Luis Alberto de Cuenca


La herida

Nada, ni el sordo horror, ni la ruidosa
verdad, ni el rostro amargo de la duda,
ni este incendio en la selva de mi cuerpo
que amenaza con no extinguirse nunca,
ni la terrible imagen que golpea
mis ojos y tortura mi cerebro,
ni el juego cruel, ni el fuego que destruye
esa otra imagen de armonía y fuerza,
ni tus palabras, ni tus movimientos,
ni ese lado salvaje de tu calle,
impedirán que encienda en tu costado
la luz que da la vida y da la muerte:
tarde o temprano sangrará tu herida,
y no será momento de hacer frases.

 

La caja de plata (Editorial Renacimiento, 1985)

*

 

La ferita

Nulla, né il sordo orrore, né la rumorosa
verità, né il volto amaro del dubbio,
né questo incendio nella selva del mio corpo
che minaccia di non spegnersi mai,
né la terribile immagine che colpisce
i miei occhi e tortura il mio pensiero,
né il gioco crudele, né il fuoco che distrugge
l’immagine altra di forza e armonia,
né le tue parole, né le tue movenze,
né il profilo selvaggio del tuo andare,
impediranno che accenda nei tuoi fianchi
la luce che dà la vita e dà la morte:
presto o tardi sanguinerà la tua ferita,
e non sarà più il tempo di parlare.

 

© Traduzione in italiano di Francesca Coppola

Giovanna Rosadini


Infanzia

II.

Da piccola non c’erano guerre, e il mondo
sorrideva, pettinato e ben educato.
Ci chiamava un riflesso iridescente,
modellava il nostro sguardo, ne asciugava
le ombre, sarebbe sempre stato così.
Luce alta e diffusa disegnava strade e case,
i luoghi semplici del nostro divenire,
giardini ricolmi dei misteri colorati dei fiori
cuciti dal ronzio degli insetti, quella
sospesa immobilità nei pomeriggi
delle stagioni di mezzo, è sempre maggio
riguardando indietro, è sempre tempo
di promesse, e complicità salde e leggere
che sono, e non occorre dire.

 

© Inedito da Fioriture capovolte (di prossima pubblicazione presso Einaudi)

© Foto di Dino Ignani

Adriano Spatola


1. Gennaio, forse

Neve e sale sono sentimenti dilatati
pensieri pensati per pensare con prudenza
a gesti intimi e alieni di un diagramma
che la vita offre appena sconsacrato
in giochi 0 enigmi in segni rosicchiati
nella zona sensibile della cute rugosa
del corpo congelato nell’apposito ghiaccio
parlo del suo corpo sbagliato e provocante
neve e sale sono un convincimento insultante
autolesionista insanguinato irritante
ma la pigmentazione è leggera e posata
strofinata con dita fredde e unghie corte
sbadatamente colpevoli di un po’ di morte
non per questo insincere o incapaci
anzi tenaci anche se troppo meccaniche
troppo umide bagnate oppure rugiadose
nel bianco della neve e del sale accecante
che il tempo nel frattempo può accumulare
intenerito per le vere verità che verranno
in gennaio che è il primo mese dell’anno

 

La piegatura del foglio (Guida, 1983)

Gisella Genna


Dite ai miei morti di apparirmi
poiché mi sento sola come loro
e non ho più uno specchio
dove guardare altrove.

Dite loro di svegliare il cielo
dal torpore di un tempo finito.

Io non so niente e ancora cerco
tra le volte e il fogliame
un segno, un filo
un’anticipazione.

 

© Inedito di Gisella Genna

Asmus Trautsch


Die Urwälder Europas

„Uns schwindelte beim Blick in den Abyssus der Zeit.“
John Playfair: Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth

1788 zeigte James Hutton seinem Freund Playfair
und dem Kollegen Hall an der schottischen Küste
fossile Formationen: die rötliche Plastik der Zeit.
Ihr Fluss hatte sich dauerhaft niedergeschlagen flach
und steil in Schiefer und Sandstein langsam gehoben
und wieder gesunken gegeneinander geschichtet ablesbar
als Tagebuch des Planeten ohne Anfang und Ende
erzählt er seine Geschichte über das was er trug
je tiefer desto weiter nach vorn blätterten sie ins Ältere
und sogar noch weiter zurückliegende Revolutionen lagen
friedlich da Schnitte einer zyklischen Sichel rasend
sammelte sich auf den Äckern in Frankreich der Zorn.

Ein schwarzer Block nach dem anderen aus der Tiefe
des Ruhrgebiets in das Jahr 2009 gefördert und gepresst
fällt aus meiner Hand in den Ofen brennt knapp drei Stunden
und rieselt hellbraun herab ein Leichtwerden von über
dreihundertmillionen Jahren in den Himmel Berlins
entlassen für einen Moment noch riechbar Robespierre auf
dünnen Schichten in meiner Hand spricht über die Zukunft
über Vergangenheit also welcher Baum welcher Farn den kein
Botaniker kennt welche Libelle von Menschen ungesehen
kommt meinen Zellen als Wärme entgegen? Täglich
werden wir chronischer fließen brennen schneiden
immer weiter tilgen die Spuren in unsere ewige Spur.

 

*

 

Le foreste vergini d’Europa

“Vacillammo nel vedere l’abisso del tempo”.
John Playfair: Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth

Nel 1788 James Hutton mostrò al suo amico Playfair
e al collega Hall le formazioni fossili sulla costa
scozzese: la plastica rossastra del tempo.
Il suo flusso si era depositato stabile, piatto
e lentamente si era erto in picchi di ardesia e arenaria
e di nuovo inabissato in strati contrapposti leggibile
come diario del pianeta senza inizio né fine
racconta la storia dei suoi detriti
tanto più in profondità quanto più avanzavano sfogliarono epoche sempre più antiche
e rivoluzioni addirittura ancora più lontane nel tempo giacevano
là pacificamente incisioni di una ciclica falce con furia
si radunava la rabbia sui campi di Francia.

Un blocco nero e poi un altro estratto
dalle profondità della Ruhr e compattato nell’anno 2009
mi cade dalla mano brucia nella stufa per circa tre ore
e ridiscende di un color marrone più chiaro un alleggerirsi
di più di trecento milioni di anni nel cielo di Berlino
rilasciato per un attimo Robespierre il suo odore ancora nell’aria in
sfoglie sottili nella mia mano parla del futuro
del passato ovvero quale albero quale felce che nessun
botanico conosce quale libellula mai vista dagli uomini
viene incontro alle mie cellule sotto forma di calore? Ogni giorno
più cronici ogni giorno scorriamo tagliamo bruciamo
sempre più si estinguono le tracce nella nostra traccia eterna.

 

 

Treibbojen (Verlagshaus J. Frank, 2010)

Traduzione in italiano di Nicoletta Grillo

 

Konstantinos Kavafis


Sarà stata l’una di notte
o l’una e mezzo.

In un angolo della bettola,
dietro il separé di legno.
A parte noi, completamente vuoto il locale.
Una lampada a petrolio lo rischiarava appena.
Il cameriere, a lungo insonne, ora dormiva sulla porta.

Non ci avrebbe visti nessuno.
Ma eravamo tanto eccitati già
da abbandonare ogni cautela.

Si schiusero i vestiti – che non erano molti,
essendo un luglio splendido e cocente.

Godimento carnale
tra gli abiti dischiusi;
rapido denudarsi della carne – la cui visione
ventisei anni ha traversato, e viene
a rimanere in questi versi.

 

Poesie erotiche (Crocetti, 2011), trad. it. Nicola Crocetti

Silvia Bre


Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

 

Marmo (Einaudi, 2007)

© Foto di Dino Ignani

Luciana Frezza


Quanto fa male amore
tardiva carezza
sulla nuca infestata
di pidocchi neri.
Marito
non capito
vendicativo senza
farmi capire
inevitabile divergenza
io l’incrociato sorriso
volevo – ricordo due dita
un giorno sulla gota per caso
sotto l’arco del salotto quasi
una cresima
tu partecipazione
al tuo lavoro io
che non ne davo troppa
neanche al mio
Parlare volevo magari
non troppo non troppo spesso
di noi.

 

Comunione col fuoco (Editori Internazionali Riuniti, 2013)

© Foto di Dino Ignani

Fabio Donalisio


ci sono tante cose
e poi le porte, chiuse, ovunque;
fai a meno di chiederti cosa celano
cosa c’è dietro (ti raccomando
o forse prego): sarà comunque
meno, il segno; vivi sommesso
ma fiero attorno al sogno – lui
ti definisce, non dice come
la parola – valica (si sale)
il passo della vita che cavalca
sola; toccala, per quel che vale
e, davvero, cerca di non farle
male

 

Ambienti saturi (Amos, 2017)

© Foto di Gaetano Bellone

Faraj Bayrakdar


Trattieni l’azzurro,
cielo.
Trattieni le rocce,
terra.
Trattieni i flauti,
vento.
Trattenete le date,
direzioni.
Trattenete le elegie,
minareti.
Trattenete le ali,
uccelli.
Trattenete le ragazze,
sorgenti.
E tu, Mamma,
trattieni le ombre e le preghiere.
Chi ama canta
e non c’è canto
che non sia di libertà.

 

Specchi dell’assenza (Interlinea, 2017), a cura di Elena Chiti

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