sono molti esempi interessanti, tra tutti Rupi Kaur che da Instagram è arrivata nelle librerie e i suoi libri sono dei bestseller. Non credo sia stato un caso.

 

8. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

I poeti, e chi si occupa di poesia, dovrebbero andare nelle scuole a fare laboratori di poesia.

 

9. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Certo, come ho spiegato prima, per il caso di Rupi Kaur.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Davide Rondoni

Davide Rondoni (Forlì, 1964) ha pubblicato alcuni volumi di poesia: La natura del bastardo (Mondadori 2016), Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013) con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari paesi in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e Tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L’allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017), Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), sull’insegnamento a scuola, Il fuoco della poesia (Rizzoli 2008) e Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica, e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Cosa intendi per stato di salute? Ogni volta che qualcuno scrive o dice una buona poesia la salute della poesia è ottima, ogni volta che uno spaccia per poesia robetta, allora sta male… Ad altro genere di valutazioni sullo stato della poesia come se fosse una merce di cui si presume di calcolare la circolazione o il consumo non credo…

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Un’arte. Ed è un’arte che lavora sulla parola al massimo grado di perizia e intensità, e che riguarda un elemento fondamentale della natura umana – la parola appunto – ovvero il nostro modo di conoscere ed esprimere il mondo… beh, insomma è un’arte fantastica e difficile… e da rispettare, con umiltà e follia generante…

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho avuto l’onore di essere incoraggiato all’inizio e accompagnato da poeti che considero i maggiori del secondo novecento, Luzi, Caproni, Testori… e loro con altri, come Bigongiari, Loi mi sono stati maestri sia nel rapporto personale, sia nella lettura dei loro lavori… e potrei fare anche altri nomi, anche di poeti amici con cui si discute, ci si confronta… E poi maestri di poesia non poeti, ma persone sante o persone di gusto, artisti o esperti di altre arti, e poi tante persone geniali, operose, attente al movimento profondo della vita… Gente la cui occhiata o la cui opera mi ha mostrato cose importanti per l’arte della poesia…

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Nulla di particolare, e tutto di particolare. Ovvero si tratta di spendere totalmente con serietà, generosità e allegro naufragio un talento particolare, quello di dare voce alla esperienza di tutti, e diventare degli uomini-finestra. Il contrario del narcisismo e dell’egocentrismo. Parlo a livello profondo, esistenziale e spirituale.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Non è vero, è uno dei luoghi comuni con cui bisogna “lottare” (non dei peggiori). Ogni libercolino di poesia ha almeno un lettore (fosse pure la mamma o la zia o il moroso dell’autore/autrice) quindi anche solo così i lettori sono il doppio degli autori… Poi io sono contento di esser nato sotto un cielo in cui fioriscono tanti poeti, grandi o piccoli, non trovo sia una cosa di cui lamentarsi, sarebbe peggio nascere sotto un cielo dove spuntano che so, un sacco di commercialisti o di palazzinari…
Noi siamo la terra di Francesco, Jacopone, Guinizelli, e prima dei Siciliani, e di Guittone, e poi su di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Montale, Ungaretti, eccheccazzo… Che nascano poeti o tentativi di poesia è naturale e meraviglioso… Siamo la terra dell’arte, ed è una grande responsabilità civile e umana. Di cui forse i poeti dovrebbero occuparsi di più invece di irrancidire in luoghi comuni comodi e inerti. Poi chi si occupa davvero di poesia ovviamente dovrà leggere e nutrire la propria arte nel confronto con la altrui… In generale, mia nonna non aveva letto granché, ma non era una brutta persona. La cultura di una persona non coincide con la sua biblioteca…

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ma sei sicuro che si legga poca poesia? I numeri editoriali non dicono granché sulla lettura della poesia, cosa che può avvenire nel frammentario del web, con l’ascolto alla radio o in tanti reading… E spesso buoni libri di poesia vendono – non solo alla lunga distanza – più di altri generi di libri.
Ammesso che sia vero che se ne legge poca (ma molta di quella presunta che si pubblica forse è meglio che non si legga…) se davvero bisogna incolpare qualcuno innanzitutto chi la fa, poi chi dovrebbe farla conoscere, poi chi la insegna e chiunque ne parla o la tratta in modo morto o stupido.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

La gente si appassiona alla poesia quando vede che chi la legge è più vivo e intenso. Il resto sono conseguenze metodologiche derivanti da qui. Ho fatto un libro, come sai, su queste cose (Contro la letteratura, Bompiani 2016). È lì, per chi vuole interessarsi e non ha paura di andare contro i luoghi comuni, e vuole lavorare sul metodo per condividere la poesia specie ai più giovani.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non mi piacciono le aggiunte, gli aggettivi o simili al nome poeta. Come non ha senso parlare di poeti sperimentali, così ha ancor meno senso parlare di Instapoets. O son poets buoni o son scarsi poets, sia che usino Instagram sia che incidano i versi sulla pietra. Sono magari buoni influencer come si dice oggi o cazzari sentimentali o abili comunicatori… Valutare la qualità di una poesia in followers è come decretare che il Tavernello siccome è più bevuto del Barbera è uno dei migliori vini di Italia. La diseducazione del gusto è una colpa grave. E viene pagata – esiste un Dio della letteratura che se pubblichi robette o favorisci i tavernelli della poesia perché pensi che sia più glamour, ti punisce in qualche spietato modo, prima o poi, e innanzitutto con un senso di vuoto.
Certo, vedo molti più like sotto le foto di talune poetesse che sotto i loro versi. Un segno tra ridicolo e inquietante che forse dovrebbe far riflettere, o no? Da cosa pubblichi, da che livello di elaborazione c’è in quel che pubblichi si vede quanto sei artista.
L’arte è il contrario del narcisismo e del compiacimento. E anche della facile seduzione.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Boh? Non sono la Maga Magò, ma sono sicuro che se ci saranno buoni poeti la poesia buona si leggerà…

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“E morte non avrà dominio” (Dylan Thomas) e “L’essere molto amati / non medica la solitudine / …. Amare /questo sì ti parifica al mondo / ti guarisce con dolore” (Mario Luzi).
E poi, in una poesia che sempre mi fa lacrimare:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? “

Chiedersi cosa sta facendo l’aria…tutta la mia vita è in questa domanda…

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista al poeta: Alba Donati

Alba Donati è nata a Lucca e vive tra Firenze e Lucignana (Lu). Ha pubblicato La repubblica contadina (City Lights Italia 1997, Premio Mondello “Opera Prima” 1998, Premio Sibilla Aleramo 1999), Non in mio nome (Marietti 2004, Premio Diego Valeri, Premio Pasolini, Premio Cassola “Ultima Frontiera), Idillio con cagnolino (Fazi, 2013, Premio Dessì). Ha curato Costellazioni italiane 1945-1999. Libri e autori del secondo Novecento (Le Lettere, 1999), Poeti e scrittori contro la pena di morte (Le Lettere, 2001), l’edizione completa delle poesie di Maurizio Cucchi (Oscar Mondadori, 2001) e, insieme a Paolo Fabrizio Iacuzzi, il Dizionario della libertà (Passigli 2002), con interventi Todorov, Yehoshua, Adonis, T.B. Jelloun, Bauman, Luzi, Gustafsson e altri. È uscita a maggio 2018 la raccolta completa delle sue poesie con molti inediti: Tu paesaggio dell’infanzia – Poesie 1997-2018 (La nave di Teseo, Premio Metauro e Premio Martoglio). È presidente del Gabinetto Vieusseux, prima donna in 200 anni, e fondatrice di Fenysia, la prima scuola dei linguaggi della cultura.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Abbastanza in pericolo, come tutte le azioni umanistiche. Minacciata da una perdita di identità che va di pari passo con la sua diffusione orizzontale. Poi però la poesia spunta all’improvviso in un luogo, in una persona. Spunta verticale, come suo destino. E si ricomincia a pensare che non tutto è perduto.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è soprattutto l’amore che ho per la poesia. La leggo da quando ero piccola, mi è sempre piaciuta la porzione di libertà che ti mette a disposizione. Possedere una visione e un linguaggio è la poesia. E possedere un linguaggio ci rende liberi.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Tantissimi, dalle professoresse delle medie e del liceo che erano donne fantastiche e che mi hanno insegnato il senso civile della letteratura: una mi faceva leggere Quasimodo e Brecht a 12 anni e l’altra Elsa Morante, Fenoglio, Primo Levi a 14. Poi ci sono state esperienze di letture fondative da Paul Celan ai poeti russi, fino a Wislawa Szymborska. Come vedi il punto di partenza è lontanissimo dal punto d’arrivo. Poi aggiungerei un Pascoli, riletto dopo Garboli. Un poeta davvero moderno, innovativo. Il tema della morte come visione, le paure di una psiche scossa che producono una poesia piena di lacerazioni ma anche onirica, prefreudiana. E poi le intuizioni linguistiche: quel ‘febbraio’ che rima con ‘Ohaio’, all’inizio di Italy.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Mi ripeto: occorre un linguaggio, una visione e un’ossessione. L’ossessione ha a che fare con la necessità di raccontare le cose in un altro modo, perché così come sono raccontate non ci piacciono. Occorre sentire la prossimità della vita e della morte. Occorrono molti libri letti, film visti, musica ascoltata. Occorre in tutto seguire lo stesso filo. Poi ognuno ha la sua storia. A me è bastata una soffitta e molta infelicità di bambina.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Perché siamo arretrati, improvvisatori, giocolieri, e sfaticati. Pensiamo che sia tutto raggiungibile senza fatica. La creatività è un dono che va coltivato con passione, altrimenti si riduce a scarabocchio, bello, artistico, ma pur sempre scarabocchio.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Di tutti. Nessuno investe davvero sulla poesia. Il marketing ha poi chiuso il problema.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Da un lato sono fatalista e penso che se lasci andare le cose, esse poi si aggiustano, nel senso che tornano giuste da sole. Dall’altra invece penso che bisogna andare nelle scuole, leggere, parlare, farsi testimoni.
Insomma non ho una risposta di cui sono certa.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo proprio di no. I followers degli Instapoets temo non abbiamo mai visto uno scaffale di poesia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Forse più brutte poesie? Sui social c’è una gran confusione tra poesia e fraseggio esistenziali romantico, quest’ultimo con migliaia di followers. Dall’altro lato però i veri poeti tornano ad una certa complessità formale.
Insomma più il livello generale si abbassa e più chi ha davvero cose da dire si verticalizza, ignora il marketing, e qui il fenomeno diventa interessante. Quindi direi che si leggerà di meno ma meglio.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

(…)
non voglio fare un verso
che non abbia patito di persona;
come stasera, al perso
lume del giorno l’anima mi suona.

(Carlo Betocchi)

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Foto di Leonardo Pasquinelli

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