Vittorio Sereni


Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.

Sappi – disse ieri lasciandomi qualcuno –
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlán.

Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
– sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire –
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

Stella variabile
(Il Saggiatore, 2017)

Azzurra D’Agostino

Ph. Fabio Sebastiano

21 aprile 2020

Signor Presidente
si confondono i volti e le parole
i luoghi s’impastano la primavera
ci visita infine sotto una pioggia sottile
e leggero trascorre il tempo delle piante
che fioriscono oltre i vetri. A tutto –
la violenza delle parole usate
per convincerci, preoccuparci o che altro
io rispondo con parole di spazio:
altipiano, riva, arcipelago, deserto
campo dove semino il mio
genio protettore senza difesa
anima mia, l’attesa, la pace della resa.

Messaggi al Presidente (Le lettere, 2024)

Eunice de Souza


IT’S TIME TO FIND A PLACE

It’s time to find a place
to be silent with each other.
I have prattled endlessly
in staff rooms, corridors
and restaurants.
When you are not around
I carry on conversations in my head.
Even this poem
has forty-eight words too many.

*

È ORA DI TROVARE UN POSTO

È ora di trovare un posto
dove poterci scambiare silenzio.
Ho ciarlato senza posa
in sale insegnanti, corridoi
e ristoranti.
Quando non ci sei tu tra i piedi
continuo a conversare nella mente.
E anche questa poesia
ha quarantotto parole di troppo.

L’India dell’anima, seconda edizione aggiornata e ampliata (Le Lettere, 2005), traduzione di Andrea Sirotti

Hans Magnus Enzensberger


Un gran peso
le poesie non l’hanno.
Fintanto che sale, la palla da tennis,
è, mi pare,
piú leggera dell’aria.

L’elio comunque,
l’ispirazione, questo formicolare
nel nostro cervello,
anche i fuochi di sant’Elmo
e i numeri naturali.

Pesano pressoché nulla,
per non parlare,
sebbene siano innumerevoli,
dei trascendenti,
loro esimi cugini.

A quanto ne so, questo vale
anche per l’alone del magnete
che non vediamo,
per quasi tutte le aureole dei santi
e senz’eccezioni per le note dei valzer.

Piú leggero dell’aria,
come il dolore dimenticato
o il fumo azzurrino dell’ultima,
proprio l’ultima sigaretta,
è naturalmente l’io,

e, a quanto ne so,
sempre sale il fumo del sacrificio,
che è cosí grato agli dèi,
verso il cielo.
Ma anche lo Zeppelin.

Molte cose rimangono
in ogni caso a mezz’aria.
Piú leggero di tutto è forse
ciò che resta di noi
quando siamo sotto terra.

Più leggeri dell’aria (Einaudi, 2001) trad. it. Anna Maria Carpi

Francisco Brines


Sogno possente

Qual è la gloria della vita, ora
che non c’è nessuna gloria,
ma realtà impoverita?
Saper che forse il disinganno
quel desiderio fondo non ti strappa
di viver di più?

La gloria della vita fu il credere
che esisteva l’eterno;
o, forse, fu la gloria della vita
quel semplice potere
di creare, con il pensiero chiaro,
l’eternità fedele.
La gloria della vita, e il suo fallire.

Poesia spagnola del secondo novecento (Vallecchi, 2008), a cura di F. Luti

Wisława Szymborska


Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

La fine e l’inizio (Scheiwiller, 1997), trad. it. Pietro Marchesani

Necati Cumali

necati cumali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La guerra spiegata a chi l’ha vista

In guerra non viene una gran paura della morte
Alla mente degli uomini
Né tu pensi alla casa e alla famiglia
Dal centro dell’obiettivo
Dalla punta del mirino
Scegli il bersaglio che più ti piace
Tiri il grilletto senza che ti tremi la mano.
Chi ti sta di fronte non ti somiglia più
Anche lui, in patria, gestisce un negozietto
Anche lui ama sua moglie
E come te ha un bimbo piccino
Ma non gli vengono in mente
Oramai per far vivere te
Bisogna che muoia lui.

Poesia turca contemporanea (Semar 2004) trad. it. A. Masala

Giovanna Sicari


Vorrei farti felice con questo niente

Babbo, vorrei comprarti
tutte queste piccole cose
esposte al mercato,
cose piccole, inutili:
arnesi, cianfrusaglie, biglietti.
Vorrei farti felice con questo niente
che colma il vuoto
con quest’amore che ripara,
tu solo annaffi le piante lievi
lavi e curi ogni cosa
e scavi nella compostezza
della vita, con decisione
raccogli foglioline e altro
tu solo puoi entrare nell’infinito.

 

Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

Foto di Dino Ignani

Dylan Thomas

Dylan Thomas

 

Do not go gentle into that good night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lighting they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it in its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

 

From: The Poems of Dylan Thomas (New Directions, 1952)

*

Non andartene gentile in quella notte buona

Non andartene gentile in quella notte buona:
Deve insorgere l’età e bruciare, al termine del giorno,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

I saggi infine vedono che il buio è giusto
Perché il loro verbo non ha sprigionato il lampo, eppure
Non se ne vanno gentili in quella notte buona.

I mansueti all’onda estrema urlano che radioso
Danzerebbe il loro fiacco gesto in una baia verde,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

Gli audaci che il sole a volo presero cantando
E tardi capirono di averne addolorato il corso
Non se ne vanno gentili in quella notte buona.

Gli austeri con vista accecante in morte scoprono
Che come stelle anche occhi ciechi sanno brillare allegri,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

E tu, padre mio, là sopra quella triste altezza,
Maledici, benedici me, ti prego, col tuo pianto fiero.
Non andartene gentile in quella notte buona.
Infuria, infuria contro la luce che abbandona.

 

© Versione italiana di Simone Pagliai

Dino Villatico


Superga, 25 dicembre 2023

Guardo dalle terrazze di Superga,
nel giorno di Natale, la catena
poco innevata, in questo desolato
anno di guerre, e scarsità di piogge,
delle Alpi all’orizzonte; sotto un cielo
azzurro, qualche nuvola vagante,
fiocco di ovatta, sulla verde piana,
e guardo di fronte a me il Monviso,
e sotto, nella valle, tra le case,
serpeggiare a Torino il lungo nastro
del Po, l’acqua che nasce dal pendio
delle sue falde, il corso della Dora
Riparia e, più lontano, dello Stura;
immoto al sole, ai piedi della grande
basilica, contemplo la foschia
densa nella pianura, e guardo dopo
limpido il cielo sopra la mia testa.
Ma come sono giunto a questo istante,
e che tempo nel tempo inavvertito
delle montagne, i platani spogliati,
gli abeti verdi, i rami rinsecchiti
degli aceri e gli arbusti a primavera
colorati? Dall’ombra permanente
di questi mesi nasce numinoso
il muoversi del tempo, si presenta
una vita per chi l’aspetta. Morte
soltanto, per chi resta e sopravvive,
decide la misura di durata.

Inedito