Ted Hughes


I imagine this midnight moment’s forest:
Something else is alive
Beside the clock’s loneliness
And this blank page where my fingers move.

Through the window I see no star:
Something more near
Though deeper within darkness
Is entering the loneliness:

Cold, delicately as the dark snow
A fox’s nose touches twig, leaf;
Two eyes serve a movement, that now
And again now, and now, and now

Sets neat prints into the snow
Between trees, and warily a lame
Shadow lags by stump and in hollow
Of a body that is bold to come

Across clearings, an eye,
A widening deepening greenness,
Brilliantly, concentratedly,
Coming about its own business

Till, with a sudden sharp hot stink of fox
It enters the dark hole of the head.
The window is starless still; the clock ticks,
The page is printed.

*

Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:
qualcos’altro è vivo
oltre la solitudine dell’orologio
e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita.

Attraverso la finestra non vedo stelle:
qualcosa di più vicino
seppure più affondato nel buio
sta penetrando la solitudine:

freddo, delicatamente come la neve scura,
il naso di una volpe tocca fronde, foglie;
due occhi servono un movimento che ora
e ancora e ancora e di nuovo

lascia nitide impronte sulla neve
tra gli alberi, e con cautela l’ombra
zoppa indugia vicino ai ceppi e dentro buche
di un corpo che ha l’ardire di avanzare

attraverso radure, un occhio,
un verde che cresce in intensità,
brillante e concentrato,
che se ne viene per le sue faccende

finché di colpo con acuto e caldo puzzo di volpe
non entra nel buco scuro della testa.
La finestra è ancora senza stelle; l’orologio ticchetta,
la pagina è pronta.

Poesie (Mondadori, 2008), a cura di Nicola Gardini e Anna Ravano

Un pensiero su “Ted Hughes

  1. Non è un caso che il primo traduttore italiano per lo specchio mondadoriano di Ted Hughes (1979) abbia scelto questo testo per dar titolo alla raccolta italiana (evidenziando la preferenza del traduttore stesso, certo Camillo Pennati, uno cioè a cui Ted restituirà l’onore non da poco della propria traduzione del suo libro ‘GABBIANO E ALTRI VERSI/ON EDGE’ undici anni dopo) ‘PENSIERO-VOLPE ED ALTRE POESIE’, detto come se tutte le altre poesie di Hughes, anche le più sperimentali o, come si dice attualmente, ‘di ricerca’, fossero una conseguenza di questa prima esperienza (solo apparentemente, credo personalmente) sciamanica o totemico-animistica, non ostante pochi altri poeti sappiano entrare e uscire, o vice versa, dall’elemento naturale, animale, vegetale, minerale, come lui sa fare.
    E tuttavia credo che questo aspetto, aldilà di certe preferenze ‘esoteriche’ o mitologiche (pre-logiche), sempre immerse però nell’antropologia critica (vedasi PIKE, in LUPERCAL, dove la – ironicamente, o perfino sarcasticamente – leggendaria ed immobile profondità dell’oscuro stagno del luccio è paragonata all’Inghilterra, o ancora con maggiore evidenza in ‘THRUSHES’, dove non si dà alcuna differenza-diffidenza tra fame di musica che afferra il cervello di Mozart e quella di sangue che possiede il cervello dello squalo), sia fin dal suo libro d’esordio (anzi, dalla poesia iniziale, e tutt’altro che inerziale, del suo libro d’esordio ‘THE HAWK IN THE RAIN’) soltanto la facciata (la ‘copertura’?) del vero e incessante tema di fondo della sua opera: la ragione umana come corpo/colpo estraneo alla incessante naturalità (naturalezza) del mondo (sociale?) ri- o de-costruito dall’uomo.

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