Paul Verlaine

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Spleen

Les roses étaient toutes rouges,
Et les lierres étaient tout noirs.

Chère, pour peu que tu te bouges,
Renaissent tous mes désespoirs.

Le ciel était trop bleu, trop tendre
La mer trop verte et l’air trop doux.

Je crains toujours,- ce qu’est d’attendre!
Quelque fuite atroce de vous.

Du houx à la feuille vernie
Et du luisant buis je suis las,

Et de la campagne infinie
Et de tout, fors de vous, hélas!

 

*

 

Spleen

Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

– e me lo debbo aspettare!
qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimé!
fuorché di voi.

 

Poesie (BUR, 1986), a cura di L. Frezza

Giovanna Rosadini

giovanna-rosadini

Mi hai attraversata
come un fuoco che consuma
E poco c’è mancato
che di me facessi cenere,
non fosse stato per la trama
antica che mi tesse al mondo,
per il ruggito del sole
al levarsi del giorno, richiamo
ineludibile più dell’ombra
serotina.

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Iosif Brodskij

brodskij
Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come un capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma sbattere di tele, di persiane, di mani,
bollitori sui fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

 

 

Poesie (Adelphi, 2012), a cura di G. Buttafava

Edoardo Sanguineti

Edoardo-Sanguineti
Ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

 

Mikrokosmos. Poesie 1951-2004 (Feltrinelli, 2004)

© Foto di Mario Dondero

Chiara Olivero

Leggimi
tra le righe
anche quando la pagina è bianca
Raccontami una storia
a lieto fine
fammi sentire di nuovo bambina
dimmi che non è mai stata scritta
poesia più bella di me.

 

© Inedito di Chiara Olivero

© Foto di Matteo Armellin

Najwan Darwish

Najwan Darwish, Žcrivain, Bruxelles, mars 208

قدس

عندما أُغادركِ أَتحجَّر
وعندما أَعود إليكِ أَتحجَّر

أُسمّيكِ ميدوزا
أُسمّيكِ الأُخت الكبرى لِسَدَومَ وعَمورة
أَيتها الجرن الصغير الذي أَحرق روما

القتلى يَزْجِلون على التلال
والعصاةُ عاتِبون على رواة قصَّتِهم
وأَنا أَتركُ البحرَ ورائي وأَعود إليك
أَعودُ
بهذا النهر الصغير الذي يَصُبُّ في يأسِكِ

أَسمعُ المُقْرِئين والمكفِّنين وغُبار المُعَزّين
لم أَبلغ الثلاثين ودفنتِني مرَّات كثيرة
وفي كلِّ مرةٍ
كنتُ أَخرج مِنَ التّراب لأجلكِ

فليذهب إلى الجحيم مُبَجِّلوكِ
بائعو تذكارات أَلَمِكِ
كلُّ الذين يقفون معي الآن في الصورة

أُسمّيك ميدوزا
أُسمّيك الأُخت الكبرى لسدوم وعمورة
أَيتها الجرن الصغير الذي ما زال يحترق

عندما أُغادركِ أَتحجّر
وعندما أَعود إليكِ أَتحجّر.

 

 

*

 

 

Gerusalemme

Ogni volta che ti lascio divento pietra
ogni volta che torno a te divento pietra

ti chiamo ‘Medusa’
ti chiamo ‘Sorella maggiore… di Sodoma e Gomorra’
sei solo un piccolo mortaio eppure hai dato fuoco a Roma

gli assassini cantano sulle colline
i ribelli rimproverano i cantori della loro storia
lascio il mare per tornare a te
torno
piccolo fiume che si riversa nella tua disperazione

sento salmodiare, sento il sudario, sento la polvere delle condoglianze
non ho ancora trent’anni e mi hai sepolto e sepolto
ogni volta esco dalla terra per te, torno a vivere per te
all’inferno I tuoi adoratori
coloro che vendono il tuo dolore
coloro che con me stanno oggi nell’immagine

ti chiamo ‘Medusa’
ti chiamo ‘Sorella maggiore… di Sodoma e Gomorra’
piccolo mortaio che ancora brucia

quando ti lascio divento pietra
quando torno a te torno pietra

 

 

© Inedito di Najwan Darwish – Versione italiana di Wasim Dahmash

© Foto di Veronique Vercheval

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia
I tuoi occhi proteggono il ghiaccio
da un tonfo violento in mare
una glaciazione è la tua mano
chiusa fra cielo e terra
i tuoi passi sfogliano i cristalli
balene sepolte accanto a farfalle
hanno nascite fradicie, antiche
un grigio balzo è la neve
dai capelli scivola sulle guance
lì riaffiora il sangue.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Salvatore Quasimodo

quasimodo
Già la pioggia è con noi

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

 

Poesie e discorsi sulle poesie (Mondadori, 1997)

Michela Zanarella

zanarella interno poesia
Vengo a respirare

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

 

© Inedito da Le parole accanto

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet
De ce dimanche un seul moment nous a rejoints,
quand les vents avec notre fièvre sont tombés:
et sous la lampe de la rue, les hannetons
s’allument, puis s’éteignent. On dirait des lampions
lointains au fond d’un parc, peut-être pour ta fête…
Moi aussi j’avais cru en toi, et ta lumière
m’a fait brûler, puis m’a quitté. Leur coque sèche
craque en tombant dans la poussière. D’autres montent,
d’autres flamboient, et moi je suis resté dans l’ombre.

*

Di questa domenica un solo istante ci ha raggiunti,
quando la nostra febbre si è placata, e i venti:
e sotto le luci di strada le cetonie
si accendono, poi si spengono. Luminarie, diresti,
lontane in un parco, forse per la tua festa…
Anch’io avevo creduto in te, anch’io bruciavo
della tua luce, che poi mi ha lasciato. Il loro guscio
scricchiola secco mentre cade nella polvere. Altri salgono,
altri s’infiammano, e io sono rimasto nell’ombra.

 

I barbagianni. L’ignorante (Einaudi, 1992), trad. it. F. Pusterla

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