Lucille Clifton

lucille clifton

poesia per il mio utero

tu utero
sei stato paziente
come un calzino
mentre facevo scivolare dentro te
i miei figli vivi e quelli morti
adesso
ti vogliono tagliare via
calza di cui non avrò bisogno
dove sto andando
andando dove
vecchia ragazza
senza di te
utero
mia impronta insanguinata
mia cugina d’estrogeno
mia nera borsa di desiderio
dove posso andare
scalza
senza di te
dove puoi andare tu
senza di me

 

Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006), trad. it. E. Biagini

Eileen Myles


La faccia

L’altra notte
ho parlato con te
al telefono
di piedi.
Ma la faccia
è molto più
sorprendente.
Sarà mia
tutta la vita
e ti dirà
chi sono.
Con la sua bocca
e gli occhi.
Con il suo naso
esprimerà
disdegno e
piacere.
Il suo naso è
il suo sesso. Cerca
di decidere se
gli piaci o no. Gli piaci!
E adesso gli occhi
possono mostrarlo.
Gli occhi sono imbarazzati
sono stati feriti
e temono di poter
essere letti, ma
la faccia si sente fiera
e non chiuderà
gli occhi non può
essere così prevedibile.
Può solo sperare.
La bocca continua:
stai scherzando
non ti credo! e si protende
e si abbassa.
La bocca pensa
che sei forte. Ride
e mostra i denti.
Piaci alla bocca.
La bocca ti vede
e sorride. Ma gli occhi
sono stati feriti e
adesso devono distogliersi
per non mostrare le lacrime.
Quell’umidità rivelatrice.
La bocca ha parole
ha grandi parole
ma sta imparando
a non parlare
sempre
ma tipo a
guardare soltanto.
E quando
sa, – come
lo saprà?
Ascolterà
con le orecchie.
Smetterà di ascoltare
e penserà.
Ascolterà
molte altre
grandi bocche.
Le orecchie sono forse
le più vicine
al cuore il modo in cui
il naso
fa sesso
e gli occhi
sanno la verità.
La faccia, è
così buona. E’
come una grande
lampada umana
un globo d’amore
e tuttavia così
capace
di crudeltà.

Not me, Semiotext(e) 1991, trad. it. Marilena Renda

Olav H. Hauge


Non navighiamo sullo stesso mare,
eppure cosí sembra.
Grossi tronchi e ferro in coperta,
sabbia e cemento nella stiva,
io resto nel profondo, io avanzo con lentezza,
a fatica nella tempesta,
urlo nella nebbia.
Tu veleggi in una barca di carta,
e il sogno sospinge l’azzurra vela,
cosí dolce è il vento, cosí delicata l’onda.

La terra azzurra (Crocetti Editore, 2008) trad. it. F. Ferrari

Clemente Rebora


La speranza

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.
Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;
In cosa creata: non basta, e ci lascia.
Speravo nel ben che verrà, sulla terra:
Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.

Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato
La Voce d’Amore che chiama e non langue:
Ed ecco la certa speranza: la Croce.
Ho trovato Chi prima mi ha amato
E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco,
Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,
L’Amore che dona l’Amore,
L’Amore che vive ben dentro nel cuore.

Amore di Cristo che già qui nel mondo
Comincia ed insegna il viver più buono:
Felice amore di Spirito Santo
Che trasfigura in grazia e morte e pianto,
D’anima e corpo la miseria buia:
Eterna Trinità, dove alfin belli
– Finendo il mondo – saran corpi e cuori
In seno al Padre con la dolce Madre
Per sempre in Cristo amandosi fratelli, Alleluia.

Le poesie (Garzanti, 1994)

Katabira Tsurane

Lana

 

Bevi caffè nero
da una piccola ciotola di ceramica,
parlando di correnti marine e venti forti:
è un’abitudine degli abitanti della penisola,
anche se ci sei stata solo una volta.
Tu e i tuoi amici
succhiate con una cannuccia di grano
da una grande tazza che contiene ghiaccio e latte
e ridete del mio stile stile continentale.

I diciassettenni finora mai usciti dalla foresta
tremano nel vedere il loro primo canale, la prima gondola,
la loro precisione.
Che si tratti di pigmenti, profumi o giochi di parole,
credono fermamente
che qualsiasi cosa provenga dalla penisola
sia la migliore.
Quando comprano pigmenti,
quando indicano melograni,
quando i tuoi amici ti chiamavano così, con disinvoltura—
rosso, rosso,
significa rosso,
ed è il segnale
per passare da un letto all’altro.

Foglie secche di fico,
vaniglia,
pelle scamosciata,
un luna park itinerante –

(la bottiglia che non hai portato indietro,
preoccupata di cosa
avrebbero pensato i tuoi amici)

Ogni abbraccio mi gela fino al midollo,
dalla schiena alla spalla,
dalla spalla al braccio.
La brutalità dei sedici anni
spezzerà il mio collo esile?
I tuoi amici non sanno
la forza che usano per immobilizzarti.
La prima volta era accanto a una finestra affacciata sul porto.
La seconda, di ritorno nella foresta,
dove burattini con i fili tagliati
aspettano davanti alla baita,
vestiti come i loro creatori,
di essere bruciati.

Errori,
argilla cotta,
maschere di vetro
con motivi di margherite –

(la donna che non sa dipingere siede
di fronte alla donna che non sa scrivere poesie,
a separarle, solo due tazze di caffé)

Cane, dovrei chiamarti così?
O dovrei farti voltare
chiamandoti con il tuo vero nome?
Con il viso ispessito
da cinque pagine di calendario,
piangi, dicendo che volevi solo sapere.
Da letto a letto,
chiamata ancora e ancora,
eri di chiunque.
Ma ora, con un uomo della terraferma
e un uomo con occhi neri come i miei,
condividi una sola coperta di lana,
dormendo mentre scopi,
scopando mentre dormi.

‘Rosso, Rosso,’
significa rosso—
curve intricate ma goffe
incise da lingua a lingua,
un segno di prova.

Piastrelle,
dolore all’arto fantasma,
sandalo –
canzoni che non riesco più a recitare a memoria.

Come infilare una mano in pieno inverno,
come afferrare i tuoi capelli,
come tirare una rete da pesca –

Se non appartieni a nessuno,
allora consolarti o distruggerti
dovrebbe essere facile.
Eppure ti volgi alle mie dita
(o forse alle perle finte
che porto sulle dita)
con uno sguardo asciutto,
come per decidere,
o per rimpiangere

(un soffio al mattino,
un soffio alla sera,)

La tua nuca invita il mio naso
perché il sangue si raccoglie lì, caldo

rosso, rosso,
sbiadito,
marcito,
come un dolce profumo sotto la neve.

Inedito, trad. it. Damiana De Gennaro

Arsenij Tarkovskij


I primi incontri

Ogni istante nei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.

Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: «Tu sia benedetta»,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo col rasoio in mano.

Stelle tardive (Giometti & Antonello, 2017), trad. it. G. Zappi.

Kenneth Rexroth

Siamo distesi nudi nella calda
aria d’aprile sotto le sequoie
rosse, sul dirupo assolato.
Quando ti pieghi su di me,
sui tuoi fianchi vedo piccoli
segni rossi come morsi,
dove le pigne delle sequoie
hanno segnato la tua carne.
Sono gli stessi segni che si trovano
sulla lignite del dirupo sopra
di noi. Sequoia Langsdorfii
prima del ghiaccio, e dopo
sempervirens. Minima differenza
se non fosse per tutti quegli anni.

Qui, nel mortifero e dolciastro
fetore dei fiori di primavera,
relitti galleggianti insieme,
lavati, freddi e nudi, sotto
quest’albero per un istante
noi siamo sfuggiti all’amarezza
d’amore, dell’amore perduto
e dell’amore tradito. Ciò che potrebbe
essere stato e ciò che potrà essere
svaniscono insieme a ciò che è,
lasciando solo questi ideogrammi
impressi sugli idrocarburi
eterni della carne e della pietra.

*

Naked in the warm April air,
We lie under the redwoods,
In the sunny lee of a cliff.
As you kneel above me I see
Tiny red marks on your flanks
Like bites, where the redwood cones
Have pressed into your flesh.
You can find just the same marks
In the lignite in the cliff
Over our heads. Sequoia
Langsdorfii
before the ice,
And sempervirens afterwards,
There is little difference,
Except for all those years.

Here in the sweet, moribund
Fetor of spring flowers, washed,
Flotsam and jetsam together,
Cool and naked together,
Under this tree for a moment,
We have escaped the bitterness
Of love, and love lost, and love
Betrayed. And what might have been,
And what might be, fall equally
Away whit what is, and leave
Only these ideograms
Printed on the immortal
Hydrocarbons of flesh and stone.

Lasciati celebrare. Poesie scelte 1937-1974 (Interno Poesia Editore, 2025), a cura di F. Dalessandro

Scopri il libro

Selene Pascasi


Adesso
che l’urgenza del sogno
dorme cullata dal gelo
soffiando via illusioni
fino alla deriva del dolore
adesso
che la sorte già mi cura
con garze di eufonia
adesso
posso attendere le spine
piovermi dentro.
Di nuovo i tuoi occhi.

Un tempo minimo (Eretica edizioni, ottobre 2024

Durs Grünbein

grunbein

 

Ora di ginnastica

La mattina accoccolati in fila come classe,
davanti a una spalliera, ed eravamo piccoli
la pelle d’oca per il freddo. – “Pronti!”,

ci gridava il maestro. Lo chiamavamo il porco.
Quanto tempo fa, un mondo d’ombre. E come avremmo
voluto essere via, lontani, in quell’ora di sport.

Ora lo siamo: molto lontani. E trent’anni più vecchi.
Il porco è morto. Fu colpito da infarto.
Ma il freddo non fu mai più così freddo

come in palestra quei mattini presto. – “Chi sarà forte?”
Chi si solleva appeso alla sbarra, con le labbra blu?
Chi si ritira nel suo guscio di chiocciola?

 

Strofe per dopodomani (Einaudi, 2011), trad. it. A. M. Carpi

Mohammad-Rezā Shafiei Kadkani

Lo specchio

Lo intravedemmo nello specchio,
recisi la mano, l’arancia e il desiderio
nel notturno stupore.

Per lui, al di là dello specchio
potrà mai esserci presenza, volto e luce?
Può esistere forse
altra presenza oltre gli specchi?
Per tutta la vita palpitammo in questo enigma.

E lo specchio divenne eterno ruscello.
Il deserto si riempi di ghazal e gazzelle.
Lo intravedemmo nello specchio.

Poeti iraniani dal 1921 a oggi (Mondadori, 2024)

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