
Lana
Bevi caffè nero
da una piccola ciotola di ceramica,
parlando di correnti marine e venti forti:
è un’abitudine degli abitanti della penisola,
anche se ci sei stata solo una volta.
Tu e i tuoi amici
succhiate con una cannuccia di grano
da una grande tazza che contiene ghiaccio e latte
e ridete del mio stile stile continentale.
I diciassettenni finora mai usciti dalla foresta
tremano nel vedere il loro primo canale, la prima gondola,
la loro precisione.
Che si tratti di pigmenti, profumi o giochi di parole,
credono fermamente
che qualsiasi cosa provenga dalla penisola
sia la migliore.
Quando comprano pigmenti,
quando indicano melograni,
quando i tuoi amici ti chiamavano così, con disinvoltura—
rosso, rosso,
significa rosso,
ed è il segnale
per passare da un letto all’altro.
Foglie secche di fico,
vaniglia,
pelle scamosciata,
un luna park itinerante –
(la bottiglia che non hai portato indietro,
preoccupata di cosa
avrebbero pensato i tuoi amici)
Ogni abbraccio mi gela fino al midollo,
dalla schiena alla spalla,
dalla spalla al braccio.
La brutalità dei sedici anni
spezzerà il mio collo esile?
I tuoi amici non sanno
la forza che usano per immobilizzarti.
La prima volta era accanto a una finestra affacciata sul porto.
La seconda, di ritorno nella foresta,
dove burattini con i fili tagliati
aspettano davanti alla baita,
vestiti come i loro creatori,
di essere bruciati.
Errori,
argilla cotta,
maschere di vetro
con motivi di margherite –
(la donna che non sa dipingere siede
di fronte alla donna che non sa scrivere poesie,
a separarle, solo due tazze di caffé)
Cane, dovrei chiamarti così?
O dovrei farti voltare
chiamandoti con il tuo vero nome?
Con il viso ispessito
da cinque pagine di calendario,
piangi, dicendo che volevi solo sapere.
Da letto a letto,
chiamata ancora e ancora,
eri di chiunque.
Ma ora, con un uomo della terraferma
e un uomo con occhi neri come i miei,
condividi una sola coperta di lana,
dormendo mentre scopi,
scopando mentre dormi.
‘Rosso, Rosso,’
significa rosso—
curve intricate ma goffe
incise da lingua a lingua,
un segno di prova.
Piastrelle,
dolore all’arto fantasma,
sandalo –
canzoni che non riesco più a recitare a memoria.
Come infilare una mano in pieno inverno,
come afferrare i tuoi capelli,
come tirare una rete da pesca –
Se non appartieni a nessuno,
allora consolarti o distruggerti
dovrebbe essere facile.
Eppure ti volgi alle mie dita
(o forse alle perle finte
che porto sulle dita)
con uno sguardo asciutto,
come per decidere,
o per rimpiangere
(un soffio al mattino,
un soffio alla sera,)
La tua nuca invita il mio naso
perché il sangue si raccoglie lì, caldo
rosso, rosso,
sbiadito,
marcito,
come un dolce profumo sotto la neve.
Inedito, trad. it. Damiana De Gennaro