Ti perdo tutti i giorni,
bambino che dal grembo ti dissolvi liquido
ti ritrovo intreccio
rampicante di fiori selvatici
sulle mie cosce
sul mio busto di seni e clavicole
corteccia
foglie
carne
certezza.
Improvviso uragano
che sradichi paesaggio
granello di terra
raggiante
ad accordare l’incompiuto delle ore
Felici nella forma dell’ingegno,
felici voi, viventi del tacere,
che per le vene pallide del legno
su, fino al taglio delle foglie chiare,
della natura decifrate il segno
e ripetete il verbo senza errore:
fedeli al frutto come alle radici,
voi del mistero siete intatte effigi.
A noi, che per i segni abbiamo voci
e suoni dissipati in mille altezze,
che, fra i denti, alla lingua fummo audaci
di tutte le feroci sottigliezze,
a noi, quando l’estate sulle braci
rosse ci ha cotti delle sue carezze,
già il rame sulle tempie si fa perla
e la parola è ancora, è sempre acerba.
Della notte so poco
ma di me la notte sembra sapere,
e più ancora, mi assiste come se mi amasse,
mi ammanta di stelle la coscienza.
Forse la notte è la vita e il sole è la morte.
Forse la notte è nulla
e nulla le nostre congetture
e nulla gli esseri che la vivono.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nel vuoto enorme dei secoli
che ci graffiano l’anima coi ricordi.
Ma la notte conosce la miseria
che succhia il sangue e le idee.
Scaglia l’odio, la notte, sui nostri sguardi
che sa pieni di interessi, di incontri mancati.
Ma accade che la notte, ne senta il pianto nelle ossa.
Delira la sua lacrima immensa
e grida che qualcosa è partito per sempre.
Un giorno torneremo a essere.
La figlia dell’insonnia (Crocetti, 2020), a cura di C. Cinti.
Mi accorgo di non saper niente del buio,
anche se in molti ne hanno scritto. Il buio
inerte, denso, immoto, che si nutre di sé,
e non ha pace. L’anima, che vola via dai suoi tormenti
ne sa forse meno di noi: muore
per vivere ancora, prima che il tempo la disgreghi.
Ricordo una sera in cui eri qui, e mi dicevi
che non c’è fuoco che possa durare per sempre,
e che questa è la legge del mondo: ma io ti chiesi
di quale mondo parlassi.
C’è sempre molta attesa, quando una porta si apre.
Ci carichiamo di un nuovo principio, a un passo
dalle cose, prima che le luci si spengano.
Tra due mondi che si sfiorano,
s’interpone una forza, invisibile, che agisce
e li trasmuta: sai di cosa parlo. La logica della vita
non è vivere, ma restare nel suo nido di fuoco,
accoccolati tra le piume, prima
di ogni verdetto.
Né ira né furore, né fiamme che bruciano
sulla pazienza dei tuoi occhi. Come può essere
che una freccia traversi
il ferro che stride di un cielo? Vorrà dire
che qualcosa è accaduto, che il tempo si è conficcato
fra un interstizio e l’altro, come un palo inatteso.
Oltre i vetri, c’è un secolo che preme, e urge, e si sfilaccia
in un disordine promiscuo, di cose.
Tra il seme e il tempo necessario, fra l’intenzione
e la pienezza dell’animale, si leva un buio imprevisto,
che non abbiamo conteggiato. Mi domando dov’eri,
quando ho guardato in alto, nel fogliame delle palme.
Dov’ero, quando fu deciso che il vento battesse
anche per noi, prima di ogni scopo,
e di ogni decisione.
Noi, poco prima che gli spalti si svuotino,
a un passo dal traguardo, fissi
sui blocchi di partenza, nel lume
che c’infiammò per sempre, mentre frusciano
tende, nel primo zampettare, fermi,
in quel buio.
Al primo lampo le tue mani hanno capito
Erano una cortina di fosforo
Hanno capito la mimica stellata
Dell’amore e il suo splendore notturno
Gola d’ombra dove gli occhi del silenzio
Si aprono e bruciano.
*
Au premier éclat tes mains ont compris
Elles étaient un rideau de phosphore
Elles ont compris la mimique étoilée
De l’amour et sa splendeur nocturne
Gorge d’ombre où les yeux du silence
S’ouvrent et brûlent.
han casa i bimbi sui velieri dei pianeti
e muovono sassi candidi
nei tomboli di schiuma
arzigogolano discorsi d’aquiloni
a brezze azzurre e costellazioni
un arco giovane di cavalieri
e regine degli astri le serissime
loro laboriosità imbronciate
perfezioni d’angeli indaffarati
in arborei principati sottomarini
la notte insufflano i fiati soffici
come cigni piumati nei petti addormentati
sonoro il sonno di strumenti posati
e floreali fermezze di ossigenate fedeltà
in cui gioia incandescente s’attenua e riposa
Sempre che un giardino m’accolga
io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
lievi le mani su corolle e foglie,
vivo riveggo carezzare tralci,
allevi rose e labili campanule,
silenzioso ti smemorano i giacinti,
stai fra colori e caldi aromi, Padre,
solitario trovando, ivi soltanto,
pago e perfetto senso all’esser tuo.
Per quanto staranno così
separati dalla propria armonia
note volate via
dallo stesso spartito,
per quanto vivranno così,
le nuche sulla federa sudata
il silenzio negli occhi
lo strepito delle mani accasciate
c’è tanto silenzio, qui, padre
la vita si alza in silenzio, qui, padre
respira salendo verso le tenebre
lo sforzo di un tronco strozzato dall’edera
e fuori sciama e chiama la gioventù fogliante
primavera mia
che ci sono finestre dove il sole
si affaccia come non desiderato
e azzurri che depongono
la loro azzurra dolcezza;
la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo.
Franca Grisoni: Alzheimer d’amore. Poesie e meditazioni su una malattia (Interlinea, 2017)
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