Arthur Rimbaud

Sensation

Par les soirs bleus d’été j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue :
Rêveur, j’en sentirai la fraicheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas ; je ne penserai rien.
Mais l’amour infini me montera dans l’âme ;
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature,—heureux comme avec une femme.

*

Sensazione

Le sere turchine d’estate andrò nei sentieri,
Punzecchiato dal grano, calpestando erba fina:
Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi,
E lascerò che il vento m’inondi il capo nudo.

Non dirò niente, non penserò niente: ma
L’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, più lontano, come uno zingaro
Nella Natura – felice come con una donna.

 

The love book – Le più belle poesie d’amore (Mondadori, 2012), a cura di G. Casati

Francesca Basso

Ph. Angelo Cimino

abito la pratica dello sbando
sconfino, non mi faccio trovare
sgraffigno ciondoli con le madonne
nel chiostro recito versi
di api carogne

smarco il centro
ci piscio dentro
cerco l’erba bagnata
il sole che sbatte
lanugine del regno

disincaglio lo sguardo
lo metto a servizio dei piedi
lascio le creste iliache al comando

disseppelisco madre stella
dal mondo di gelo, tolto il calzare
destino una fiducia nel nodo

mastico il dio negli spazi di luminanza
lui non è fatto a nostra immagine e somiglianza

stellacarogna (Interno Libri Edizioni, 2026)

 

Cesare Pavese

Cesare Pavese ritratto da Ghitta Carell

Estate

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Lavorare stanca (Interno Poesia Editore, 2021)

 

Valentina Colonna

Ph. Daniele Ferroni
Taranto ha un dolore per le strade che si tengono
strette con i ponteggi in ferro
da settant’anni in lotta per reggere la storia.

Lei scorre in tini d’acqua calanti dal balcone
in un pianto di bambini che scrutano i passanti
mentre giocano a pallone in calzoncini corti.

La decadenza sorride con le ginocchia sbucciate.
È un paniere di segreti che scende la ringhiera
pescando ad occhi chiusi in questo mare-porto.

Le ciminiere all’orizzonte fumano e non guardano
anche nell’ora della siesta, quando ancora le città
sono in potere dei gatti – padroni veri del sole.

Tralicci come cipressi affilano il cielo del cimitero
e le pale corrono al vento come il cane nel grano,
nel teatro abbandonato tra gli ulivi infuocati.

Le civiltà sommerse bruciano le radici che non vedi:
brucia il tempo affondato che chiami dimenticanza,
le ombre che calpesti nel brusio che fanno gli occhi.

Nelle radici (Nino Aragno, 2026)

Aristeidis Kalàrgalis


α΄
Αγάπησα το παρελθόν
Κυνηγώντας το μέλλον
Έτσι λησμόνησα
Το σήμερα

β΄
Μια ρυτίδα
Στις μέρες του χρόνου
Ορίζει τη ζωή
Που διάβηκες

γ΄
Οι μέρες ασπρίζουν ολοένα
Απομακρύνονται
Σαν φύλλα ημερολογίου
Γεμάτα διαγραφές

*

1
Ho amato il passato
Inseguendo il futuro
Così ho dimenticato
L’oggi

2
Una ruga
Sui giorni del tempo
Delimita la vita
Che hai attraversato

3
I giorni s’imbiancano via via
Si allontanano
Come pagine di un diario
Pieno di cancellature

Traduzione di Viviana Sebastio

Ágota Kristóf


Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

 

Chiodi (Casagrande, 2018), trad. it. di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Francesca Mannocchi

Ph. Chiara Pasqualini-Mpl
Abitare

è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
                 potesse trattenere il vento,
che un fuoco
                 potesse addomesticare la notte,
che una porta
                 potesse difendere la promessa del mattino.

Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.

La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:

«Io sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».

La guerra non distrugge le case.

Disfa l’idea di casa.

Spezza il verbo che ci fonda:

Resto, quindi sono.

La guerra toglie la possibilità della durata.

L’uomo che è costretto a fuggire
non lascia una stanza:

perde la grammatica del quotidiano,
il libro degli atti minimi
che tengono insieme il pensiero:

apri,
       chiudi,
             lava,
                  posa,
                        attendi...

resta.

In tempo di guerra, abitare non significa ripararsi:

significa non essere cancellati.

Abitare diventa insurrezione silenziosa:

continuare a disporre il pane
anche quando il pane non c’è.

Continuare a dire «qui»
a chi ci vuole altrove.

Anche in una tenda

(che è già esilio).

Anche in un campo profughi

(che di quell’esilio è l’atlante).

Ho camminato fra tende tutte uguali.

Le abitazioni temporanee
della burocrazia quando nomina il dolore.

Io le ho viste farsi città:

centomila vite piantate nel vento,
un’urbanistica di sopravvivenza.

Nei campi la casa non è un luogo,

è una costellazione di oggetti sopravvissuti:

una tanica d’acqua,
                   un lembo di coperta,
                                     un chiodo piantato nel nylon.

Oggetti con una liturgia:

si lava ciò che si può,
si mangia ciò che non marcisce,
si dorme in diagonale
              perché il corpo impari
                          a essere meno del necessario.

Nel campo, ogni mancanza diventa invocazione:

sapone,
            calore,
                     luce,
                            pudore.

Il corpo, quando non può pulirsi,
si ricopre di memoria.

Ogni assenza si fa preghiera:

«Dio, dacci oggi il nostro sapone quotidiano».

E se il sapone non c’è,
ci si lava con la memoria.

La notte il freddo passa sotto le tende
e sembra un animale che cerca qualcosa da divorare.

I bambini si stringono ai corpi delle madri,
e i corpi delle madri si fanno muro,
una muraglia di carne che dice: resisti!

Ho visto donne contare i minuti tra un pasto e l’altro.

Non il tempo del giorno,
                                      ma il tempo della fame.

Perché nei campi il tempo non scorre,
si misura in distanza dalle cose necessarie.

Abitare in guerra

è dire:

«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».

È l’atto politico più nudo,

resistere con i gesti:

                 con le mani che lavano,
                       con il pane che manca,
                             con il corpo che insiste sulla terra.

Abitare è dire alla violenza:

«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».

                      Abitare
                      è la prima forma di fede.

                      Restare
                      è la seconda.

Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Paolo Prestigiacomo


Intesi a resistere e basta. Invano
vennero ad offrirci il dominio della scena
col posto d’onore, le vivande e il resto. Non abboccammo.

E il tempio d’un tratto m’apparve capovolto.
La musica bloccata su una nota stridula. Tutto
sospeso nell’ora più lunga a ricordare.
Il mio volto consunto due volte trilustre
riflesso sulla volta del tempio capovolto.
Mio incredibile piacere nel vedere lì sepolta
per sempre la mia effige spezzata, come
a brandelli. Il naso staccato dalla bocca,
gli occhi sulla nuca, i capelli sotto il mento.

Io so cosa vuol dire vivere di morte.
Io, sì, potrei dirmi Dio, se lo volessi.
Ma non m’importa un fico. Né d’essere
Dio né d’essere ladrone. Voglio intera
la mia rabbia, sola cosa cui non intendo rinunciare,
e poi essere dannato nel vento che m’attraversa
in lungo e in largo come fossi un serbatoio
vuoto, eternamente vuoto, che tutto ingoia
e nulla tiene.

Così andare, alla ventura, col capo cosparso
di ceneri, la bocca spalancata nel riso
inestinguibile, l’impossibile cercando.

Poesie 1964-1981 (Interno Poesia Editore, 2026)

Stefano Vespo

Il fiore di un bacio non dato
m’ha scavato il ventre. Adesso
non sono niente,
sono qualcosa che attraversa il vento.

Un prestito dell’esistenza (Pietre Vive, 2026)

Federico García Lorca

Madrigale d’estate

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.
Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?
Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.
Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

Poesie (Guanda, 1966), trad. it. Carlo Bo

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