Il mio dolore,
diventato rimorso,
è il lungo castigo
che curva la mia schiena.
La mia schiena somiglia
a una montagna sacra,
piegata dall’aver amato
tante volte.
Ma douleur,
devenue remord,
est le long châtiment
qui courbe mon dos.
Mon dos ressemble
à une montagne sacrée,
courbée d’avoir aimé
tant de fois.
I conti col passato? Forse è tardi. Ogni cosa,
fratture, ferite, rimorsi,
si è bruciata sulla riva dell’ultimo fiume
davanti al guado dove finivano i sentieri.
Ultimo fiume ultimo rogo
e nelle fiamme saltellavano
lapilli d’identità, volti amici e nemici.
Perdonato il perdonabile, si viaggia leggeri.
Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine. E mi piego al rito della notte
del gallo, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianger di donne al canto si univa delle muse.
Chi, alla parola “commiato”, sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito del gallo
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova
sulla cinta muraria le ali sbatte?
E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giù la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro mi vola!
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi. Tutto sarà di nuovo.
Solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.
Ma così sia: giace in un terso piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte da guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.
Cinquanta poesie (Einaudi, 1998), trad. it. Remo Faccani
One night
long ago,
in Ohio,
a bobcat leaped
like a quick
clawed
whirlwind of light
from the pines
beside the road,
and our hearts
thudded and
stopped –
those lightning eyes!
that dappled jaw!
those plush paws!
In the north,
we’ve heard,
the lynx
wanders like silk
on the deep
hillsides of snow –
blazing,
it lounges in trees
as thick as castles,
as cold as iron.
What should we say
is the truth of the world?
The miles alone
in the pinched dark?
or the push of the promise?
or the wound of delight?
As though in a dream
we drive
toward the white forest
all day,
all night.
*
La lince rossa
Una notte
molto tempo fa,
in Ohio,
una lince rossa saltò
come un vortice artigliato
di luce
veloce
dai pini
vicino alla strada,
e il cuore
ci batté forte e
si fermò –
gli occhi fulminanti!
la mandibola maculata!
le zampe felpate!
Nel nord,
abbiamo sentito,
la lince
vaga come seta
sui fianchi fondi
delle colline di neve –
fiammante,
dimora in alberi
grossi come castelli,
freddi come il ferro.
Quale possiamo dire
è la verità del mondo?
Le miglia da sola
nel buio pungente?
o la spinta della promessa?
o la piaga del piacere?
Come in un sogno
andiamo
verso la foresta bianca
tutto il giorno,
tutta la notte.
Primitivo americano (Einaudi, 2023), a cura di P. Loreto.
Per alcuni anni, prima di addormentarmi
ho sperato sarebbe venuto a prendermi
come davanti al portone della scuola
quando gli consegnavo la cartella
e m’aggrappavo al suo braccio.
Sarebbe stato là, sul marciapiede,
m’illudevo, distante da tutti e fumando,
ma niente, nemmeno la brace della sigaretta
a luccicare nel buio dove lo immaginavo.
Poi in un’alba livida e piena di vento,
quando ormai non ci contavo più,
si è aperta e richiusa la porta dove dormivo
e l’ho visto: era lì, ai piedi del letto,
che mi aspettava fumando.
Care lettrici e cari lettori,
dal 15 al 19 maggio vi aspettiamo al Salone del Libro di Torino con il nostro catalogo, le novità editoriali, le borse e i taccuini di Interno Poesia, gli incotri in programma, i firmacopie, le autrici e gli autori della casa editrice.
Questo figlio che vedi, non è tuo;
non sono tue le preghiere, i lamenti,
l’ora buona dopo cena. Non è tua
la paura, il sogno, la cicatrice
che credi di avere. Tuo, forse, l’abisso,
la poca fortuna, l’angolo di cera
che piano si consuma, l’odore
di campagna, la parete rosa,
le scale ancora rivestite di cemento.
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